Jo Walton.
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Le mie due vite.
Parte 2.
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Titolo originale: My Real Children.
Traduzione di: Daniela Di Falco.
2014. Gargoyle Editrice, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Le mie due vite.
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CAPITOLO 18.
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Divorzio: Tricia 1972.
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Per una settimana non vide né sentì Mark. Alla fine gli telefonò
al lavoro seguendo il suggerimento di Barbara, membro del
gruppo per la presa di coscienza delle donne. «Sono contenta
che ti sei finalmente liberata di lui, ha tutta l'aria di un verme
spregevole, ma devi mettere bene in chiaro i dettagli finanziari
e via dicendo. Non può lasciarti con dei figli ancora da crescere
e andarsene come se niente fosse. Ecco il numero del mio
legale. Ti serve un avvocato divorzista».
Sulle prime Tricia si sentì morire al pensiero del divorzio. A
cosa erano valsi tutti quegli anni? E poi Mark era cattolico, per
lui non esisteva il divorzio. Anche se divorziavano, lui si sarebbe
considerato ancora suo marito. Ma lei non ne aveva bisogno.
Poteva fare a meno di Mark. Chiamò l'università e chiese
al centralino di metterla in comunicazione con Mark.
«Mark Anston», rispose, la voce annoiata come sempre.
«Sono Tricia. Ho pensato che avrai bisogno di prendere le
tue cose qui a casa. E dovremmo discutere sul da farsi».
«Questo è un brutto momento», disse. Tricia si domandò
chi ci fosse nel suo ufficio. Studenti? Colleghi? Lo avrebbe detto a loro?
«Vuoi passare stasera?», gli propose.
«Stasera no. Ho un impegno. Domani sera, verso le sei?»
«Ci sarò», rispose, nonostante l'indomani fosse martedì e
dopo la scuola avesse la riunione dell'associazione per la conservazione
di Morecambe, il che significava affrettarsi a rientrare
a casa subito dopo e far visita a sua madre in ospedale più tardi del solito.
Mark arrivò in ritardo, naturalmente. Dopo averci riflettuto
per quasi tutta la sera precedente, Tricia aveva deciso di non
preparare la cena anche per lui. Di solito il martedì, dopo la
riunione, prendeva qualcosa al ristorante cinese per sé e per i
ragazzi. Lo fece anche quella sera. Avevano appena finito di
cenare quando sentì Mark entrare in casa. Helen sparecchiò la
tavola senza che la mamma glielo avesse chiesto e Tricia scese
le scale per accoglierlo.
«Dove sono i ragazzi?», disse Mark.
«In cucina, hanno appena finito di cenare», rispose Tricia.
Mark si avviò su per le scale ed entrò in cucina. Helen evitò di
guardarlo. George si accigliò. Solo Cathy fu contenta di vedere
il padre.
«Come state?», chiese Mark.
Tricia non riusciva a capacitarsi che fosse così falso.
«Bene», rispose Helen a nome di tutti. «Dove sei stato?»
Mark scoccò un'occhiata furiosa a Tricia, come se si aspettasse
che lei avesse già affrontato la questione con i figli. «Vostra
madre e io stiamo considerando la possibilità di una separazione»,
disse, come se fosse stata un'idea della moglie.
«Un divorzio», precisò Tricia.
George si alzò dalla tavola. «Non intendo ascoltare».
«Penso sia meglio che andiate tutti nelle vostre camere mentre
noi ne parliamo», concluse Mark. I due più piccoli uscirono dalla cucina.
«Lo sai che nonna è caduta e ho dovuto portarla in ospedale?»,
gli disse Helen accodandosi ai fratelli verso la porta.
«No, non lo sapevo. Sta bene?»
«Sì, non certo grazie a te», ribatté Helen fermandosi sulla soglia
per guardarlo in faccia. «Non sapevo dove eri. Dove eri?»
Mark la fissò a bocca aperta.
«Con una donnaccia, desumo», continuò Helen, calcando
sulla parola. «È il colmo, considerando ciò che mi hai detto a
proposito della moralità. Io non sono mai uscita con qualcuno
lasciando una signora anziana da sola o qualcun altro a farsi
carico delle mie responsabilità. Questo è quel che considero
immorale. Solo perché tu lo sappia». Uscì e chiuse piano la
porta dietro di sé.
Tricia seguì la figlia con lo sguardo per un momento, poi si
girò verso Mark.
«Mi stai mettendo i figli contro!», tuonò.
«Non ho detto nulla ai ragazzi, se non che avevi del lavoro
da sbrigare», replicò Tricia. «Mark, penso che dovremmo discutere
la faccenda da adulti ragionevoli».
«Tu non sei mai stata un'adulta ragionevole».
Tricia si mise a sedere, ogni cosa che aveva pensato di dire
spazzata via da quell'accusa. «Allora?», disse.
«Mi servono i vestiti e alcuni libri», disse. «Ho preso un appartamento al campus».
«Non abiti con lei?»
«Chi?»
«Oh, andiamo, l'hai già ammesso! Ascolta, sono d'accordo
che il nostro matrimonio sia finito, ma ci sono alcune cose che
dobbiamo chiarire. Il mantenimento per George e Cathy fino
al compimento dei diciotto anni». Barb le aveva detto che anche
lei ne avrebbe avuto diritto, ma Tricia pensò che poteva
vivere con quel che guadagnava insegnando a tempo pieno.
«Pensavo che potresti vendere la casa e comprarne una più
piccola, e con la differenza provvedere al vostro mantenimento.
Questa casa è aumentata notevolmente di valore negli ultimi
sei anni». Il tono di Mark era tornato calmo.
«Vendere questa casa!» Tricia era inorridita. «Io amo questa
casa. E sarebbe inutile comprarne una molto più piccola:
non sarebbe sufficiente per tutti».
Mark andò verso la porta e la aprì. «Vado a prendere le mie
cose, e poi tornerò al campus».
«Avrai notizie dal mio avvocato», disse Tricia.
«Non essere ridicola. Tu non hai un avvocato».
«E invece sì», ribatté Tricia.
Telefonò all'avvocato il mattino dopo e prese un appuntamento
per lo stesso giorno, dopo il lavoro. Lo studio legale si
trovava a Castle Hill e l'avvocato, L. Montrose, era una donna
dall'aspetto curato e più giovane di Tricia. «Per quali motivi
vuole divorziare?»
«Ha un'altra donna. E mi ha lasciata».
«Ha qualche prova?» Miss Montrose fece roteare la matita fra
le dita. «Se è una persona irragionevole è necessario avere la prova
di adulterio. Altrimenti dovrà aspettare i due anni della separazione
o cinque, se suo marito contesta l'azione di divorzio».
«Cosa rappresenterebbe una prova?», domandò Tricia, pensando
a lenzuola macchiate.
«Conti d'albergo», rispose l'avvocato sorprendendo Tricia.
«Fotografie. Prove che possono raccogliere i detective privati,
e forse varrebbe la pena ingaggiarne uno». Consegnò a Tricia
un biglietto da visita. «Se questo non funziona potremmo appellarci
all'abbandono del tetto coniugale, ma è una procedura
lenta, specialmente se suo marito non è d'accordo. Suppongo
che voglia del denaro».
«Ho due figli minori di diciotto anni, hanno quindici e tredici
anni. Voglio il mantenimento per loro finché non abbiano
completato gli studi. Mi ha proposto di vendere la casa, ma io
non voglio. Non so a quanto ammonta l'ipoteca».
«È intestata a nome di suo marito? Me ne accerterò. Da
quanto siete sposati?»
«Dal 1949. Ventitré anni». Quasi un quarto di secolo. Un
enorme arco di tempo. «Il primogenito ha ventidue anni». Doveva
dirlo a Doug. La sua liberazione da Mark era arrivata troppo
tardi per il figlio. «Voglio che sia messo tutto per iscritto».
Contattò il detective privato e gli chiese di seguire Mark e
spedire le prove a Miss Montrose. George volle sapere dove
fosse il padre e perché si stessero separando. Doug, quando ne
fu informato, volle sapere perché non avesse chiesto il divorzio
anni prima. Anche Helen appoggiò la madre. Cathy era
l'unica che sembrava sentire la mancanza di Mark. In casa si
respirava meglio in assenza di Mark. Tricia andava a trovare la
madre ogni giorno, e spesso Helen la accompagnava.
Due settimane più tardi, in una splendida giornata di maggio
in cui gli alberi erano ricolmi di tenere foglie verdi, Tricia
incontrò Miss Montrose dietro appuntamento.
«Ho parlato con il suo detective», disse l'avvocato come se
non fosse stata un'idea sua. Quel giorno aveva un aspetto ancor
più ricercato, in tailleur grigio con collo e polsini di pizzo.
«Resterà scioccata da queste foto». Le fece scivolare verso di
lei sul piano della scrivania.
All'inizio Tricia non fu affatto scioccata. La prima ritraeva
Mark con un uomo più giovane mentre passeggiavano sul lungomare
di Morecambe. Nella seconda il giovane aveva posato
la mano sul braccio di Mark. Nella terza, i due entravano nel
Metropole hotel. C'era poi un conto d'albergo per una camera
doppia, a nome di Mark.
«L'omosessualità non è più illegale», disse Miss Montrose
senza mezzi termini, mentre Tricia riguardava le fotografie. «Le
sole fotografie potrebbero non essere sufficienti a garantire
una dichiarazione di colpevolezza, se ci fosse. Tuttavia, saranno
utili come prove di adulterio davanti a un tribunale per
cause di divorzio, sempre che lei voglia procedere».
«Perché non me l'ha detto?», chiese Tricia. «Non ha mai...
in tutti questi anni! Io ho sempre... e lui si è sempre mostrato
così intollerante. Persino i primi tempi a Oxford».
«A volte gli uomini sentono di dover reprimere i loro impulsi»,
disse Miss Montrose. «Ha tutta la mia comprensione, naturalmente,
ma, passando ad altro, gli invierò una lettera chiedendo
una dichiarazione finanziaria in previsione del divorzio».
Non sembrò minimamente comprensiva. Tricia acconsentì
alla richiesta della dichiarazione finanziaria e firmò quel che
Miss Montrose le chiese di sottoscrivere.
Tornò a casa passando per Blade Street e lungo il canale, riflettendo
sull'enigma di Mark. Doveva saperlo fin dall'inizio.
Perché l'aveva sposata? Certo, perché voleva dei figli. E perché
doveva aver pensato, forse lo credeva tuttora, che i suoi impulsi
naturali fossero peccaminosi e riprovevoli. Pensò a tutte
quelle orribili notti con un bicchiere di vino, tutto quello spingere
a forza che sembrava così difficile per entrambi. Chiedeva
scusa anche al suo compagno, dopo? Provò compassione
per lui. Non avrebbe mai immaginato di provare un sentimento
simile per Mark. Era scioccata, non perché avesse un partner
maschile; Tricia aveva amici omosessuali sia lì che a Woking.
Era scioccata che lui avesse finto così a lungo e che lei
non lo avesse intuito, e che Mark non glielo avesse detto nemmeno
quando lo aveva affrontato e accusato di avere un'altra
donna. Era la sua mancanza di fiducia che la feriva di più. L'intera
faccenda era stata una menzogna e un inganno, persino le
sue lettere. Ventitré anni della sua vita sprecati nella messinscena
di un matrimonio.
Si fermò al ponte sul canale e abbassò lo sguardo sui germani
reali. Quasi tutti gli esemplari erano seguiti da una fila di
bruni anatroccoli lanuginosi. Era naturale che ci fossero i piccoli.
Non riusciva a immaginare un mondo senza di loro. I figli
erano reali, costituivano la giustificazione di quel che lei e Mark
avevano fatto insieme. Eppure sentiva ancora l'indignazione
soffocarle il petto. Si appoggiò al parapetto e ringhiò agli innocenti
anatroccoli, intenti a pescare alghe nell'acqua. Fallacia patetica, naturalmente.
...
NOTA: Figura retorica in cui vengono attribuiti pensieri ed emozioni umane a oggetti o enti inanimati. FINE NOTA.
...
Come potevano esistere il sole e gli anatroccoli quando l'intero suo matrimonio era stato una falsità?
Avrebbe dovuto esserci una pioggia torrenziale, uno di
quei diluvi che Lancaster era pronta ad accogliere in qualsiasi
mese dell'anno. Rise di se stessa e riprese a camminare.
Non aveva idea di cosa avrebbe detto a Mark quando l'avrebbe
rivisto. La pietà l'avrebbe offeso più dell'indignazione. E
doveva dirlo ai ragazzi? A Doug e Helen ma non ai più piccoli?
O doveva mantenere il segreto per sempre?
Aveva quarantasei anni e aveva dedicato metà della sua vita
a un matrimonio che era solo apparenza. Mentre risaliva a passo
svelto la collina passò in rassegna gli anni da quando aveva
sposato Mark e cercò di individuare cosa ci fosse stato di reale.
I figli, certo. Anche i parti di feti morti e gli aborti spontanei. Il
suo impegno per la CDN e le altre associazioni. Il suo lavoro
come insegnante, e anche come supplente. Prendersi cura di
sua madre. I suoi amici, qui e a Woking. Non tutto era andato
sprecato, nonostante le apparenze. La sua vita non si esauriva
nel matrimonio. Donne aveva torto su questo e su molto altro.
Aprì il portone ed entrò in casa. «Sono qui!», annunciò ad
alta voce, e sentì Cathy e la madre rispondere dai rispettivi angoli della casa.
Miss Montrose era un tipo efficiente e la pratica del divorzio
andò avanti senza indugi. Mark non contestò l'adulterio e
accettò tutte le richieste di carattere finanziario. «Probabilmente
il suo legale gli avrà detto che è una fortuna che non gli
abbiamo chiesto di più», le disse Miss Montrose con un sorriso
tirato. Mark non parlò mai con lei della natura delle prove, sebbene
immaginasse che lei ne fosse a conoscenza. Tricia avrebbe
voluto chiedergli cosa avesse pensato in tutti quegli anni,
addossando a lei ogni colpa, ma nonostante ciò non se la sentì
di infierire su di lui. Helen non si era sbagliata a dargli dell'ipocrita,
ma Tricia sapeva che spogliare un ipocrita della sua ipocrisia
poteva causare una ferita profonda.
Il divorzio di Tricia fu reso definitivo nell'ottobre del 1972.
Nello stesso mese iniziò a insegnare in un corso serale di Letteratura
femminista presso la Workers Education Authority.
Si erano iscritte talmente tante persone che la sala era piena.
Tricia si alzò di fronte a una classe di adulti, per la maggior parte donne.
Inspirò profondamente e chiuse gli occhi, il suo vecchio rimedio
contro l'ansia. «Alcuni dicono che le donne non hanno
mai realizzato qualcosa di grande», esordì riaprendo gli occhi.
«Questo corso intende dimostrare che le donne hanno realizzato
grandi cose più e più volte, ma sono state trattate con sufficienza
e ignorate ogni volta che raggiungevano un obiettivo.
Che le donne creino arte non è una novità, ma c'è qualcosa di
nuovo e di splendido che aspetta di essere fatto e che affronteremo
a tempo debito. Vi chiederò di leggere e di riflettere, ma
non pretenderò che abbiate alcuna conoscenza di base, nulla
oltre a quel che tratteremo in questo corso. Non mi aspetto
che sappiate già tutto. Voglio che lo scopriamo insieme. E comincerò
leggendovi la traduzione di una poesia scritta da Saffo nel sesto secolo a. C.».
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CAPITOLO 19.
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“Se solo fossi andata alla King's Cross”: Pat 1970-1971.
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La vita seguì il solito tran tran per tutto il 1970. Le bambine
frequentavano la scuola, Pat andava a trovare la madre ogni
settimana, la guida di Como venne pubblicata e durante l'estate
in Italia iniziò a scriverne una su Bologna.
Nel 1971 Bee cominciò a lavorare a una profilassi contro le
malattie da funghi che colpivano gli olmi. Una nuova e più virulenta
forma di grafiosi era arrivata in Gran Bretagna dal
continente e stava uccidendo gli alberi. Si poteva limitarne la
diffusione potando i rami infetti, ma era necessario trovare
un rimedio più efficace. «Ma riuscireste a immunizzare tutti
gli alberi del Paese?», domandò Pat quando Bee le parlò del problema.
«Probabilmente sì, ma sembra che sarà necessario ripetere
il trattamento ogni anno, e richiederebbe un enorme lavoro.
C'è un'agenzia europea in fase di istituzione che si occuperà di
malattie e miglioramento delle colture. Potrebbe accordarci
una sovvenzione per pagare del personale apposito, ma è difficile
far rientrare gli olmi tra le colture».
«Suppongo che lo siano, in un certo senso», disse Pat. «Alberi da legname?»
«Troviamo la cura prima di preoccuparci di questo», replicò
Bee. Dedicava ore e ore alla ricerca, senza trascurare l'insegnamento
e le altre attività. Le pesò doversi prendere una
mattinata libera ad aprile quando arrivò il momento di rinnovare
le loro carte d'identità. Avevano già i passaporti, quindi
era solo una formalità. I bambini erano registrati sui passaporti
delle madri, perciò Pat e Bee dovettero solo presentare i certificati
di nascita e allegare le fototessera. Per Pat fu più complicato
provvedere a quello della madre: dovette non solo compilare
i moduli al suo posto, ma anche recarsi a Twickenham
per procurarsi il certificato di nascita. «Dobbiamo deciderci a
fare qualcosa per mettere in vendita la sua casa», disse al suo ritorno.
«Andiamo giù un fine settimana e vuotiamola», propose Bee.
Le foto per la carta d'identità erano indegne come sanno esserlo
solo le fototessera. Philip guardava di traverso, Flossie
era accigliata e Jinny strizzava gli occhi. Bee appariva feroce e
Pat rassegnata. Solo sua madre aveva un'espressione naturale.
«Tutta questa burocrazia, e a che prò?», disse Pat esaminando
i documenti appena arrivati. «Solo per farci sembrare un branco di idioti».
«Così il governo ha sempre tutti sotto controllo», ribatté
Bee in tono pungente. «Sciocchezze. Sono sicura che non servirà
a fermare i terroristi nemmeno per un istante».
Qualche settimana dopo, stavano pranzando in giardino in
una calda domenica di maggio. «Pensa, tra sei settimane staremo
facendo la stessa cosa a Firenze», disse Pat.
«Italia, Italia, Italia!», esclamarono i bambini in coro.
Bee rimase seria e posò una mano sul ginocchio di Pat. «Pat,
tesoro... stavo pensando che quest'anno non potrò passare
l'intera estate in Italia. Per via del fungo e tutto il resto. Devo
rimanere qui e portarmi avanti col lavoro finché non riprenderanno
le lezioni. E poi ai primi di agosto c'è quella conferenza
all'ICL, e vogliono che io sia presente. Pensavo di venire giù
con voi per un paio di settimane e poi tornare in treno. Potrei
raggiungervi di nuovo verso la fine dell'estate e fermarmi un
altro paio di settimane».
«Certo, se è necessario», rispose Pat.
«Non è ciò che voglio. Preferirei di gran lunga stare a Firenze
con la mia famiglia. Ma...»
«Si tratta della tua carriera», aggiunse Pat.
«Non è nemmeno quello... è per gli olmi», disse Bee. «So che
suona ridicolo, ma è così. Vorrei davvero salvarli, se posso».
«Non potrei amarti cara, così tanto, se non amassi di più gli olmi?»
...
NOTA: Parafrasi ironica degli ultimi versi di un'elegia di Richard Lovelace, To Lucasta, on going
to the wars, (I could not love thee, dear, so much. Lov'd I not honour more). FINE NOTA.
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Bee rise, poi assunse un'espressione colpevole e Pat rise con lei. «Va bene», la rassicurò. «Amo che tu ami gli olmi».
Così, dopo poco più di una settimana a Firenze, Bee tornò a
Cambridge, lasciando il resto della famiglia a godersi la loro
solita estate. Non c'era un momento in cui Pat non sentisse la
mancanza di Bee. Si scrivevano lunghe lettere, non proprio lettere
d'amore, ma comunque piene d'amore e di interesse. La
posta non veniva consegnata regolarmente a Firenze, così Pat
andava a ritirarla all'ufficio postale, un incantevole edificio ultimato
solo un anno prima, in stile “corridoio vasariano”.
Dopo aver ritirato la posta, Pat si fermava con i bambini in
una piccola gelateria all'angolo per gustare un gelato al cioccolato.
Avevano inventato un gioco: se mangiavano il primo
gelato senza fiatare ne avrebbero avuto un secondo, oppure
una granita. Così i tre bambini sedevano in fila dondolando le
gambe e leccando con aria composta i loro coni, mentre Pat leggeva le sue lettere.
Leggendo le descrizioni concise e il guazzabuglio di pensieri
di Bee, aveva la sensazione di sentire la sua voce:
“Le galline depongono regolarmente le uova, ma mancano le
bambine a raccoglierle. Ho visto tua madre. È stata molto cordiale;
chiaramente non mi ha riconosciuto, ma per il resto
sembrava in ottima forma. Mi ha raccontato come ha conosciuto
tuo padre, una storia tenera che suppongo tu abbia già
sentito. Il nuovo fungo sembra comportarsi bene "in vitro", ma
sono ancora in attesa dei risultati "in vivo". Se sono buoni forse
potrò venire da voi una settimana prima, perché è dura stare
tanto tempo senza di te. Se non hai nulla in contrario, prenderò
in prestito la tua vecchia sciarpa di seta verde da abbinare al
mio completo per la conferenza all'ICL, sembra che mi dia un
aspetto un po' più elegante e conserva ancora il tuo odore in
modo rassicurante. Dai un bacio ai bambini da parte mia, e
uno anche a te, se trovi un modo per farlo. Penso a te ogni giorno,
soprattutto quando torno nella casa vuota. L'uva spina è
maturata e l'ho raccolta tutta. Non ho tempo per fare la marmellata,
così la metterò a macerare in un vaso di rum; regalo di
Natale assicurato per tutti i nostri conoscenti”.
Finito di leggere, gli occhi le si riempivano di lacrime e le
bambine andavano ad abbracciarla. «Mamma manda un bacio
a ciascuno di voi», diceva, e poi li aggiornava sulle ultime notizie.
Quando rispondeva, allegava sempre biglietti e disegni dei
bambini. Flossie scriveva lettere lunghe diverse pagine dove
raccontava tutto quel che facevano. Jinny disegnava copie degli
scudi esposti nel cortile del Bargello, e persino Philip inviava
scarabocchi che, a quanto diceva, erano disegni del giardino o
di Piazza della Signoria, e che Pat etichettava con cura. Bee diceva
che li stava appendendo tutti alle pareti della cucina.
Quando passò qualche giorno senza ricevere notizie da Bee,
Pat non si preoccupò più di tanto. Bee doveva essere andata a
quella conferenza a Londra. Cominciò ad agitarsi al quinto
giorno di silenzio. Appena arrivò una lettera, si stupì di quanto
fosse sottile. Non la aprì finché i bambini non furono seduti
davanti ai loro gelati.
«Mia cara Pat, a quanto pare sono inciampata in una stupida
bomba. Spero che tu non abbia sentito la notizia e non sia preoccupata.
È successo alla stazione di Liverpool Street; se solo
avessi preso il treno alla King's Cross! Sto bene, a parte le gambe
che sono praticamente in frantumi. I medici parlano di sedia
a rotelle. Donald è qui da me, e Michael è stato una vera benedizione,
ma penso - detesto chiedertelo, e non so nemmeno
come potrai organizzarti - ma penso che sarebbe meglio se
tornassi a casa appena possibile. Con l'amore di sempre, Bee”.
Si rese conto che le era sfuggito un grido solo quando sentì i
bambini afferrarsi alle sue gambe. «Cos'è successo?», le chiese
Flossie in italiano.
«Mamma... mamma si è fatta male alle gambe», rispose Pat.
«Dobbiamo andare a casa. Dobbiamo andare subito a casa».
I bambini si misero a piangere e Pat si chinò per stringerli a sé.
«Ma abbiamo ancora quattro settimane da passare in Italia»,
protestò Jinny. «E mamma verrà qui per le ultime due o anche tre».
«Dobbiamo cambiare programma», disse Pat, con la mente
che già elaborava un nuovo piano d'azione. Sarebbe riuscita a
guidare per l'intero tragitto? Avrebbe fatto prima a prendere il
treno, ma la macchina sarebbe rimasta a Firenze. C'erano treni
che effettuavano il trasporto vetture, ma esisteva quella
possibilità dall'Italia all'Inghilterra? Non ne aveva idea.
«Non voglio andare a casa», si lagnò Philip. Ma poi, toccandole
dolcemente il braccio, aggiunse: «Mamma viene qui?»
«Mamma si è fatta male alle gambe. Ricordi quando sei caduto
e ti sei sbucciato le ginocchia? Mamma è in ospedale a
Londra e ha bisogno di noi. Dobbiamo andare lì e aiutarla a
migliorare». Bee non avrebbe accennato ai dottori che parlavano
di sedia a rotelle se non fosse stato grave. Sedia a rotelle.
Come avrebbero fatto? Cercò di immaginare il tipo di lesione.
“In frantumi” poteva significare mille cose. Bee avrebbe mai
ripreso l'uso delle gambe?
«Andiamo a casa a fare i bagagli», disse, abbassando lo sguardo
sui tre visini desolati. A Flossie tremò il labbro mentre cercava
di trattenere le lacrime. «Andiamo da “Perché no!” a prendere
un ultimo gelato, e poi andiamo a casa a fare i bagagli».
In gelateria, Pat prese tutti i gusti che Bee preferiva: cocomero,
menta bianca e lampone. I bambini ordinarono da soli,
persino Philip con i suoi quattro anni di età. Èva, la ragazza al
bancone, li conosceva da anni e chiacchierava con loro come
se fossero vecchi amici. Flossie le disse che la mamma si era
fatta male alle gambe e che dovevano tornare a casa. «Beatrice?»,
chiese. Pat aveva sempre amato il modo in cui gli italiani
pronunciavano il nome intero di Bee, ma al solo sentirlo riuscì
a stento a mantenere la calma.
«Saluta tua sorella da parte mia», disse la ragazza a Pat, in
italiano. «Le manderei un gelato, se si potesse».
«Le dirò che è nei tuoi pensieri», rispose Pat. Sua sorella. Un'interpretazione
errata che non avevano mai corretto. Alzò lo
sguardo sul volto triste del Cristo del Verrocchio che esponeva
la sua ferita a Tommaso, e pregò per avere forza e aiuto, e la guarigione di Bee.
Comprò un giornale inglese all'edicola e lesse la notizia della
bomba. Sei persone erano rimaste uccise e nove ferite, tre gravemente.
Non erano riportati i nomi, ma c'era una foto in bianco
e nero della stazione danneggiata. Che beneficio poteva mai
derivare alla causa di un'Irlanda unita il far saltare in aria una
stazione di Londra, uccidere sei persone e fare a pezzi le gambe
di Bee? Pat detestava l'IRA per l'occasionale noncuranza per la
vita altrui. Perché non lasciavano che l'Irlanda si unisse al resto
dell'Europa e la smettevano di creare tanto scompiglio?
Attraversando Ponte Vecchio s'imbatté in Sara, una delle sue
più vecchie amiche lì a Firenze. «Cos'è successo?», chiese subito
Sara. I bambini risposero d'impulso prima che Pat potesse aprire bocca.
«Dobbiamo rientrare immediatamente. Bee non me lo
avrebbe chiesto se non fosse davvero importante», disse Pat.
«Come andrete?», le domandò Sara.
«In macchina, anche se il viaggio sarà lunghissimo senza
nessuno che mi sostituisca alla guida. Ma se prendiamo il treno
dovremo lasciare qui la macchina, che a Cambridge ci è indispensabile».
«Perché non la vendi qui a Firenze e ne compri un'altra appena
arrivi in Inghilterra?», le suggerì Sara.
«Un'idea audace, ma non credo di avere il tempo per farlo».
«La venderò io per te», si offrì l'amica. «Vengo subito a prendere
i documenti».
Così più tardi, quel pomeriggio, Pat si ritrovò con tre bambini
e i bagagli messi insieme in fretta e furia a bordo di un vagone
letto sull'espresso per Parigi.
Il treno si rivelò una buona idea. Nessuno dei bambini aveva
mai fatto un lungo viaggio sulle rotaie prima d'ora, erano
abituati a lunghi tragitti in macchina. In auto avrebbero sentito
la mancanza di Bee in ogni momento. Sul treno, invece, tutto
era una novità. Erano entusiasti delle loro cuccette. Le bambine
occuparono le due in alto, mentre Pat portò Philip con sé
nel letto sotto a Jinny. Inoltre, il treno era molto più veloce.
Senza nessuno con cui alternarsi alla guida, il viaggio in macchina
avrebbe richiesto giorni. Sul treno non dovevano fermarsi
per mangiare o per andare al bagno. «Sono sicura che
abbiamo lasciato metà delle cose che ci servono a Firenze»,
disse Pat aiutando i piccoli a infilarsi il pigiama.
«Forse ci torniamo presto», disse Flossie. «Andiamo a prendere
mamma e ci torniamo tutti insieme la prossima settimana».
«Penso che ci vorrà più di una settimana perché mamma si
rimetta in salute», replicò Pat. Poi pensò “sedia a rotelle” e si
chiese se sarebbero mai riuscite a tornare.
A Dover, l'agente dell'ufficio immigrazione le fece passare
un brutto quarto d'ora per via di Jinny. «Qual è il suo rapporto
di parentela con la bambina?»
Non era una risposta semplice. Prima c'era sempre stata Bee
con loro. «È la figlia della mia migliore amica. Eravamo in vacanza
in Italia. C'è stata un'emergenza familiare ed è dovuta
tornare a casa. Noi la stiamo raggiungendo ora».
L'uomo guardò Jinny con sospetto, poi la sua carta d'identità.
«Dovrebbe avere un passaporto».
«È registrata sul passaporto della madre», rispose Pat. «Non
ci abbiamo pensato». Ai confini svizzero e francese avevano
dato solo una scorsa ai documenti. Le frontiere all'interno dell'Europa
avevano sempre meno importanza. Solo la Gran Bretagna
conservava ancora il suo fossato.
«Bene, la prossima volta pensateci», disse l'uomo. «Dov'è tua madre?», domandò a Jinny.
«A Londra», rispose la piccola lanciando una rapida occhiata a Pat.
«Va bene. È una fortuna che siete tutti cittadini inglesi e che
siete stati soltanto in Europa, o potevate trovarvi in guai seri».
«Le sono infinitamente grata, agente», disse Pat e gli rivolse
un sorriso servile che detestò appena le affiorò sulle labbra.
Detestò anche che la facesse passare solo perché era bianca e
aveva il giusto tipo di voce, ma voleva evitare discussioni. Scortò i bambini lontano da lì.
Arrivarono a Londra nel tardo pomeriggio, dopo aver viaggiato
senza sosta per ventiquattro ore. Erano tutti esausti, tranne
Philip. Il piccolo aveva la sorprendente capacità di dormire
in qualsiasi situazione, un dono che conservava sin dalla prima
infanzia. Pat fermò un taxi e si fece portare subito in ospedale,
con bagagli e bambini. Alla reception chiese di Bee. Le
dissero che le visite erano permesse solo ai parenti e che i
bambini non erano ammessi in nessun caso. Si sarebbe buttata
su una poltrona a piangere, e forse la donna dietro il bancone
si rese conto della sua angoscia. «C'è il fidanzato con lei.
Manderò qualcuno a vedere se può parlargli».
«Il suo fidanzato?», ripeté Pat sconcertata.
«Sì».
Dopo una lunga attesa spuntò fuori Michael, e Pat capì. «Oh,
Pat, grazie al cielo sei qui». I bambini gli corsero incontro e il
giovane li riempì di coccole.
«Non mi lasciano vedere Bee», disse Pat sopra le loro teste.
«Lascia che ci parli io. Aspetta qui». Michael si avvicinò al
bancone e discusse con l'addetta alla ricezione. Pat cercò di
tenere a bada Philip. Flossie cominciò a piangere. Dopo un
po' Michael tornò da loro. «Puoi entrare solo per un minuto.
Resto io con i bambini. Avresti dovuto dire che eri sua sorella.
Le ho detto che eri mia sorella, e ha fatto uno strappo alla
regola».
«E tu hai detto che sei il fidanzato di Bee?»
«È stata un'idea sua. Altrimenti avrebbero parlato solo con
Donald, ma è dovuto rientrare a Penrith, le pecore avevano bisogno
di lui. Devi essere un parente, in ospedale. Gli amici
non sono niente». Le diede una pacca sulla spalla. «Va' da lei.
Parleremo dopo».
Pat seguì le indicazioni e si ritrovò in una lunga corsia piena
di pazienti donne. Tutti i letti avevano coperte bianche tese e
rimboccate con cura. In fondo alla stanza c'era un televisore
che trasmetteva una soap opera a tutto volume. Quasi tutti i
letti avevano dei visitatori. Quando Pat vide Bee non riuscì a
capire come mai la sagoma sotto le coperte fosse così piccola.
Indossava una camicia da notte da ospedale, ma intorno al collo
portava la sua sciarpa di seta verde. Pat si chinò ad abbracciarla.
Nessuna delle due riuscì a trattenere le lacrime. «Oh,
Pat», gemette Bee. «Mi sento una tale idiota».
«Sono felice che tu sia viva», disse Pat. «Non ho fatto che
pensare che potevi rimanere uccisa».
«Forse sarebbe stato meglio», replicò Bee. «No, non volevo
dire questo. Ma ho subito sei interventi e hanno rinunciato a
tentare di salvare le ginocchia. Non potrò più camminare. Finirò
su una sedia a rotelle, non ci sono alternative».
«Troveremo il modo per affrontare la situazione», disse Pat.
«Ti amo così tanto. Non ce l'avrei fatta senza di te».
«È bello vederti», rispose Bee, e sorrise. «Ci stanno guardando tutti».
«Non m'importa», disse Pat. «Ti fa male se mi siedo sul letto?»
«Sì. Tutto mi fa male. Dovrò farci l'abitudine. E lo sa il cielo
come riuscirò a cavarmela nel laboratorio». Pat sedette sulla
sedia accanto al letto e prese la mano di Bee fra le sue. «Quando
ti lasceranno uscire di qui?»
«Ci vorrà un po'. Ma ora che sei qui, se vuoi, potrei chiedere
di farmi trasferire all'Addison di Cambridge, che è altrettanto
buono». Si morse il labbro. «Non sapevo se ti avrebbero fatta
entrare. Abbiamo detto che Michael era...»
«Lo so. È stata una buona idea. Michael ha detto che sono
sua sorella. Se ti trasferiscono a Cambridge possiamo dire che sono tua sorella».
«Detesto dover mentire», disse Bee. «Non è illegale, per le donne».
«Sì, ma è inutile cacciarsi nei guai. Pensa ai bambini. Ho
avuto dei problemi a riportare Jinny in Inghilterra. È stata molto
brava, ha detto la cosa giusta».
«Come stanno?», chiese Bee, e il volto si contrasse in una
smorfia addolorata.
«Sono meravigliosi. Siamo tornati in treno e tutti e tre sono
stati davvero bravi. Non vedono l'ora di vederti, ma non c'è
speranza che li lascino entrare».
«Tu vuoi ancora... Sai cosa intendo. Diventerò un essere
inutile. Non so nemmeno se sarò in grado di lavorare. Non voglio
che...»
«Bee, tu non saresti inutile nemmeno se fossi solo una testa in un vaso», la interruppe Pat. «E io ti voglio ancora. Vorrei che non ti fosse successa una cosa così terribile, ma io ti amo come prima, più di prima».
«Allora chiederò di essere trasferita all'Addison», disse Bee.
«Credo... forse ci vorranno mesi prima che mi dimettano. E per il momento la mia vita ruota intorno alle padelle, e forse sarà sempre così».
«Posso cavarmela», rispose Pat. «Per te, questo e altro».
Poi un campanello segnalò la fine dell'orario di visita e dovette andare via.
...
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CAPITOLO 20.
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“Cambierà ogni cosa”: Trish 1973-1977.
...
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...
George conseguì il diploma di scuola secondaria nell'estate
del 1973 e superò l'esame a pieni voti: sette A e due B, molto
più di quanto Doug e Helen avessero mai ottenuto. Scelse di
proseguire gli studi nel settore scientifico: matematica, fisica e
chimica. «Voglio fare scienza spaziale, mamma», annunciò.
Tricia ricordò l'entusiasmo con cui aveva seguito l'allunaggio
e sorrise.
«Vuoi ancora fare l'astronauta?»
George arrossì. «Non l'astronauta. Lo scienziato che lavora
nello spazio. Adesso hanno la Hope Station, e stanno cominciando
ad allestire la base lunare. Per me è il modo più probabile
per arrivare lassù».
«Qualsiasi cosa ti renda felice», disse Tricia.
Tricia non capiva i suoi figli. Non li aveva mai capiti. Doug
era un artista minore ma significativo della musica pop. La sua
band era in fase di scioglimento; non facevano che tornare insieme
e sciogliersi, più o meno seguendo il corso della relazione
fra Doug e Sue. Doug stava lavorando a un album con Peter
Gabriel. Helen passava da un lavoro precario all'altro, e da un
ragazzo all'altro. Aveva diciannove anni e la bellezza che aveva
mostrato fin da bambina era sbocciata in qualcosa di così attraente
che Tricia aveva quasi paura per lei. Helen aveva un viso
e un corpo perfetti, e lo sapeva. Di tanto in tanto accennava
a una carriera come modella o attrice, scelte che Tricia incoraggiava
perché avrebbero garantito alla figlia una certa indipendenza
economica, ma alla fine accettava sempre un altro
lavoro temporaneo come cameriera o in un bar. E adesso George
si sarebbe dedicato alla scienza, lo spazio come obiettivo.
Soltanto Cathy sembrava un'adolescente come tutte le altre:
prossima ai quattordici anni, pensava ai compiti e ai ragazzi.
Cathy aveva un bisogno disperato di sentirsi approvata. Tricia
ne dava la colpa a Mark, che l'aveva quasi sempre ignorata e
continuava a farlo, persino adesso che era l'unica figlia a interessarsi a lui.
Sua madre era ancora a casa con loro, ancora con Marge che veniva ogni giorno ad assisterla mentre Tricia era al lavoro.
Stava peggiorando visibilmente, spaventata e intimidita da ogni novità, da ogni cambiamento. Dimenticava anche le parole di uso quotidiano e sputava addosso terribili accuse se qualcosa andava storto. In quei momenti Tricia assisteva inorridita alla trasformazione della madre, di colpo così intollerante e crudele, ma poi si sforzava di mettersi nei suoi panni e capiva che era la paura a farla reagire in quel modo.
Le piaceva la sua routine giornaliera, e dormiva per la maggior parte del tempo.
Tricia insegnava a tempo pieno nel liceo di Morecambe, destinato
a diventare scuola unificata e ad accorparsi con la moderna scuola secondaria locale per l'anno successivo. Teneva
anche due corsi serali, collaborava con le due associazioni di tutela locali e con la CDN, che stava considerando l'idea di
cambiare il suo nome in Campagna per la pace, visto che il disarmo
nucleare sembrava ormai una battaglia vinta. Aveva una vita impegnata e appagante. La sua casa era sempre piena
di amici: amici dei figli, amici dalle associazioni o dai corsi, persone che sapeva interessate ad aprire una cooperativa alimentare
con tavola calda in città, amici dal gruppo femminista e colleghi. La gente passava solo per un saluto e poi si fermava
per ore. A volte le riusciva difficile correggere i compiti degli studenti. Cominciò ad alzarsi presto al mattino e a correggerli
prima di andare a scuola piuttosto che rimandare il lavoro alla sera. Non sentiva affatto la mancanza di Mark; anzi,
da quando era andato via si sentiva sollevata da un peso.
Sebbene Mark fosse ancora all'università, lo incontrava raramente.
Quasi ogni domenica veniva a prendere George e Cathy per portarli fuori a pranzo e, se impossibilitato, era molto scrupoloso nell'avvertirla per tempo.
Insieme a tutto quel fermento e andirivieni di persone nella sua vita, arrivò un nuovo nome. Partì dal gruppo femminista, dove quasi tutte le donne usavano forme abbreviate dei loro nomi come parte del reimmaginare se stesse. «Ma Tricia
è già un'abbreviazione», disse a Barb. «Il mio nome in realtà è Patricia».
«Dovresti chiamarti Trish», replicò Barb.
Tricia ci pensò su e decise che le piaceva. Presto divenne Trish per tutti eccetto Mark, che continuò a chiamarla Tricia, e sua madre, che la chiamava ancora Patsy quando la riconosceva.
Quell'estate del 1974, Doug offrì una vacanza a Maiorca a tutta la famiglia. Trish mal sopportava il caldo e l'albergo, pieno di altri turisti inglesi. Era preoccupata per la madre, che avrebbe passato quelle due settimane in una casa di cura a Morecambe. Mal sopportava anche il cibo oleoso e le mosche sulla spiaggia, anelando invece a un soggiorno in Cornovaglia.
Con sua grande sorpresa, durante la seconda settimana si imbatté in Marjorie, l'amica di Oxford, che non vedeva dal giorno delle nozze. Marjorie si era sposata e aveva due gemelli. Si aggiornarono sugli eventi delle loro vite, ma scoprirono che non avevano più molto in comune, se mai lo avevano avuto.
Quando Doug li raggiunse per alcuni giorni alla fine della vacanza, l'entusiasmo dei suoi fan mise Trish a disagio. Marjorie stentò a credere che Trish avesse un figlio così famoso e ammutolì per l'imbarazzo. Sue non era con lui, e quando Trish indagò il figlio le rispose che questa volta avevano rotto definitivamente e la band si era sciolta.
Subito dopo il Capodanno del 1975, Helen rientrò a casa tardi dopo aver passato la serata fuori con un ragazzo. Trish stava lavando le tazzine da caffè dopo una riunione con l'associazione per la conservazione della città di Lancaster.
«Ciao mamma», la salutò Helen. «Hai passato una bella serata?»
«Molto soddisfacente. Pensiamo di portare avanti il discorso del sistema a sensi unici e la zona pedonale. Non circoleranno più macchine nel centro cittadino, se non i veicoli dei portatori di handicap e quelli di emergenza».
«Magnifico», disse Helen sedendosi al tavolo della cucina.
«Metto su il bollitore?», propose Trish.
«Grazie, mamma». Trish mise il bollitore sul fuoco e asciugò la vecchia teiera marrone. «Che ne dici della menta piperita?»
«Hai lo stomaco in subbuglio?», chiese Trish, mettendo le bustine di tè alla menta nella teiera.
«Un po'... mamma?»
«Sì?» Trish posò due tazze sul tavolo.
«Come sapevi di essere incinta?»
Trish si sedette e guardò intensamente la figlia. «Lo sapevo
quando mi saltava il ciclo. Ma prima ancora avevo la nausea,
quasi fin dall'inizio, e i seni gonfi e doloranti. Questi sono stati
i sintomi di tutte le mie gravidanze. Perché me lo chiedi?»
Al fischio del bollitore, Trish si girò automaticamente per
versare l'acqua bollente nella teiera. Quando tornò a guardare
la figlia, Helen non aveva ancora risposto.
«Cosa pensi di fare?», le domandò. «Sai chi è il padre?»
«Non per certo», disse Helen abbassando gli occhi sulla tazza
vuota. «Potrebbe essere Martin, o Phil».
«Non hai intenzione di sposarti?»
Helen scosse la testa. «Assolutamente no. Ero tranquilla perché
prendevo la pillola, ma poi ho preso quegli antibiotici per
il mal di gola, più o meno quando era il compleanno di Cathy,
ricordi? E Gaynor dice che potrebbero aver annullato gli effetti
della pillola. Ho saltato due cicli, ho il seno dolorante e non mi va mai di mangiare».
«Allora dovresti farti visitare per saperlo con certezza», disse
Trish. «Anche se tutto fa pensare che tu sia incinta. Vuoi tenerlo?»
«Rovinerà tutto», rispose Helen scoppiando a piangere.
Trish versò il tè. «Beh, i bambini sono persone. L'ho capito
solo tardi, ma è la verità. Se avrai questo bambino, di certo
cambierà ogni cosa. Ma puoi scegliere». Trish era informata al
riguardo dal gruppo per la presa di coscienza delle donne.
«Adesso l'aborto è legale. Se vai dalla dottoressa e le dici che
non te la senti di affrontare la maternità da sola, e sei così giovane,
è molto probabile che potrai interrompere la gravidanza
in ospedale. Ti affiancherebbero uno psicologo, ma non credo
ti farebbero problemi. Due cicli... otto o dieci settimane. Non dovrebbero esserci difficoltà».
«Non so se sarei capace di farlo morire», disse Helen stringendo
la tazza con entrambe le mani in cerca di un po' di calore.
«I bambini sono persone, e se tu lo avessi fatto noi non saremmo
qui. Mi piacerebbe avere un bambino. E poi abortire
non compromette la possibilità di avere figli in seguito, quando lo vuoi davvero?»
«No», rispose Trish senza esitazione, prendendo un sorso di tè. «È una falsa credenza».
«In ogni caso, vorrei tenerlo. Ma non so come potrei farcela».
Alzò lo sguardo sulla madre.
«Puoi continuare a vivere qui e tenerlo. Io ti darò tutto
l'aiuto possibile, ma non ho intenzione di smettere di lavorare
per badare al bambino in modo che tu possa continuare a
vivere la tua vita», disse Trish. «Ti aiuterò economicamente
come posso, ma tu sai che non ho molti soldi. Anche la nonna
potrebbe essere disposta ad aiutarti; beh, sai che non capirebbe,
ma credo che nulla ci vieta di attingere un po' ai suoi risparmi.
È quel che farebbe se fosse ancora in grado di capire.
Probabilmente ce la possiamo fare. Ma sarà faticoso, e la tua
vita dovrà cambiare parecchio. È davvero ciò che vuoi? È
un'impresa avere un bambino. Quando è nato Doug mi sono sentita annientata».
«Almeno non dovrò sopportare papà», disse Helen.
«Dovrai dire a tuo padre che sta per diventare nonno, se le
cose stanno così. Se decidi di avere il bambino. Oh santo cielo,
sto per diventare nonna!» Si alzò e andò ad abbracciare la figlia.
«Devo ammettere che è una prospettiva eccitante».
«Grazie, mamma», disse Helen, poi si asciugò gli occhi e si
soffiò il naso. «Grazie per essere così disponibile, e grazie per quel che hai detto».
Ad aprile, George sostenne gli esami di ammissione alle
università di Oxford e Cambridge e a giugno prese il diploma.
Ottenne tre A e venne puntualmente ammesso al New College
di Cambridge. «Avevo pensato a Oxford perché ci avete
studiato tu e papà, ma questo è il posto migliore per prepararmi
al lavoro che voglio fare», disse.
A metà agosto Helen diede alla luce una bambina. Partorì
senza fatica, in sei ore, senza nessuna delle complicazioni che
aveva sofferto Trish, e con la presenza della mamma durante
l'intero travaglio. Chiamò la piccola Tamsin. «Perché hai scelto
quel nome?», le domandò Trish dopo aver compilato il certificato
di nascita, contrassegnando lo spazio bianco del “padre”
con un provocatorio “sconosciuto”.
«Ho pensato che fosse carino», rispose Helen.
«Lo è», concordò Trish. «E anche la bambina, è il tuo ritratto».
«Preferirei che fosse intelligente come te e George», replicò
Helen. «La bellezza non ti porta da nessuna parte».
Tamsin arrivò a casa e crebbe sana e robusta. La bisnonna la
prendeva tra le braccia e le cantava vecchie ninne nanne, anche
se non la lasciavano mai sola con la bambina. Un giorno,
rientrando a casa dopo la scuola, Trish sentì Helen e Marge
che ridevano insieme a sua madre al piano di sotto, con la centrifuga
della lavatrice in sottofondo. Pensò quanto fosse più
facile per Helen stare a casa con Tamsin di quanto lo fosse stato
per lei a Grantham con Doug.
George venne a casa a Natale e a Pasqua, ma passò l'estate
del 1976 presso il MIT a Boston per seguire un programma di
studio e lavoro. «Credo che farò lì il mio dottorato», disse
quando Trish gli chiese se gli fosse piaciuto. «Lo spazio ormai
è americano, che ci piaccia o no. E noi siamo alleati degli americani,
anche se pensano che siamo tutti sinistroidi».
«Sinistroidi!», esclamò Trish. «Che termine antiquato!»
«Ho sentito gente laggiù chiamare così i fautori del nuovo sistema
sanitario nazionale. Ma la proposta è passata, quindi presumo
che non intendevano essere troppo offensivi», rise George.
«Dopo Cambridge, dove tutti trovano il mio accento terribilmente
“nordico”, è stato divertente andare in America dove tutti
lo trovano “simpatico” e non fanno che chiedermi se ho conosciuto
il principe Carlo e la principessa Camilla. I repubblicani
sono curiosi di sapere tutto della famiglia reale inglese!»
Una domenica di fine estate Trish organizzò un picnic in
giardino con un sacco di amici. Tamsin camminava a passi incerti
da un invitato all'altro, afferrandosi alle prime gambe che
le capitavano a tiro. Trish aveva preparato un'abbondante insalata,
Helen aveva pensato al pane e altri ospiti avevano portato
pietanze da dividere fra tutti. Era diventata praticamente
vegetariana, come molti dei suoi amici, ma uno dei giovani del
gruppo pacifista era arrivato con un pollo arrosto freddo ed
era intento a tagliarlo con il vecchio coltello da scalco e la forchetta
della madre di Trish. «Credo che a nonna piacerebbe essere qui», disse Cathy.
«No, non le piace stare con chi non conosce», replicò Helen,
prima che Trish potesse aprire bocca.
«Le porto un po' di pollo e provo a dirglielo», insistette Cathy.
Quando tornò, Trish notò la sua espressione afflitta. «Nonna
sta bene?», le chiese.
«Sì», rispose Cathy. «Era seduta al sole, vicino alla finestra.
Faceva finta di leggere, ma aveva il libro capovolto. Il pollo le è
piaciuto. Ma ha detto le cose più strane. Ha detto che non si
ricordava chi ero, ma si ricordava che mi voleva bene».
«Oh Cathy!» Trish la abbracciò.
Quell'autunno la madre di Trish si prese una brutta infreddatura
dalla quale non si riprese mai completamente. Sia Doug
che George vennero a casa per Natale e la videro per l'ultima
volta. Lei non li riconobbe. Ormai non sapeva più chi fosse
chi. I giorni in cui cantava per la piccola Tamsin erano finiti,
ora aveva sempre paura di tutto. Era diventata incontinente e
piangeva per un nonnulla, strattonando le coperte e gli indumenti
come se volesse strapparseli di dosso e non ne avesse la
forza. Non era più consapevole delle persone che amava e aveva
paura di tutti loro. Trish si sentiva spezzare il cuore quando
la madre arretrava impaurita di fronte a lei o cercava di difendersi.
Il dottore consigliò il ricovero in un ospizio e Trish acconsentì,
ma prima che si liberasse un posto Helen Cowan
morì, nel febbraio del 1977, e fu cremata. Doug e George vennero
a casa per il funerale. Ma in quel giorno di aprile furono
solo le ragazze e Trish a seppellire le sue ceneri in giardino.
Cathy vi piantò sopra un rosaio.
«Cerchiamo di ricordarla come era», disse Trish, poi si rese
conto che per le figlie era sempre stata una nonna con problemi
di memoria. Aveva subito un declino lungo e lento. Si sentì
esausta solo a pensare quanto era durato. La piccola Tamsin
stava giocando con la terra, e Trish si rese conto che un giorno
anche lei, la più giovane fra loro, sarebbe morta, e qualcuno
non ancora nato avrebbe pianto la sua perdita. Si augurò che
non dovesse soffrire come la sua bisnonna, si augurò che nessuna di loro dovesse soffrire così.
Quell'estate Cathy prese il diploma, ottenendo risultati di
tutto rispetto ma non brillanti come quelli di George. «Ho
l'impressione che l'assenza del padre sia un bene per l'educazione
dei ragazzi», disse Trish a Barb. Cathy sarebbe andata a
studiare storia a Bristol. Fu Trish ad accompagnarla, dopo
aver riempito il suo maggiolino con tutti i libri e i vestiti della
figlia. Quando partirono, Helen sollevò la piccola Tamsin di
due anni perché le salutasse con la manina.
«Noi tre fratelli abbiamo preso la nostra strada», commentò Cathy accomodandosi sul sedile.
«Helen sta andando alla grande», rispose Trish, punta sul vivo. «Ma naturalmente sono molto orgogliosa di te, tesoro».
...
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CAPITOLO 21.
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Meglio rischiare di cadere: Pat 1971.
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Anche dopo aver superato lo shock iniziale, tutto continuò a
essere un incubo. Non era solo per le lesioni di Bee, già di per
sé abbastanza terribili. Aveva perso entrambe le gambe, la sinistra
amputata quattro centimetri sopra il ginocchio, la destra
dieci. Era il continuo logorio del dover mentire per fare
visita a Bee e del tenere dietro ai bambini. Cerano ancora quattro
settimane di vacanze estive prima che riaprissero le scuole,
e Pat non aveva nessuno a cui lasciarli nemmeno per un momento.
Era abituata a stare a casa con i bambini, ma anche a
concedersi una pausa quando Bee rientrava dal lavoro. Oltre a
questo, doveva trovare il modo di vedere Bee e contenere l'incessante
desiderio dei bambini di vedere la mamma. Nessun
ospedale li avrebbe fatti entrare. Ad aggravare la situazione, il
fatto che i parenti più prossimi di Bee fossero l'anziana madre
e il fratello Donald, e Pat non fosse autorizzata a prendere alcuna
decisione per lei. Anche quando Bee fu trasferita a Cambridge,
Pat ebbe difficoltà a farle visita. Arruolò tutti i suoi
amici perché sorvegliassero i bambini mentre lei andava all'ospedale.
Una volta conclusa la serie di interventi chirurgici, pensò
che Bee sarebbe potuta tornare a casa, ma bisognava apportare
le modifiche necessarie ad accoglierla. Ogni cosa richiese
un'infinità di tempo e comportò dei costi. L'assistenza sanitaria
in sé era ancora gratuita, grazie al cielo. Il governo parlava
di privatizzare il servizio sanitario nazionale e di sostituirlo
con un sistema su base assicurativa, ma la proposta non era
ancora andata in porto. Bee ebbe anche una ricompensa da
parte del governo per le lesioni subite e la perdita di introiti, e
poiché sostenne che sarebbe stata in grado di riprendere il lavoro
- e il New College confermò le sue aspettative - le fu
corrisposta una somma pari a sei mesi di stipendio. Servì a pagare
il montascale, indispensabile per portare Bee al piano di
sopra, e una sedia a rotelle in più pronta ad accoglierla in cima
alla rampa. Pat dovette provvedere a far allargare il vano delle
porte e a creare un bagno al pianterreno abbastanza grande
per circolare su una sedia a rotelle. Oltre alla spesa, comportò
avere operai continuamente fra i piedi e buchi dove Philip cadeva
e le bambine ficcavano il naso. Pat vendette la Mini e
comprò una nuova station wagon, l'unica vettura abbastanza
spaziosa da contenere una sedia a rotelle e cinque passeggeri.
Ultimati i preparativi, le sue finanze erano quasi esaurite e cominciò
a preoccuparsi perché non aveva ancora iniziato le ricerche
per la guida di Bologna.
Dovette anche continuare a pagare gli studenti che aveva
ingaggiato in tutta fretta per tener dietro al giardino, alle galline
e alle api. Di solito era Bee a pensarci con l'aiuto dei bambini,
e Pat non avrebbe saputo da dove cominciare. La confortante
sensazione di agiatezza che l'aveva accompagnata fino a
quel momento svanì di fronte al rapido prosciugamento dei
fondi e all'incertezza su come reintegrarli.
Era novembre quando Bee arrivò a casa a bordo di un'ambulanza.
Una giovane assistente sociale era già venuta a ispezionare
la casa. Approvò l'ampliamento delle porte e il bagno,
e anche la rampa per uscire in giardino e nel garage. Rimase
soddisfatta del montascale, ma inorridita quando vide il letto
matrimoniale nella camera di Pat e Bee. Troppo tardi, Pat si
rese conto che avrebbe dovuto fingere. Cerano quattro camere
da letto, una era per le bambine, e quella degli ospiti poteva
diventare la sua. Ricordò l'incontro dove Marjorie era intervenuta
tanto tempo prima, e il modo in cui la gente ignora le cose
se si evita di fargliele notare. Decise di far finta di niente.
«In che rapporti è con Miss Dickinson?», domandò l'assistente
sociale con penna e taccuino in mano.
«Siamo amiche», rispose Pat arrossendo.
«Qui è scritto che siete sorelle».
«Abbiamo detto così per le visite in ospedale».
«Capisco». Ne prese nota. «E di chi sono i bambini?»
«Nostri», disse Pat raddrizzando la schiena. L'assistente sociale
inarcò un sopracciglio. «Cioè, Flossie e Philip sono miei,
e Jinny è di Bee».
«E lei si sta prendendo cura di Jinny mentre Miss Dickinson
è in ospedale?»
«Sì».
«Ora posso vedere il bagno al piano di sopra?» Pat sospirò
di sollievo.
Adesso Bee era a casa, su una sedia a rotelle, ma a casa. Ringraziarono
l'autista dell'ambulanza e Pat spinse Bee nell'ingresso.
La sedia era pesante e non ben equilibrata. Pat aveva pensato
che le bambine avrebbero potuto spingerla, ma capì
subito che non sarebbe stato possibile.
I piccoli esitarono un istante appena videro Bee, poi le si
gettarono addosso in un groviglio di abbracci e di lacrime, finché
la sedia si ribaltò e finirono tutti sul tappeto. Bee fece una smorfia di dolore.
«E ora come ti tiriamo su?», chiese Pat.
«Per ora non ci pensare, vieni qui con noi», disse Bee. Pat
spinse indietro la sedia e si sedette sul pavimento. Puntellò
Bee contro di sé e la sostenne mentre i bambini le saltavano di
nuovo addosso. Bee sussultò di nuovo per il dolore, ma non disse niente.
«Mamma, mamma», continuavano a ripetere.
«Bellissimi i disegni e le cartoline che mi avete spedito», cominciò
Bee. «Mi dispiace che non ho potuto rispondervi spesso
come avrei voluto. Ma vedere i vostri disegni mi ha aiutato
a sopportare l'ospedale. Quanto mi siete mancati! E come siete
cresciuti. Non è leale crescere a mia insaputa!»
Erano cresciuti, ma non quanto Bee si era rimpicciolita. Pat
riuscì a soddisfare la richiesta di Bee e la issò sulla vecchia poltrona
di velluto verde. «Devo irrobustire le braccia», disse Bee. «Ho
fatto fisioterapia, e dovrò farne ancora. Devo nuotare, tenermi in
esercizio. Ho imparato a passare dalla sedia a rotelle alla tazza del
water; hai fatto montare le barre di sostegno nel bagno?»
«Sì, sì, e ce n'è uno nuovo al piano terra!», annunciò Philip.
«Due bagni, cosa direbbero i miei genitori!», disse Bee sorridendo
a Pat. «Che lusso! Poi ci servirà una sedia a rotelle elettrica.
Sono costose, ma ne vale la pena. Così, se non ci sono
gradini, posso spostarmi da sola. Avvicinatemi la sedia, uno di voi».
Jinny la ebbe vinta sui fratelli e spinse la sedia a rotelle fino
alla poltrona. «Spostala un po' da questa parte, bene. E ora
guardate», disse Bee sollevandosi dalla poltrona sulla sedia a rotelle.
Pat la seguì col cuore in gola. «Non cadere!»
«Cado spesso», rispose Bee. «Ma è meglio rischiare di cadere
che arrendersi».
«Non ti fa male?», chiese Jinny.
«Sì, fa male, ma ci sono cose peggiori. E a proposito di dolore,
cercate di non saltarmi addosso con troppo entusiasmo!»
«Ti amo», disse Pat. «E sono così felice di averti a casa».
«Per quanto tu lo sia, non sarai mai felice quanto me ora
che sono fuori da quei maledetti ospedali!», disse Bee. «Mi
verranno due braccia da orangutan... ti va bene?»
«Benissimo», la rassicurò Pat. «Ceniamo?»
«Cibo!», esclamò Bee. «Non quelle orribili pappette da ospedale!
Quanto ho desiderato un po' di cibo vero!»
«C'è la pasta con i funghi e il pollo», le rivelò Flossie. «Ah,
Èva al “Perché no!” voleva mandarti del gelato».
«Me lo ha detto mammina in ospedale», disse Bee. «Beh,
sarà per la prossima estate».
Bee era palesemente esausta quando le bambine andarono a
letto. «Diamogli una mezz'ora per addormentarsi e poi andiamo
a letto anche noi», disse Pat. «Parleremo sotto le coperte».
«Non solo», precisò Bee.
«Mi sembri molto stanca».
«Non quanto sono arrapata», rise Bee. «Quattro mesi in ospedale,
e prima dell'incidente non ti avevo vista per settimane».
Salirono nella loro stanza. Bee si issò sul montascale e poi si
spostò sulla sedia a rotelle leggera che Pat aveva destinato al
piano superiore. «Questa non va bene», disse Bee. «Può solo
essere spinta».
«Ora la spingo io», si offrì Pat. «Ne prenderemo un'altra semovente
da sostituire a questa. Oppure ne compriamo una
elettrica per il pianterreno e portiamo su l'altra».
«Credo sia la cosa migliore», replicò Bee.
A letto rimasero abbracciate a lungo in silenzio prima di fare
l'amore. Dopo, Bee si adagiò contro i cuscini. «Beh, ecco
qualcosa che posso fare anche senza gambe».
Pat rise, ma era prossima alle lacrime. «Sei straordinaria»,
le disse. «Hai sentito dolore mentre facevamo l'amore?»
«Beh... sì. Un po'. Ma non abbastanza da fermarmi». Bee
baciò Pat. «Quel che ci serve adesso è trovare un avvocato e
preparare gli atti di procura e tutto il resto. Insomma, quanto
sia necessario per diventare la parente più prossima l'una
dell'altra. Non ci avevo mai pensato finché non ne ho avuto
bisogno. E il discorso vale anche riguardo ai bambini: nominare
l'una tutrice sostitutiva dell'altra. Credo che sia questa la
procedura, legalmente parlando. E Michael... sempre che sia
d'accordo, ma penso di sì. Non so come avrei fatto senza di lui
subito dopo l'incidente. È stato un'ancora di salvezza, davvero.
Mi ha ascoltata, cosa che né Donald né i dottori hanno fatto.
E ha spedito quella lettera per te. E ha sopportato il clamore
successivo e i giornali e via dicendo».
«Dio lo benedica», disse Pat. «Sì, dobbiamo farlo».
«Sono fortunata a essere viva, e Jinny lo è ancora di più. Se
fossi rimasta uccisa non so che fine avrebbe fatto. Probabilmente
non ti avrebbero permesso di tenerla con te».
«Penso di no», concordò Pat. «L'ho riportata sul suolo inglese
in virtù di un semplice privilegio classista, non avevo
pensato che era registrata sul tuo passaporto. Fortuna che
aveva la carta d'identità. Un'assistente sociale è venuta a controllare
che tutto fosse stato predisposto per il tuo arrivo, e mi
ha chiesto dei bambini. Dobbiamo sistemare la questione al
più presto, potrei essere io ad avere un incidente. Forse Donald
e tua madre avrebbero acconsentito a farmi tenere Jinny,
ma non è detto. E se succedesse qualcosa a me, chi ci sarebbe?
Mia madre non è in grado di prendere alcuna decisione».
«Michael», rispose Bee. «C'è il suo nome sui certificati di
nascita dei bambini».
«Si troverebbe alle corde. Dobbiamo parlargli. Noi abbiamo
deciso di vivere in un certo modo, un modo non convenzionale,
e non devono essere i bambini a soffrirne».
«No, se si può evitare. Sanno già che non devono dire di
avere due madri. Ne abbiamo parlato con loro».
«Sì, ho fatto il discorsetto a Philip prima che iniziasse la
scuola a settembre».
Bee sospirò. «Mi dispiace così tanto aver perso quel momento».
Pat le fece una carezza per consolarla e poi la abbracciò forte.
«È davvero magnifico averti di nuovo qui. Mi sei mancata tanto».
«Anche tu».
L'indomani, dopo aver accompagnato i bambini a scuola,
Pat telefonò a Michael, che acconsentì a raggiungerle per il fine
settimana. Chiamò anche Lorna, chiedendole se conosceva
un avvocato ben disposto. Lorna la richiamò più tardi e le fornì
un nome, e Pat prese subito appuntamento per il lunedì.
A volte la determinazione di Bee vacillava e il dolore e la stanchezza
prendevano il sopravvento, minando la sua pazienza. In
generale, Pat era sbalordita da come Bee riuscisse a gestire bene
ogni cosa. Ordinarono una sedia a rotelle elettrica; la consegna
era prevista di lì a poche settimane. Michael arrivò la sera del
venerdì e scomparve sotto un'ondata di bambini. Aveva portato
in regalo tre confezioni per fare le bolle di sapone e tre bacchette
magiche, una diversa per ciascuno. «Si gioca solo in giardino!»,
disse subito Pat. «Quindi non fino a domattina!»
Michael rimase impressionato da come Bee riusciva a destreggiarsi
in casa. «Aspetta quando avrò la sedia a rotelle elettrica», gli disse.
Appena i bambini andarono a letto fu Michael a sollevare
l'argomento. «Non ho fatto che pensare a cosa ne sarebbe di
loro se vi succedesse qualcosa».
«È proprio di questo che volevamo parlarti», disse Pat. «Intendiamo
nominarci l'un l'altra tutrice legale di tutti i bambini».
«Non potete adottarli», disse Michael. «Mi sono informato.
Due donne...»
«Penso che sia possibile nominare l'altra tutrice legale in
caso di morte o altro. Chiunque può essere tutore. Ma tu sei
registrato come il padre sui loro certificati di nascita, è automatico
che si rivolgerebbero a te». Bee gli rivolse uno sguardo
interrogativo.
«Mi state chiedendo di rinunciare ai miei diritti su di loro?»
«No, solo ad accettare che, nel caso estremo, quella di noi
che dovesse rimanere in vita prenderebbe con sé tutti i bambini», rispose Pat.
...
«E se veniste a mancare sia te che Bee?»
Le due donne si guardarono. «Beh, in tal caso, cosa faresti?»
«Suppongo che mi prenderei cura di loro», rispose senza fretta.
«So che non era questo il nostro accordo originario», disse
Pat. «Non avevamo pensato affatto a un'eventualità del genere».
«All'inizio era pura teoria», replicò Michael. «Adesso sono
persone, tutti e tre, anche il piccolo Philip. D'accordo, se succede
qualcosa a voi due, ci penserò io. Ma se mi dovessi sposare,
come mi dite sempre di fare?»
«Questo complicherebbe le cose», disse Bee. «Ci stai pensando?»
«Come, mollarti dopo che quella foto sullo Standard ha fatto
pensare a mezza Londra e ai miei genitori che tu sei la mia
fidanzata? Quando avrei avuto il tempo di pensarci?»
Bee rise, poi tornò subito seria. «Ti sarò eternamente grata per questo».
«Era il meno che potessi fare». Michael rigirò la tazza di tè
fra le mani. «Avete qualcosa di più forte?»
«Credo ci sia del vino che abbiamo portato l'anno scorso
dall'Italia. Quest'anno niente, sono partita in fretta e furia», disse Pat alzandosi.
«Non ha portato nemmeno l'olio di oliva o i porcini secchi», aggiunse Bee.
Pat scovò una bottiglia di vino rosso ancora chiusa, tolse la
polvere e la portò nel salotto. La consegnò a Michael insieme
al cavatappi e andò a prendere i bicchieri.
«Chi apre il vino quando siete sole?», chiese Michael.
Pat e Bee si scambiarono un'occhiata. «Tutte e due, quando
diamo una festa», rispose Pat. «Di solito non beviamo vino se
siamo solo noi. Non siamo grandi bevitrici».
Michael aprì la bottiglia e riempì un bicchiere per sé e uno
per Bee, poi glielo portò alla poltrona verde dove Bee sedeva
abitualmente da quando era tornata a casa. Ne bevve un sorso.
«Vino rosso toscano, come quello che stavamo bevendo la sera
che è cominciata questa storia», disse Michael rigirando lo
stelo del bicchiere fra le dita.
«Mi ricordo», disse Bee. «Eravamo alla trattoria Bordino».
«In conclusione, credo che la cosa più sensata da fare sia
che vi nominiate l'un l'altra tutrice dei bambini e quel che segue.
Idealmente, non ne avrete mai bisogno e tutto proseguirà
come al solito, e i bambini cresceranno senza doversi preoccupare
di altro che non sia il deterrente nucleare autonomo
europeo e la graduale privatizzazione di tutto ciò che si presenta alla vista».
Bee levò in aria il bicchiere, e Pat la sua tazza di tè.
«Ma se capita qualcosa a una di voi, ecco la storia della tutela
e, se regge, fin qui tutto bene. Ma se c'è un problema, allora
penso che la cosa più sensata sia che io sposi chiunque di
voi due sarà rimasta. Sono il loro padre, ed è tutto legale e
riportato sui loro certificati di nascita e documenti d'identità.
Io sono il tutore legittimo, e se sposo una di voi due ecco che
diventerebbe la matrigna legittima. Non dovremmo comunque
vivere insieme o fare sesso o altro».Vuotò il bicchiere.
«È magnifico», disse Bee visibilmente commossa. «Ma un
terribile fardello per te. Philip non ha ancora cinque anni. Questo
significa che dovresti rimanere celibe per altri tredici anni. Beh, undici».
«Più diventano grandi, più diminuisce il problema», replicò
Michael. «E in ogni caso non ho progetti matrimoniali».
«Ma non vuoi avere dei figli tuoi?», chiese Pat.
«Ho dei figli miei, non è di questo che stiamo parlando?»
Si riempì di nuovo il bicchiere. «Sono molto affezionato a
voi due e amo quei bambini. So che non era questo il piano,
non era questo il nostro accordo, ma non ne posso fare a
meno. Non so se è istinto paterno o se è il semplice fatto che
sono così adorabili che li avrei amati chiunque fosse stato il padre».
«Non ho mai visto nessuno che prova tanto imbarazzo nel
fare una dichiarazione d'amore», disse Bee. «Hai superato anche
me e Pat, che eravamo davvero imbarazzate quando abbiamo ammesso di amarci».
Scoppiarono tutti e tre a ridere. «Bene, ora che è tutto stabilito,
lunedì possiamo andare tranquillamente dall'avvocato»,
concluse Pat.
Bee la guardò con uno scintillio malizioso negli occhi. «A
proposito di sesso, beh, si potrebbe fare», disse.
Pat le restituì lo sguardo e annuì. «Se lo desideri».
«Cosa?» Michael fissò prima l'una poi l'altra. «Pensavo che
non voleste altri bambini».
«Forse ti giungerà nuovo che esistono modi di fare sesso
che non prevedono il concepimento», disse Bee. «Modi
piacevoli».
«Per noi è sempre così», intervenne Pat. «Non è necessario
farlo in quel modo».
«Perciò, se ti va, puoi venire di sopra con noi a fare un po' di
sesso lesbico», aggiunse Bee con sguardo lascivo.
«Oh mio Dio», disse Michael. «State scherzando».
«Non stiamo scherzando», disse Pat.
...
.
...
CAPITOLO 22.
...
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...
“Sposarsi sulla luna”: Trish 1977-1980.
...
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...
Fu Duncan, uno degli uomini dell'associazione per la conservazione
di Lancaster, a suggerire che Trish dovesse candidarsi
per le elezioni comunali. All'inizio Trish accolse l'invito con
un certo scetticismo: non aveva alcuna qualifica, e poi perché
mai qualcuno avrebbe dovuto votare per lei? Non era nemmeno
una del posto, anche se ormai viveva a Lancaster da più di
dieci anni.
«Il comune ha bisogno di persone attente, che guardino con
un po' di buonsenso alle questioni ambientali. C'è tanta corruzione
in municipio», disse Duncan scuotendo la testa. «Si parla
solo di interessi costituiti, e risiedono tutti nelle loro tasche.
C'è bisogno di un cambiamento radicale».
«Non penso di avere tempo da dedicargli».
«È part time. Non è retribuito, ma percepiscono un'indennità».
«Candidati tu», replicò Trish.
«Lo farò, ma ci serve più di una persona».
Duncan si candidò come indipendente e Trish partecipò alla
campagna elettorale in suo favore. Con sua grande sorpresa,
fu eletto, e l'associazione per la conservazione di Lancaster
acquistò subito nuova visibilità. Duncan continuò ad aggiornarla
su quel che la giunta faceva e come funzionava, incoraggiandola
a candidarsi alle prossime elezioni.
Nel giugno del 1978, George si laureò con lode a Cambridge.
Trish, Helen e Tamsin, che ora aveva quasi tre anni, lo raggiunsero
per seguire la cerimonia. Cathy doveva sostenere degli
esami quel giorno e non potè accompagnarle. Mark si
presentò all'ultimo minuto. Si sedettero insieme e osservarono
il figlio accettare la pergamena dalle mani della principessa
Camilla. «Adesso potrai dire a quelli del MIT che l'hai conosciuta»,
lo aveva preso in giro Helen prima della consegna del
diploma. Trish trovò la cerimonia commovente, molto più della
propria, che ricordava a malapena. Non era stata così la cerimonia
al St. Hilda's. Per quanto il New College fosse un'istituzione
recente, erano riusciti a rendere l'occasione speciale.
Dopo i laureandi in discipline umanistiche e in materie scientifiche
fu la volta dei dottorandi, in toga e tocco accademici. In
ultimo, fu conferita una speciale onorificenza a una scienziata,
la professoressa Dickinson, che a quanto pareva aveva trovato
una cura per la grafiosi dell'olmo. Trish si unì all'applauso generale
quando la studiosa attraversò il palco, poi si alzò subito
per cercare George in mezzo alla folla.
Mark insistette perché pranzassero tutti insieme in un ristorante
che conosceva. George si portò dietro una ragazza. «Lei è
Sophie Picton», disse. «È una biologa. Volevo che la conosceste».
Aveva lunghi capelli biondi acconciati in un impeccabile
chignon francese. A Trish piacque il suo sorriso e il modo in cui
ascoltava pazientemente il chiacchierio di Tamsin, quest'ultimo
particolarmente evidente perché Mark, esasperato, continuava
a dire alla piccola di fare silenzio. Mangiarono pietanze
troppo cotte. George, Helen, Mark e Sophie si divisero una bottiglia
di vino bianco ordinata da Mark. Trish notò che Sophie
arricciò il naso appena ne assaggiò un sorso.
«Quindi hai ancora intenzione di andare in America?», domandò Mark.
«Sì, voglio fare il dottorato al MIT, a cominciare dal nuovo anno accademico», rispose George.
«Non ti aspetterai che paghi io?»
«È totalmente finanziato», replicò George con calma. «Come
lo è stato questo corso di studi. Tu hai dovuto solo versare
il contributo alle spese di vitto e alloggio che potevi permetterti
senza troppi sacrifici. Mi dispiace che ti abbia lasciato a corto di quattrini».
Trish notò che Sophie aveva posato di nascosto la mano sul
gomito di George, non capì se per dargli il suo appoggio o per
farlo tacere. Mark borbottò qualcosa e cambiò argomento. Tamsin
aveva appena raccolto un pezzo di pollo che le era caduto
sulla tovaglia e lo addentò, offrendo al nonno un pretesto per
deprecare il suo comportamento a tavola.
Quando ebbero finito, Mark pagò il conto e si congedò. «Mi
aspetta un lungo viaggio per arrivare a casa», disse, senza rendersi
conto che valeva anche per gli altri familiari. Il resto di
loro rimase fuori del ristorante dopo la partenza di Mark. «Anche
voi andate di fretta o possiamo andare da qualche parte a
goderci il sole per un'oretta?», propose Sophie.
«C'è qualche area giochi dove Tamsin possa correre liberamente?», chiese Helen.
George e Sophie si scambiarono un'occhiata perplessa. «Non
mi viene in mente niente del genere qui a Cambridge», disse
George, «ma se scendiamo giù al fiume potrà scatenarsi come
vuole, purché non cada in acqua».
Trish accolse l'idea con gioia. «Amavo vogare quando ero a
Oxford. A dire il vero, ne ho sempre sentito la mancanza da
allora. Non ho mai abitato in posti dove ci fosse un fiume».
«Puoi farlo questo pomeriggio», disse George. «Non avevo
idea che praticassi il canottaggio. Eri un'atleta dell'università?»
«Del mio college», rispose Trish. «A quei tempi le ragazze
non potevano gareggiare per Oxford». I giovani rimasero inorriditi.
«Non si ha idea delle battaglie già vinte, soprattutto se si
tiene lo sguardo puntato verso quelle ancora da combattere».
«Niente di più vero», commentò Sophie mentre si sedevano
sull'erba vicino al fiume. «L'altro giorno la professoressa
Dickinson ci ha detto quanto fosse stato difficile essere una
donna nell'ambiente scientifico quando aveva iniziato gli studi,
e mi ha fatto capire che, nonostante le difficoltà che ci sono
ancora, è tutto molto più semplice di venti anni fa».
«Anche tu sei entusiasta del nostro futuro nello spazio?», chiese Helen.
«Certamente», rispose Sophie scambiando un'occhiata con
George. «Ho fatto alcune ricerche nel campo dell'idrocoltura
che spero siano utili per la base lunare».
«E andrai anche tu al MIT?», domandò Trish.
«A Harvard», disse Sophie, e arrossì.
Trish rise. «Ehi, avete pianificato le vostre vite alla grande!»
«Papà non la pensa così», replicò George.
«Credo che sia invidioso», disse inaspettatamente Sophie.
«Invidioso?», ripeté George.
«Penso che Sophie abbia ragione», disse Trish, ricordando.
«Ebbe un Third, capisci, e tutti si aspettavano da lui risultati brillanti
e una carriera illustre. Ci mise parecchio tempo per farsi
accettare di nuovo e per reinserirsi nel mondo accademico.
Credo che non abbia mai superato l'umiliazione subita. Tu
stai facendo quel che avrebbe voluto fare lui. È ovvio che non lo veda di buon occhio».
«Vorrei che la smettessi di trovargli scuse», disse Helen. Guardò
Tamsin, che stava correndo in cerchio sul pendio sopra di
loro imitando il motore di un aeroplano. «Cerchi sempre di
giustificarlo quando si comporta da stronzo».
Trish fece una risatina nervosa.
«È vero, mamma», disse George. «Helen ha ragione».
«Suppongo di aver passato tanti di quegli anni a giustificare
il suo atteggiamento nei miei confronti che non riesco a smettere»,
replicò Trish. «Mi dispiace. So che avrei dovuto essere una madre migliore».
«Non è colpa tua se papà è fatto così», disse George. «Anche
se devo ammettere che uno dei vantaggi che offre Boston
è mettere un oceano fra me e lui».
«Vi siete sposati subito dopo Oxford?», chiese Sophie.
«Ho insegnato per due anni», rispose Trish. «Giù in Cornovaglia.
Perché, state pensando...»
«Non prima di aver conseguito i nostri dottorati e migliorato
le nostre finanze», disse George. «Ci stavamo pensando
prima che Sophie fosse ammessa a Harvard, così avrebbe potuto
seguirmi in America ma a questo punto non c'è bisogno di affrettare le cose».
«Bene, in qualunque momento decidiate di sposarvi, sarò
felicissima di averti come nuora», dichiarò Trish stringendo
affettuosamente la mano di Sophie. La ragazza la abbracciò.
«Naturalmente, il nostro sogno sarebbe di sposarci nello spazio»,
disse George, poi rise vedendo l'espressione inorridita
della madre. «No, so che non vorresti trovarti lì».
«Non sarò mai un'astronauta», disse Trish.
L'autunno successivo, dopo che George e Sophie furono partiti
per l'America, Trish si candidò alle elezioni comunali e fu
battuta per una manciata di voti. «Sarei dovuto venire a guidare
la campagna elettorale per te», scherzò Doug quando si incontrarono
a Londra. Aveva inciso due album da solista da
quando la band si era sciolta; nessuno dei due aveva riscosso
grande successo, ma continuava a scrivere pezzi e a fare tournée.
Stava collaborando con altri musicisti e parlava di formare
una nuova band. Ogni volta aveva una ragazza nuova, ma
mai niente di serio. Trish gli raccontò di George e di Sophie e
di come stessero bene insieme. «Era ora che George si trovasse
qualcuno», disse. «Credo che scriverò una canzone per loro
e la intitolerò “Sposarsi sulla luna”».
Helen decise di seguire dei corsi serali e rimettersi in pari
con gli studi. Per Trish, questo comportò la rinuncia ad alcuni
dei suoi impegni serali per badare a Tamsin. Una scelta che fece
a malincuore, ma consapevole della necessità per Helen di
ottenere il diploma. Abbandonò il gruppo pacifista e rinunciò
di nuovo a candidarsi per il consiglio comunale.
Un giorno Helen arrivò a casa con una proposta. «Perché
non sistemiamo il seminterrato e lo affittiamo come appartamento?»
«Non credo che mi piacerebbe avere degli estranei in casa»,
rispose Trish. «Ha un ingresso indipendente, ma è l'unica via
d'accesso al giardino. E poi c'è la lavatrice».
«Non stavo pensando a estranei. Tu conosci sempre un sacco
di gente, e ci sarà sempre qualcuno che vorrebbe vivere qui.
Bethany, Kevin e Alestra stanno cercando un posto proprio ora».
Bethany e Kevin lavoravano alla cooperativa alimentare.
Alestra, la loro bambina, aveva pochi mesi meno di Tamsin.
«È un'idea magnifica», concordò Trish.
Lei e Helen passarono quel fine settimana a pulire e tinteggiare
il seminterrato, e dedicarono il successivo a sistemare il
mobilio. Comprarono una cucina elettrica e un frigorifero. Poi
Helen invitò Bethany e Kevin a venire a dare un'occhiata. L'indomani si trasferirono.
Nonostante fosse coetanea di Helen, Bethany legò molto
di più con Trish. Aveva una passione per il cibo e spesso cucinava
per tutti le sue minestre di verdure, pasticci di lenticchie
al forno e chili con riso e fagioli. Suonava il flauto e componeva
musica, e così la casa risuonò ancora di note come
quando ci abitava Doug. Kevin era un tipo riservato. «Non è
il massimo», disse Trish a Helen, ma continuò a sopportarlo
per amore di Bethany. Ai suoi occhi di nonna, Alestra non
era né graziosa né vivace come Tamsin, ma era una bambina
buona e le due piccole giocavano volentieri insieme. La famiglia
di Bethany pagava un affitto basso, che certamente
aiutava nelle spese di casa, ma la cosa migliore era che Bethany
e Helen cominciarono ad alternarsi nel sorvegliare le
bambine e così Trish potè disporre nuovamente delle proprie serate.
Prima che Tamsin nascesse, Trish aveva trasformato il vecchio
studio di Mark in stanza dei bambini, e Helen si era stabilita
nella stanza accanto, dove prima dormiva Doug. Trish
aveva una stanza pronta per ciascuno dei figli, anche se ormai
erano raramente a casa tutti insieme, a parte a Natale.
Quel Natale, Sophie sarebbe stata loro ospite. Trish reclutò
Kevin per aiutarla a spostare i letti. Nella sua camera c'era un
letto matrimoniale che voleva mettere nella stanza di George
in fondo al corridoio, mentre lei si sarebbe adattata al vecchio
letto singolo di George. Nel sollevare l'estremità del letto
grande avvertì una fitta lancinante al petto e al braccio sinistro,
e dovette sedersi. «Credo di aver preso uno strappo», disse con un filo di voce.
«Sei sbiancata inviso», disse Kevin. «Devo chiamare il dottore?»
«No, preparami solo un po' di tè». Il giovane la accontentò,
e dopo una tazza di tè forte Trish si sentì subito meglio. Lasciarono
il letto nel corridoio finché non arrivò Doug e aiutò Kevin a spostarlo nella stanza di George.
«Non dovresti strafare, mamma», la rimproverò Doug.
Passarono un bellissimo Natale, con tanto di albero e regali. Bethany cucinò un delizioso nut roast.
...
NOTA: Nut roast: polpettone con noci e verdure, versione vegetariana del Sunday roast, tradizionale
piatto della domenica o dei giorni di festa. FINE NOTA.
...
Il giorno di Santo Stefano, Mark passò per vedere i ragazzi e gustare il mincepie.
...
NOTA: Mince pie: dolce tradizionale inglese del periodo natalizio, ripieno di frutta secca, spezie
e liquore. FINE NOTA.
...
Trish notò la sua esitazione, il suo disagio con Sophie e Bethany, la sua artificiosa cordialità con Kevin. Il problema con Mark, pensò, era che non era più suo marito ma non sarebbe mai potuto essere un estraneo. Le rimaneva appeso attorno al collo come un albatros, il padre dei suoi figli.
...
NOTA: Il riferimento è al poemetto La ballata del vecchio marinaio di S.T. Coleridge, dove il protagonista, accusato di aver portato sventura all'equipaggio per aver ucciso senza motivo un albatros, viene obbligato a portare il corpo dell'animale appeso al collo come una croce. FINE NOTA.
...
Dopo il Natale, Trish andò dal medico e gli raccontò del dolore al petto, episodio che non si era comunque ripetuto. Il medico le disse che con il cuore non si scherzava e le consigliò di fare più esercizio e di mangiare meno grassi.
Dopo essersi guardata intorno in cerca di un'attività che non l'annoiasse, cominciò a frequentare la piscina coperta di Kingsway ogni domenica di prima mattina.
Quell'autunno del 1979, Trish si candidò per il consiglio comunale e questa volta fu eletta. Trovò l'incarico uno strano miscuglio di faccende noiose e questioni di vitale importanza.
Il più delle volte si trattava di prendere atto dei problemi della gente e organizzarsi per farvi fronte, lavoro che le risultò estremamente familiare dopo essere stata segretaria di tante associazioni per lungo tempo.
Tamsin cominciò la scuola e Helen si dedicò a tempo pieno ai corsi di istruzione per adulti. Stava imparando a programmare computer, con grande stupore della madre.
Il brano di Doug Sposarsi sulla luna uscì nella primavera del 1980 e balzò al terzo posto nelle classifiche inglesi e all'ottavo in quelle statunitensi, un successo per lui senza precedenti.
Nessuno si era ancora sposato sulla luna, sebbene la base lunare ospitasse in media una dozzina fra scienziati e astronauti.
George e Sophie furono intervistati dai giornali riguardo al loro sogno, e la radio non faceva che suonare la canzone di Doug, al punto che Trish la sentiva ovunque andasse ed era stufa di dover rispondere alle solite domande. «Davvero suo figlio si sposerà sulla luna?» «Senza dubbio gli piacerebbe», diventò la sua risposta abituale.
...
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CAPITOLO 23.
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Orangutan: Pat 1971-1977.
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La sedia a rotelle elettrica, realizzata con i metalli ultraleggeri
dell'era spaziale, valeva ogni centesimo speso. Era ingombrante
e poco maneggevole, ma rendeva Bee indipendente, soprattutto
al college. Il New College fece di tutto per agevolarla.
Costruirono rampe e installarono un ascensore. Ogni anno
Bee doveva combattere con l'amministrazione perché le sue
lezioni si tenessero nelle aule che poteva raggiungere, ma erano
battaglie che vinceva sempre. Continuò a insegnare e a
condurre ricerche laddove molte persone avrebbero rinunciato.
«Non ho mai avuto intenzione di rassegnarmi alle padelle»,
diceva. Progettò attrezzi da giardinaggio con il manico
lungo che poteva utilizzare stando sulla sedia a rotelle, e insegnò
a tutti i bambini come aiutarla. Si calava anche dalla sedia
e lavorava sul terreno. Con la sola forza delle braccia riusciva a
spostarsi sulle superfici piane, una tecnica che aveva sviluppato
prima sul letto e in seguito l'aveva estesa ai pavimenti della
casa e infine al giardino. Pat diceva che così facendo distruggeva
i vestiti, ma Bee ribatteva scherzosamente che la mancata
spesa per le scarpe compensava il danno.
L'unico sacrificio fu rinunciare alle api. Per Bee non era possibile
sollevare le arnie e nessun altro poteva sostituirla senza
farsi pungere.
Il primo anno fu particolarmente difficoltoso e i soldi cominciarono
a scarseggiare. «Penso che dovremmo vendere la
casa di Firenze», disse Pat.
«Mai!», disse Bee. «Spezzeremmo il cuore ai bambini».
«Anche per me sarebbe molto triste», disse Pat. «Ma le imposte
patrimoniali aumentano ogni anno, e l'immobile è aumentato
di valore più di quanto avrei mai immaginato. Se la
vendiamo, potremmo vivere agiatamente. E non so come potresti
destreggiarti dentro quella casa, tra le condizioni dell'impianto
idraulico e le porte così strette».
«Nella palestra dove faccio fisioterapia hanno degli anelli
appesi al soffitto. Pensavo di montarne qualcuno anche lì, così potrei girare senza problemi».
«La mia orangutan», disse Pat con affetto. «Anche se funzionasse,
non sarebbe per niente facile. Operai italiani? Se vendessimo la casa...»
«Siamo così a corto di soldi?»
«Beh, non ho più scritto la guida di Bologna. Alla Constable
sono stati molto comprensivi, ma non mi pagheranno per un
libro che non ho consegnato. E tutte le modifiche apportate a
questa casa sono state dispendiose. E anche tenere mia madre
in quella casa di riposo. Ce la faremo, ma sarà dura. I soldi che
ha fruttato la traduzione francese ci hanno tirato fuori dai guai,
e le royalty americane dovrebbero arrivare tra qualche settimana,
ma la situazione comincia a essere un po' precaria».
«Non possiamo vendere la casa di Firenze. Sarebbe una follia».
Bee si accigliò. «Non potresti andare a Bologna per una
settimana a fare le ricerche necessarie e poi tornare a casa e scrivere la guida?»
«Non posso lasciarti!»
«Potrei farcela», disse Bee.
«Ne sono certa», disse Pat, sebbene non ne fosse affatto sicura.
Bee non arrivava al piano dei fornelli o al bollitore, e il
progetto di ristrutturazione della cucina era stato accantonato
per via dei costi. Era sulla lista di cose che avrebbero potuto
fare se avessero venduto la casa di Firenze. «Ma io non riuscirei
a stare senza di te. Sarei infinitamente infelice, persino in
Italia. Guarda cos'è successo l'ultima volta che ti ho lasciata! E
poi, metti caso che quell'assistente sociale venga di nuovo qui a ficcare il naso...?»
L'assistente sociale continuava le sue visite. Voleva accertarsi
del benessere di Bee e dei bambini, o almeno così diceva.
Adottarono un comportamento cauto. Pat trasferì alcuni suoi
indumenti nell'armadio della stanza degli ospiti e si preparò a
dire che lei dormiva lì. L'assistente sociale non salì più al piano
di sopra, ma cominciò a fare domande ai bambini, e questa
era una fonte di preoccupazione. Era parso loro incantevole
che i bambini le chiamassero “mamma” e “mammina”,
ma ora lo videro come un pericolo e cercarono di abituarli a
chiamarle per nome. Le bambine impararono in fretta, ma Philip non ne voleva sapere.
«Non possono portarci via i bambini, vero?», chiese Pat.
«Non lo so», disse Bee. «Non è una situazione contemplata nei loro moduli».
Alla fine Pat decise di rendere più solida la base finanziaria
della famiglia tornando a insegnare. Bee aveva ormai ripreso
il lavoro, almeno part time. I bambini andavano alla scuola
del paese, e Flossie e Jinny erano perfettamente in grado di
badare a Philip lungo il breve tragitto a piedi. Nei giorni in cui
Bee andava al lavoro, Pat la accompagnava al New College e
poi andava alla sua scuola; alla fine della giornata scolastica
passava a prendere Bee e la riportava a casa. Tutto filava relativamente
liscio. La vecchia scuola di Pat non aveva posti vacanti,
ma c'era una scuola diurna privata per sole ragazze che
cercava disperatamente un'insegnante di inglese per la quinta
e la sesta classe. Pat aveva sempre amato l'insegnamento e
fu lieta di ricominciare. Oltre all'inglese insegnava anche cultura
generale, materia che trasformò subito in un corso di arte
e civiltà classica e rinascimentale. Le alunne ne furono entusiaste.
Non potè più portare sua madre fuori a pranzo, un'iniziativa
che comunque non aveva mai riscosso grande successo. Continuò
a farle visita ogni domenica, generalmente da sola perché
Bee preferiva conservare le sue energie per cose che
amava, e perché in genere sua madre era spietata con i bambini.
A volte riconosceva la figlia e la chiamava Patsy; altre volte
era immersa in un mondo tutto suo. Le confidava che le infermiere
e gli altri pazienti rubavano le sue cose. Chiedeva aiuto
perché la aiutasse a fuggire di lì e tornare a casa. Spesso piangeva e sembrava disperata.
Quella primavera Pat cercò di vendere la casa della madre.
Il denaro sarebbe stato utile per pagare la retta della casa di riposo.
Andarono tutti a Twickenham a vuotare l'abitazione e
portarono scatoloni di oggetti ai punti vendita di beneficenza
locali. Poi Pat si rivolse a un agente immobiliare perché mettesse
la casa in vendita. Tutto filò liscio finché Pat non disse
che l'immobile apparteneva a sua madre. «Ha la proprietà da
più di cinque anni?», domandò l'agente.
«Dagli anni Venti», rispose Pat. «Credo che i miei genitori
l'abbiano comprata quando si sono sposati nel 1925».
«In tal caso non ci sarà un certificato di proprietà e sua madre
dovrà venire di persona per autorizzarne la vendita», disse l'agente.
«È molto anziana ed è in una casa di riposo a Cambridge».
«Allora può darle questi moduli da riempire e poi riconsegnarli
a me», concluse tirando fuori una pila di scartoffie.
«Ho gli atti di proprietà della casa», disse Pat.
«Abbiamo comunque bisogno di questi moduli», ribadì l'agente.
«Mia madre non riuscirebbe a decifrarli», insistette Pat.
«Allora li compili lei e le faccia semplicemente apporre la firma».
Ottenere quella firma fu un'ardua impresa che andò avanti
per settimane. La madre era in una fase di diffidenza e si rifiutava
di sottoscrivere qualsiasi cosa. Quando Pat la colse in un
momento di maggiore serenità, l'anziana donna sembrava aver
dimenticato come si scriveva e restò seduta a mordicchiare la
penna. Alla fine firmò i moduli, ma con un “Con affetto, nonna”
scritto a grandi caratteri incerti. Pat andò dal legale che
aveva seguito la pratica per la tutela dei bambini e domandò
cosa potesse fare. L'avvocato non le fu di alcun aiuto. «L'unica
soluzione sarebbe un atto di procura che la autorizza ad agire
per suo conto, ma avrebbe dovuto farlo prima, quando sua
madre era ancora in condizioni di dare il suo assenso. Se la
questione viene portata davanti a un tribunale così com'è, il
magistrato nominerà qualcuno a patrocinare la causa di sua
madre e che assumerà il controllo dell'immobile: un assistente
sociale e un consulente finanziario».
«Ma ho letto il suo testamento e ha lasciato tutto a me!»
«Sua madre è ancora in vita», le fece notare il legale. «Se fossi
in lei, aspetterei che la casa diventi sua prima di venderla».
«Sto pagando di tasca mia per tenerla in quella casa di riposo», disse Pat.
«È libera di trasferirla in un posto meno costoso». Una decisione
che Pat non riuscì a prendere. Non si poteva certo dire
che alla madre piacesse la casa di riposo di Trumpington, ma
ormai ci aveva fatto l'abitudine e qualsiasi cambiamento avrebbe solo peggiorato le cose.
Con l'arrivo dell'estate fecero i preparativi per andare in Italia.
«Andiamo in macchina o prendiamo il treno?», chiese Pat
durante una delle loro conversazioni mattutine.
«Ho sentito parlare di macchine adattate per una guida senza
pedali. Vetture con il cambio automatico». Bee leggeva con
interesse ogni novità nella tecnologia di assistenza per i portatori di handicap.
«Qui?»
«Negli Stati Uniti», ammise Bee.
«Allora, se andiamo in macchina dovrò guidare io per l'intero
tragitto, vale a dire che impiegheremo quasi una settimana.
E la nostra vecchia automobile è ancora là. Sara ha detto
che l'avrebbe venduta per noi, ma ha sopravvalutato la domanda
italiana per vetture con la guida a destra».
«Potremmo tornare in macchina», disse Bee.
«Sì. I bambini si sono divertiti in treno. C'era uno scompartimento
con quattro letti, due su ogni lato. Penso che potremmo farcela».
«Il bagno com'era?»
«Minuscolo... non riusciresti mai a entrarci con la sedia. Ma ti aiuterò io».
«Mi stavo chiedendo quale sedia portare. È inutile portare
quella elettrica. L'alimentazione è diversa in Italia, non potremmo
ricaricarla. Ed è così pesante da caricare e scaricare
dal treno. Potrebbe essere più funzionale quella pieghevole:
entrerebbe in macchina al ritorno e forse passerebbe dalle
porte. Solo che io non posso spingerla da sola. Questa che
usiamo al piano di sopra è probabilmente la soluzione migliore,
se le dimensioni lo consentono, e poi c'è il problema di
portarla fino a casa. Sembra l'indovinello della volpe, la gallina
e il sacco di grano», concluse Bee ridendo.
«Potremmo andare e tornare in treno. Così com'è ora, la
macchina è praticamente inservibile. Se ne compriamo un'altra,
deve essere una di quelle adattate, in modo che tu possa
guidarla. Quando cominceranno a fabbricarle anche qui...»
«Oppure potremmo prendere l'aereo», propose Bee. «Sarebbe
una bella spesa per la nostra famiglia, ma lì sanno come
gestire le sedie a rotelle, e poi arriveremmo di sicuro meno stanche».
«Non ho mai volato», disse Pat. «Esaminerò la questione. Potrebbe
diventare una spesa deducibile se raccolgo informazioni utili e le inserisco nella guida».
Nonostante la spesa, presero il volo da Gatwick a Roma.
Bee dovette essere trasportata di peso a bordo dell'aereo e la
sua sedia viaggiò nello scompartimento bagagli. «Grazie al
cielo non è un volo lungo», disse, e rifiutò qualsiasi bevanda.
«I bagni in Italia saranno un vero problema», disse Pat.
«Oh beh, in questo caso useremo la padella», replicò Bee.
Il volo terrorizzò Pat e Jinny, che si aggrapparono ai braccioli
delle poltrone a ogni scossone, gli altri invece lo trovarono
divertente. Le hostess furono particolarmente premurose
con Bee e servirono tanto di quel succo di frutta ai bambini
che le madri pensarono che avrebbero finito col vomitare.
«Sarei potuta tornare in aereo l'anno scorso», disse Pat. «Non mi è mai passato per la mente».
«Non avrebbe fatto alcuna differenza», disse Bee.
A Roma presero il treno per Firenze. I bambini seguirono eccitati
la corsa del convoglio che si tuffava e riemergeva dalle
gallerie, lasciando apparire per pochi secondi colline e cittadine
medievali. «Fa caldo», osservò Bee.
«Italia!», esclamarono i bambini in coro, attaccando discorso
con gli altri passeggeri in un italiano spedito. Queste conoscenze
di viaggio si rivelarono utili quando il treno si fermò a
Firenze e Pat ebbe bisogno di aiuto per tirare giù la sedia di Bee.
Un uomo di mezza età con cui i bambini avevano fatto amicizia
si fece subito avanti.
«A giudicare dall'attenzione che hanno nei confronti di neonati
e bambini, mi sarei aspettata un maggiore riguardo per i
disabili», osservò Bee.
«Sì, maggior riguardo a livello individuale, ma nulla a livello
pubblico. Niente rampe. Tutti questi ciottoli. Niente bagni».
«Smettila di angustiarti per i bagni», disse Bee. «Siamo a Firenze!
E per Firenze questo e altro!»
Persino Bee si scoraggiò un po' quando scoprì che la sedia
non passava nel vano del portone. Si calò a terra e si trascinò
sulle braccia. Pat mise subito i bambini a letto, ignorando le
suppliche per avere almeno un gelato. Preparò un letto per sé
e Bee sul pavimento della cucina. Poi aiutò Bee ad andare al
bagno. «Mi dispiace che tu debba farti carico di tutto questo»,
disse Bee trascinandosi fino al letto. La sedia fu parcheggiata
sotto il pergolato, vicino al tavolo dove avevano consumato
tanti deliziosi pasti italiani.
Pat era quasi troppo stanca per rispondere. Si infilò sotto le
coperte accanto a Bee e la strinse forte a sé. «Certo, sarebbe
stato meglio se la bomba ti avesse risparmiato, se tu stessi ancora
bene. Ma è successo. La violenza casuale è parte della vita.
Gli irlandesi, gli algerini, i baschi e le Brigate rosse fanno
saltare in aria la gente. A loro non interessa chi siano le vittime.
Non possiamo evitarlo. È come se fossi stata colpita da un
fulmine. E io non sopporto che tu sia stata colpita da un fulmine,
ma sono felice che tu sia viva».
Michael le raggiunse per un paio di settimane e, durante il
suo soggiorno a Firenze, Pat riuscì finalmente a completare le
ricerche per la guida di Bologna e per un'altra su Genova. Il
giovane aiutò Pat a spostare i letti al piano di sotto e a sistemarli.
«Quel che vi serve è una sedia a rotelle meno ingombrante
per questa casa», disse.
«E un montascale», aggiunse Pat. «Magari quando avrò scritto
queste guide e ricevuto il relativo compenso. È così difficile
fare lavori di ristrutturazione qui in Italia».
«Il bagno come prima cosa. E le sbarre di sostegno», disse
Bee dall'esterno, dove era rimasta sulla sedia a rotelle.
A poco a poco le loro finanze ripresero quota. Pat scrisse le
guide, e anche se non erano accurate come le prime, nessuno
reclamò. I volumi vendevano sempre bene. Pat continuava a
insegnare e Bee a lavorare presso il New College. Spesso avevano
studenti volontari in giro per la casa e il giardino, nel
frutteto a far pratica di innesti o nella serra che avevano costruito,
dove Bee ibridava le piante e svolgeva gran parte della
sua ricerca. Risistemarono la cucina con banconi bassi, accessibili
dalla sedia a rotelle. Alla fine riuscirono a rendere la casa
fiorentina discretamente vivibile, allargarono il vano del portone,
ma non fu mai possibile installare un montascale.
Nel 1974 le bambine superarono gli esami finali della scuola
primaria e iniziarono la scuola secondaria femminile a Cambridge,
la stessa dove Pat aveva insegnato prima della loro nascita.
La Gran Bretagna era tormentata da scioperi e rappresaglie.
La violenza sembrava essere ovunque. Le Brigate rosse
fecero saltare treni e rapirono politici in Italia, e l'IRA fece lo
stesso sul suolo inglese. Nel frattempo, l'Europa si avvicinava
sempre più all'unità politica. Il Portogallo era ancora coinvolto
in una spietata guerra coloniale a Goa. Gli americani continuavano
a combattere in Vietnam, i francesi in Algeria. Le colonie
inglesi in Africa covavano la ribellione. Nello spazio, le
stazioni spaziali e le basi lunari russe ed europee si guardavano
in cagnesco, mentre l'America cercava tardivamente di
mettersi in pari costruendo la propria stazione spaziale. I sovietici
soffocarono il dissenso in Polonia come avevano fatto
prima in Ungheria e Cecoslovacchia.
Nel 1975 Michael divenne direttore artistico del giornale
The Observer. Nel 1976 Bee riuscì finalmente ad avere una
macchina che era in grado di guidare. L'assistente sociale continuò
a chiamare due volte l'anno. Bee e Pat si sforzarono di
considerarla una routine, ma quella telefonata riusciva a snervarle
ogni volta. Il timore di perdere i figli non le abbandonava
mai. I bambini crescevano svegli e sicuri di sé, grazie al senso
pratico di Bee, all'amore per le parole di Pat e al senso estetico
di Michael. Continuarono a essere bilingue, inglese e italiano,
con grande soddisfazione dei loro genitori.
La madre di Pat peggiorò ulteriormente. Quasi mai riconosceva
la figlia, ed era quasi sempre spaventata e reagiva con
violenza. Nella primavera del 1977 si prese un'infreddatura e
morì. Fu sepolta a Twickenham accanto al marito e a Oswald,
in una giornata gelida e sferzata da un vento di levante che mordeva le ossa.
«Non mettetemi qui», disse Pat a Bee e ai bambini mentre tornavano alla macchina. Flossie spingeva la sedia di Bee. «Non m'importa cosa farete di me, ma non mettetemi qui».
«Che pensiero raccapricciante, mammina», commentò Philip.
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CAPITOLO 24.
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Una vita piena: Trish 1980-1981.
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Trish insegnava a tempo pieno, svolgeva la funzione di consigliere
comunale, teneva due corsi serali, era segretaria delle
due associazioni e frequentava il gruppo per la presa di coscienza
delle donne. Il suo calendario era sempre pieno e se qualcuno
proponeva qualcosa doveva consultare l'agenda. Bethany
si accollò gran parte delle incombenze di cucina, e Helen gran
parte delle pulizie. A volte la casa aveva un aspetto trascurato,
ma Trish non ci badava. Di solito era lei ad accompagnare
Tamsin e Alestra a scuola lasciando a Bethany, che seguiva un
orario di lavoro flessibile alla cooperativa alimentare, il compito
di andarle a prendere. Cathy si laureò nell'autunno del
1980 e trovò subito un impiego a Londra presso una società di
intermediazione finanziaria.
«Cosa fai, precisamente?», le chiese Trish.
«Tu non capiresti», fu la risposta. All'università Cathy aveva
avuto una storia con una ragazza, dando da pensare alla madre
e portando il padre sull'orlo di un colpo apoplettico. Ora
aveva un ragazzo, Richard, ragioniere. Presero un appartamento
insieme a Kentish Town e si dilettarono amabilmente
nella vita a due.
«La vostra generazione se la cava molto meglio della mia in
questo genere di cose», disse Trish a Helen sul treno che le riportava
a casa dopo una visita a Cathy e Richard.
«Non saprei», disse Helen. «Penso che bisognerà aspettare la
generazione di Tamsin per aggiustare il tiro. Guarda Doug».
La vita amorosa di Doug era un disastro, proprio mentre la
sua carriera sembrava decollare di nuovo, nonostante la nuova
tendenza punk. Trish storse la bocca. «Malgrado ciò».
«E anche a me non sta andando molto bene», disse Helen.
Gli uomini continuavano a essere attratti dalla sua bellezza immutata,
ma non c'era mai nessuno di cui Helen avesse un'opinione
positiva. «A volte mi domando se non dipenda dal fatto
che mi chiamo Helen, come se il nome avesse una qualche influenza».
«Non vedo come potrebbe. Ti abbiamo dato il nome della
nonna, e lei non era una bellezza».
«Beh, su di me ha avuto effetto. Comunque sia, non dovresti
perdere la speranza riguardo alla tua generazione per colpa
di papà. Non sei troppo vecchia per trovarti qualcun altro».
Trish rise.
Helen si impegnò a fondo durante il corso di programmazione
e poi passò a un corso di informatica presso l'università.
«Oggi ho visto papà», disse una sera. «Era circondato da studenti e ha fatto finta di non vedermi».
«Sei sempre stata la sua preferita», commentò tristemente Trish.
Il sabato prima di Natale organizzarono una festa per decorare
l'albero prima dell'arrivo della famiglia in occasione delle
feste. Si presentarono frotte di compagni di scuola di Tamsin
e un numero sorprendentemente notevole di persone che Trish
aveva invitato a caso nel corso della settimana precedente.
Mangiarono i mince pie di Bethany e altri fatti arrivare da
Marks and Spencer, bevvero tè, succhi di frutta Ribena e un
punch al vino preparato da Helen. Quando l'albero fu decorato
e i bambini furono a letto, gli ultimi sopravvissuti alla festa
sedettero intorno al tavolo di cucina a bere tè alla menta e a
gustare pane e formaggio. Kevin non era presente. Ultimamente
passava molto tempo fuori casa, con una frequenza che
Trish cercava di non considerare allarmante. I superstiti erano
Bethany, Helen, Duncan, Barb, Jack - il nuovo compagno
di Barb - e uno dei tutor di Helen, un professore ospite americano
che fu presentato come “dottor Lin”.
Trish si ritrovò a parlare con lui, che era più o meno suo
coetaneo. «Passerò un anno qui nell'ambito di un programma
di scambio organizzato dall'università», le disse. «E prima che
me lo chieda, sì, è la prima volta che vengo in Europa e mi piace molto».
«Dove insegna, di solito?», gli chiese Trish.
«Alla Berkeley, vicino a San Francisco».
«Mio figlio è al MIT».
«Ho fatto il dottorato al MIT».
Trish gli confessò che non era mai stata in America e che le
sarebbe piaciuto visitarla. «George continua a propormelo,
ma è così lontana, e il viaggio così costoso. Non ho mai preso
l'aereo. Sono tante le cose che non ho mai fatto».
«Mi spiace», disse. «Trovo fantastico fare nuove esperienze».
«Trova fantastico anche il cibo inglese?»
Il dottore rise. «Penso che i mince pie siano deliziosi. Mi ricordano
il cibo cinese, dolce ma non dolce, e speziato».
«Il cibo cinese è un'altra cosa che non ho mai provato, a parte
quello da asporto. Lei è cinese?», gli chiese.
«Sono nato a New York, ma i miei genitori sono di Hong Kong».
A Capodanno del 1981 il dottor Lin telefonò a Trish e la invitò
a mangiare cinese al Jade Garden, che considerava il più
attendibile fra i ristoranti cinesi locali. Trish riconobbe subito
la sua voce. Tirò fuori l'agenda e fissò la cena alla prima sera libera.
«Un appuntamento!», esultò Bethany quando Trish accennò all'invito.
«È un americano solo e lontano da casa, che ha voluto semplicemente
fare un gesto gentile e cordiale», replicò. Poi fece una
pausa e guardò Bethany. «Come dovrei vestirmi, secondo te?»
Bethany rise. «Quando è stata l'ultima volta che sei uscita con un uomo?»
«Non sono sicura di averlo mai fatto nel senso che intendi tu. Di certo risalirà al 1949».
«Diamo un'occhiata all'armadio».
«Ho abiti adatti a un'insegnante scolastica, abiti adatti a un
consigliere comunale e abiti che vanno bene solo per il giardinaggio
e le faccende di casa», disse Trish.
Alla fine indossò una gonna e una camicetta che Bethany
trovava ben assortite, e una collana di giaietto che era appartenuta
a sua madre e che ora portava Helen. Tutta l'agitazione
dell'attesa svanì appena il dottor Lin arrivò. Era più basso di
lei, particolare impercettibilmente rassicurante. Non esaurirono
subito gli argomenti di conversazione - uno dei suoi motivi
di agitazione - né lui si dilungò a parlare di computer. Il
cibo cinese era delizioso, ma Trish non ci trovò nessuna somiglianza
con i mince pie-, più che altro, le ricordò il cibo da
asporto che comprava quando i ragazzi erano adolescenti e lei
era troppo indaffarata per cucinare. Il dottor Lin le mostrò come
usare le bacchette e le chiese di chiamarlo David.
«È questo il suo vero nome?»
«È la forma inglese del mio nome».
«Qual è, in realtà?»
«Da Wei», rispose. «Lin Da Wei. I cinesi mettono prima il
cognome. Ma David è il nome con cui mi chiamano abitualmente,
quindi mi chiami così, la prego».
La settimana successiva la portò a un concerto all'università,
e la settimana ancora dopo Trish lo invitò al pranzo della
domenica, cucinato da Bethany e a cui partecipò tutta la famiglia
di Trish. Dopo mangiato, lei e David fecero una passeggiata
da soli lungo il canale, fino all'acquedotto. Camminarono di
buon passo per scaldarsi nell'aria gelida.
«Fa più caldo in America?», chiese Trish notando come David
tenesse le mani affondate nelle tasche.
«In California, sì. A New York, dove sono cresciuto, l'inverno è molto più caldo. Ma questo è freddo umido. Si sente nelle ossa».
David ammirò il panorama dall'acquedotto, che abbracciava
il canale e la valle del fiume Lune.
«Appena arriva la primavera dobbiamo fare qualche passeggiata
fino a Silverdale. Un paesaggio totalmente diverso,
pietra calcarea. E prima di partire dovresti vedere anche il Lake
District. Sarebbe un peccato venire fin qui e visitare soltanto Lancaster».
«Non mi piace guidare dal lato sbagliato, così non sono stato in molti posti».
«Posso accompagnarti io», si offrì Trish.
Due settimane dopo, David la invitò a Manchester per assistere
alla festa del Capodanno cinese. Trish dovette rinunciare
a una riunione del gruppo pacifista per arrivare in tempo. Manchester
si trovava a un'ora di macchina lungo l'autostrada.
Trish si mise al volante. Era l'Anno del gallo, e la Chinatown
della città era disseminata di vivaci rappresentazioni del pennuto.
Trish ammirò la danza del dragone e gradì enormemente
il cibo e la cordialità che tutti le mostrarono. «Avremmo dovuto
portare Tamsin, le sarebbe piaciuto tantissimo», disse.
Appena Trish ebbe una serata libera, cenarono di nuovo insieme
al Jade Garden e alla fine David allungò una mano e la
posò sulla sua. Non l'aveva mai toccata prima d'allora, se non
per posizionarle le dita sulle bacchette. «Mi piaci molto e penso
che, nonostante la tua vita sia piena di impegni, tu sia comunque
sola. Lo stesso vale per me. Alla fine di giugno tornerò
a San Francisco. La mia vita è là, e anche mia moglie e la mia
famiglia. Ma fino ad allora potremmo divertirci insieme».
Trish ritirò la mano. «Non credo che...»
«Prova qualcosa di nuovo», le disse.
«Tua moglie...»
«Abbiamo un accordo. Lei non bada a quel che faccio mentre
sono via. Non compromette il nostro rapporto. Non le dirò
nulla, se non che ho trovato un'amica, cosa che le ho già
detto. Quel che noi due faremo prima che io torni a casa non
può ferirla, né lei può ferire te».
Così diventarono amanti, e fu una rivelazione. Trish era pronta
a sopportare il sesso per non perdere la compagnia di David,
che gradiva molto. Invece, per la prima volta nella vita, il
suo corpo si aprì al piacere. David non avrebbe potuto essere
più diverso da Mark. Tanto per cominciare, per lui era normale
stare tutta la notte a letto a scambiarsi tenerezze, cosa in
sé molto piacevole. Riportarono il letto matrimoniale nella stanza
di Trish. Inoltre, volle tenere la luce accesa mentre facevano
l'amore. «Voglio vederti», insistette.
«Non sono mai stata una bellezza», protestò Trish. «E ora
sono vecchia, oltre la menopausa. Sono una nonna».
«Anch'io sono nonno», replicò. «Quanti anni hai?»
«Cinquantacinque», ammise Trish.
«Io ne ho solo cinquantadue, vecchia signora».
Fece l'amore senza fretta, carezzandole il corpo. Le insegnò
nuovi atti e posizioni, alcuni molto piacevoli. «È così che fanno
l'amore gli americani?»
«È come lo faccio io», rispose. A differenza di Mark, gli piaceva
conversare a letto, voleva che lei gli dicesse cosa stesse provando
e cosa le piaceva, e cosa voleva che lui facesse.
«Anche dopo quattro figli e tutti quei parti di feti morti mi
sento come se avessi perso la verginità solo con te», disse.
Continuarono a uscire insieme, a cena o a concerti, e appena
il tempo migliorò arrivarono in auto fino al Lake District per fare
picnic e passeggiate. David era in buoni rapporti con l'intera
famiglia. Piaceva a tutti. Trish lo punzecchiava perché mettesse
buoni voti a Helen, ma lui diceva che non ce nera bisogno, che
Helen otteneva buoni voti da sola. Trish continuò a portare
avanti tutte le sue attività, nondimeno saltò sempre più spesso
le riunioni con il gruppo pacifista e il gruppo per la presa di coscienza
delle donne, che ora le sembrava meno pertinente alla
sua vita. David non era come gli uomini di cui parlavano.
Non si trasferì da lei. Conservò il suo alloggio al campus e
passava tre o quattro notti alla settimana con Trish. Il tempo
volò via in fretta. Quando fu ora di rientrare negli Stati Uniti,
Trish lo accompagnò all'aeroporto di Manchester. «Ti rivedrò
mai?», gli chiese.
«Improbabile», replicò. «Mi spiace,Trish. È stato magnifico.
Ma io non prevedo di tornare qui, e se tu vieni a San Francisco
mia moglie non ne sarebbe felice».
«Che ne dici di Boston, dove George sta facendo il dottorato?»
«Se pensi di venire a Boston, scrivimi. Non ci capito spesso,
ma non è impossibile. Potrei trovare una scusa. Non ti prometto
niente. Non roviniamo quel che è stato. Sapevi fin dall'inizio
che sarebbe finito qui».Trish lo baciò per l'ultima volta
quando lo lasciò davanti all'aeroporto e guidò fino a casa, con
il viso rigato di lacrime.
Helen cercò di consolarla. «Bene, ora sai che al mondo ci sono
uomini diversi da papà. Magari ne troverai un altro».
«Cosa diavolo dicono le donne?», replicò scherzosamente Trish.
Helen rise e scosse la testa.
«Vorrei non averlo mai incontrato», disse poi a Bethany, giù
nel seminterrato. «Ero felice di essere così occupata. La mia vita
mi piaceva. Gli ho fatto posto, e ora che è andato via ha lasciato
un vuoto enorme».
«Penso che Kevin abbia fatto la stessa cosa», disse Bethany.
«Ho notato che era spesso assente», rispose Trish. «Ti ha lasciata?»
«Ha lasciato la città, per quel che ne so. Non mi ha detto
niente. È come se fosse svanito un po' alla volta, e ora non so
dove sia. Non so se potrò permettermi di pagare l'affitto senza di lui».
«Non preoccuparti per l'affitto, possiamo farcela», la rassicurò
Trish abbracciandola. «Dovrei essere io a pagare te per
quanto cucini. Ma come ha potuto andarsene così?»
«Se non sei sposato, puoi andartene senza problemi», rispose
Bethany. «Potrei farmi dare un contributo per Ally, sempre
che riesca a trovarlo e a trascinarlo in tribunale. Ma non ha
niente - considererebbe borghese avere abbastanza denaro
da versare per lei - quindi probabilmente non c'è niente da fare.
Mi dispiace scaricarti addosso questo peso ora che sei
sconvolta per la partenza di David».
«“Quando le pene giungono, esse non sono solitari avamposti ma interi battaglioni!”»(20).
...
NOTA: William Shakespeare: Amleto. Traduzione di Eugenio Montale FINE NOTA.
...
Bethany la guardò perplessa. «Di certo è qualcosa di molto erudito».
«Amleto. Mi sembrava appropriato. Se anche Helen avesse appena perso un uomo penserei che c'è qualcosa nelle stelle sopra la nostra casa».
«Helen ha trovato un uomo, credo», replicò Bethany. «Ma è meglio che sia lei a parlartene».
Trish piangeva per David quando era sola e cercava di mostrarsi
serena di fronte al mondo. Tenne il suo biglietto da visita
sul comodino: c'era scritto “David Lin” e sotto era riportato
il suo nome in caratteri cinesi, poi il suo indirizzo di San
Francisco. S'informò sul costo del volo per Boston.
Helen fece passare molto tempo prima di dire alla madre
che aveva un ragazzo nuovo. “Ragazzo” non era il termine giusto,
come non lo era stato per David. Il nuovo partner di Helen,
Don, era divorziato e aveva trentasei anni. Helen ne aveva ventisette.
«È serio, mamma», disse Helen. «Non come gli altri. Non
guarda solo al mio aspetto». Era un altro studente avanti negli
anni che stava seguendo lo stesso corso di Helen. «Studia part
time. Ha una sua attività, importa e vende computer. Dice che
sapere come funzionano lo aiuterà nel lavoro».
«Computer e spazio», commentò Trish. «I miei figli sono ultramoderni».
«Dimentichi una pop star e una bancaria», aggiunse Helen.
«Non avrei mai immaginato nulla di simile», disse Trish.
...
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CAPITOLO 25.
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Notizie diverse: Pat 1978.
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Quando ebbe quattordici anni, Flossie annunciò che desiderava
essere chiamata Fiorenza in italiano e Flora in inglese.
Le madri fecero del loro meglio per accontentarla. Prese
anche ad acconciarsi i capelli come la statua della dea Flora
e a mostrare maggiore entusiasmo per la coltivazione di
piante da fiore che per gli orti. Bee lo trovò divertente e la
incoraggiò nella sua passione, con il risultato che quell'anno
il giardino fu un trionfo di colori. Nel frattempo, Jinny stava
riportando ottimi voti a scuola e non mostrava il minimo
interesse per il proprio aspetto. Philip aveva appena superato
gli esami finali della scuola primaria e stava imparando a
suonare l'oboe. Cantava anche nel coro della chiesa. Le ragazze
ascoltavano musica pop come facevano molti adolescenti,
indulgendo sia nel pop italiano che nei brani “volga
beat” che sembravano monopolizzare le piste da ballo. Philip
storceva il naso sentendo questi generi musicali, e quando
era il suo turno di usare l'impianto stereo diffondeva le note di Vivaldi e Stravinsky.
«Quest'anno andiamo in Italia in macchina o cosa?», domandò
Jinny una domenica di giugno mentre stavano finendo di pranzare.
Pat e Bee si scambiarono un'occhiata. «In macchina, credo»,
rispose Pat. «Hanno ripreso gli attentati dinamitardi ai
treni, e ora che possiamo alternarci alla guida, la macchina è più economica e funzionale».
«Possiamo fermarci a Mentone a vedere i giardini?», chiese Flora.
«Dipende se ci è di strada, ma direi che possiamo passare da
quella parte e fare una sosta lì», disse Bee. «Anche a me piacerebbe
vederli. C'è l'ulivo più vecchio d'Europa».
«Hanno anche il giacinto d'acqua», aggiunse Flora.
Pat guardò Jinny: quel giorno toccava a lei sparecchiare.
Ubbidiente, Jinny cominciò a radunare i piatti. Pat si alzò per
andare a prendere il dolce, una torta di fragole che aveva preparato
lei. In cucina, accese automaticamente la radio. «Ancora
da accertare se l'esplosione sia stata nucleare», disse lo speaker.
Jinny posò rumorosamente la pila di piatti. «Nucleare?», ripeté incredula.
«Ancora nessuna reazione ufficiale del Pakistan. L'Europa unita ha chiesto chiarimenti alla Cina».
«Che succede?», domandò Bee.
Pat portò la torta nella sala da pranzo. «Sembra che la Cina sia intervenuta nella guerra indo-pakistana. Non sanno se è stata un'esplosione nucleare».
«E nel frattempo?», volle sapere Bee.
«Abbiamo chiesto chiarimenti, a quanto pare». Pat accese il televisore.
“I contatori Geiger di Teheran confermano che l'attacco a
Delhi era certamente nucleare”, si sentì appena i tubi catodici si scaldarono.
«Cosa dovremmo fare?», chiese Flora.
«È proprio come prima della vostra nascita, con la crisi dei
missili a Cuba», disse Bee. «Non significa che sia la fine del
mondo e che tutti premeranno il bottone solo perché qualcuno l'ha già fatto».
«Però potrebbero», obiettò Philip. «Potrebbe essere la fine del mondo».
Lo squillo del telefono li fece sussultare. Andò a rispondere
Bee, mentre Pat spegneva il televisore. «Sì, siamo tutti qui, sì,
stiamo tutti bene, sì, abbiamo sentito le notizie. Sembra non ci
sia niente che possiamo fare, così l'idea era di mangiarci una
fetta di torta. Sono felice che tu stia bene. Beh, non andarci
troppo vicino! Anzi, torna a casa, se puoi. Capisco. D'accordo,
stammi bene. Ci vediamo a Firenze. Ti vogliamo bene». Posò
il ricevitore. «Michael. È a Gerusalemme».
«Pensa che ci sarà la fine del mondo?», domandò Philip.
«No», rispose prontamente Bee. «Se lo pensasse davvero, avrebbe
chiesto di parlare con ciascuno di voi. Voleva solo assicurarsi che
fossimo informati sulle ultime novità».
«Gerusalemme è un bersaglio?», chiese Flora.
«Potrebbe, se tutto il Medio Oriente salta in aria. Ma sembra
che in questo periodo preferiscano attentati suicidi e assassini
a una guerra aperta», rispose Pat.
«Confortante!», esclamò Bee.
Pat riaccese il televisore. Mangiarono il dolce senza gustarlo
e più tardi bevvero il tè senza sentirne il sapore. Jinny continuava
a cambiare canale. «Pensi che su ITV daranno notizie diverse?», la punzecchiò Flora.
«Vorrei che bastasse cambiare canale per ascoltare notizie diverse», disse Bee.
«Vorrei sentire altre notizie, e non sempre la stessa solfa ripetuta
all'infinito e la gente che si ostina a fare mille congetture»,
disse Philip. «Vado di sopra a esercitarmi. Se ci sarà la fine del
mondo, voglio che mi sorprenda mentre suono; se non ci sarà,
meglio che mi eserciti per il concerto della prossima settimana».
«Ottimo modo di considerare l'intera faccenda. Non serve
a niente stare sedute qui», concordò Pat. Si alzò e andò in cucina
a lavare i piatti, ma accese la radio e continuò ad ascoltare
persone che parlavano a vuoto dell'attacco nucleare.
Quando tornò nella sala da pranzo, il televisore era sempre
acceso ma era rimasta soltanto Jinny a guardarlo. «Bee e Flora
hanno deciso che se ci sarà la fine del mondo vogliono che le
sorprenda mentre innestano gerani nella serra», spiegò Jinny.
«Tu cosa vuoi fare?», le chiese Pat.
«Non lo so ancora». Si mise a piangere. «Ho solo quattordici
anni. Non voglio morire. Non ho ancora scoperto qual è la mia passione».
«Io non l'ho scoperta finché non sono andata a Firenze quando
avevo...», Pat contò sulle dita, «ventiquattro anni. Amavo
anche la letteratura inglese. L'ho sempre amata».
«Ma era Firenze la tua passione?»
Pat si sedette accanto a Jinny. Sullo schermo scorrevano interviste
a persone in India e in Pakistan, ma nessuna notizia
diversa. Abbassò il volume in modo che le voci rimanessero in
sottofondo, ma pronta ad alzarlo di nuovo se avessero comunicato
qualcosa di nuovo. «Sì, Firenze, il Rinascimento».
«Non so quale sarà la mia!»
«Hai tutto il tempo che vuoi per scoprirlo», disse Pat. «A
volte è più difficile per le persone molto intelligenti e dotate di
talento in più campi. L'ho notato con le ragazze a scuola. Ci
vuole più tempo per capire cos'è davvero importante».
«A meno che il mondo non salti in aria prima che tu lo scopra»,
replicò Jinny. «O mi spazzi via l'IRA, o una macchina
lungo la via».
Pat la strinse a sé e la cullò. «Sono cose che potrebbero succedere,
ma noi dobbiamo vivere come se non esistessero. Oppure
trovare il modo per superarle e coltivare la nostra passione
in ogni caso, come ha fatto Bee».
«Vorrei averla già trovata, come Flora e Philip», disse Jinny
tra i singhiozzi.
«Forse non l'hanno realmente trovata. Sono così giovani.
Potrebbero essersi sbagliati». Le passò un fazzoletto di carta.
«Soffiati il naso».
Jinny obbedì. «Vorrei fare qualcosa che renda il mondo un posto migliore».
«È così difficile sapere se ci sei riuscita», disse Pat. «Voglio
dire, io scrivo le guide e la gente le usa, ma è ben piccola cosa».
«Se i cinesi attaccassero ora Firenze con le armi nucleari, vorresti essere là?», chiese Jinny.
«Sì», rispose Pat senza esitazioni, e poi si contraddisse subito
dopo. «No. A cosa servirebbe? Vorrei trovarmi lì in questo momento,
così potrei ammirare le opere del Botticelli come Philip
suona il suo oboe e Bee innesta le piante. Ma se Firenze deve
sparire, a cosa serve che io sparisca con lei? Meglio continuare a
vivere e raccontare alla gente che splendida città era».
«Ora tocca a me dirti di soffiarti il naso».
«Mi spiace... aspetta».
Sullo schermo era comparso di nuovo lo speaker, con espressione
grave. Pat e Jinny si immobilizzarono, ma si trattava solo
di cifre circa la caduta radioattiva della bomba di Delhi».
«Sono talmente esorbitanti che perdono significato. Sarebbe
meglio far vedere uno dei bambini destinati a morire», osservò
Pat. «Senti, è inutile stare qui a guardare».
«Ma potrebbero esserci altre notizie», protestò Jinny. «Da
un momento all'altro».
«Lo so». Pat sorrise tra le lacrime.«Ma possiamo ascoltare
la radio in cucina. Prepariamo la cena. Se sapessi che puoi mangiare
solo un'ultima cosa, cosa vorresti che fosse?»
«Gelato!», piagnucolò, mentre la parola le moriva in gola.
«Bene, se il mondo ci sarà ancora, noi saremo a Firenze fra
tre settimane», disse Pat. «Nell'attesa, penso sia ora di tirare
fuori la macchina per fare la pasta. Avevo messo da parte un
barattolo di burro al tartufo, ma credo che oggi sia l'occasione
giusta per aprirlo. Vieni a darmi una mano».
Alle sei in punto, Pat chiamò gli altri per la cena. «Venite a
mangiare. Stasera cena italiana. Abbiamo pasta fatta in casa con
erbe aromatiche del giardino e burro al tartufo, seguita da prosciutto
affumicato e uova, e poi lamponi freschi con panna».
«Hai raccolto tu i lamponi?», chiese Bee.
«Ci ha pensato Jinny».
«Beh, suppongo che dovremmo approfittarne», concluse
Bee spingendo la sedia a rotelle fuori dalla serra. «Avete preparato
un banchetto!»
C'erano fiori sulla tavola, la tovaglia di pizzo della nonna di
Bee e le migliori porcellane della mamma di Pat. «Mi è sembrato
giusto così», disse Pat.
Philip scese già pregustando la cena. «Mi stavo chiedendo
se andare alla scuola di coro», disse tornando dalla cucina, dopo
aver portato via i piatti della pasta. «Potrei ottenere una
borsa di studio. Un ragazzo del coro ci è riuscito».
«Se è quello che vuoi davvero», disse Bee.
«Penso proprio di sì». Esitò. «Quel che vorrei davvero è andare
a una scuola di coro in Italia».
«Ci sono anche le scuole di coro in Italia?», chiese Pat.
«Ce n'è una a Roma e una a Milano», rispose Philip. «Oppure
c'è la Wells. È la migliore in Inghilterra, lo dicono tutti».
«C'è il King's College, qui a Cambridge», disse Pat. «Frequentare
scuole lontane costa un mucchio di soldi, e poi sentiremmo la tua mancanza».
«Anche voi mi manchereste», ammise Philip.
Dopo cena accesero di nuovo il televisore e vennero ricompensati
con una notizia di quel momento. Con un comunicato
congiunto da Mosca e Bruxelles, l'URSS e l'Europa unita aveva
informato i governi di India, Pakistan e Cina che non avrebbero
tollerato altri attacchi nucleari.
«Significa che la faccenda è chiusa?», chiese Flora.
«Non ne ho idea», disse Pat. «Forse. O potrebbe significare che,
se quei Paesi non intendono ottemperare, allora noi - o i russi - li
colpiremo dalla luna. Questo comporterebbe la fine di tutto».
«Cosa stanno facendo gli americani?», domandò Jinny.
«Sono chiusi nel loro splendido isolamento», rispose Bee.
«Politica di omissione. È quel che sanno fare meglio».
Andarono a letto e l'indomani si svegliarono in un mondo
che, come dopo la crisi di Cuba, sembrava deciso ad andare
avanti come se nulla fosse successo. I milioni di morti in Cina
e in India, i milioni destinati con tutta probabilità a risentire
delle radiazioni e a morire di cancro, non furono dimenticati
ma fatti passare sotto silenzio. L'umore generale era quello di
chi ha schivato un proiettile. Il giorno dopo, le studentesse di
Pat sembravano sull'orlo dell'isteria, pronte a scoppiare a ridere
o in lacrime per un nonnulla. Gli esami erano vicini e,
con la scusa di fare un po' di ripasso, Pat lesse loro dei versi.
Tre settimane più tardi l'intera famiglia era a Firenze. Pat si
recò da sola al Duomo e ringraziò Dio in silenzio perché il mondo
c'era ancora. Portò i bambini alla funzione della domenica
mattina e pregò per la conservazione di Firenze.
Il lunedì mattina Michael li raggiunse. I ragazzi erano fuori
con gli amici, così i tre adulti presero un gelato al “Perché no!”
e andarono a sedersi nella piazza a osservare il cielo oscurarsi
dietro a Palazzo Vecchio. Pat continuava a sciogliersi in lacrime.
«Dobbiamo fare qualcosa perché questo splendore non
sia più sul filo del rasoio», disse.
«Cosa possiamo fare?», chiese Bee.
«Le tue guide aiutano le persone ad apprezzare quel che
hanno davanti agli occhi», disse Michael.
«Mi chiedevo se potessi usare la mia fama irrisoria come
autrice di guide per dare vita a un movimento con un obiettivo
semplice: certi posti non vanno toccati. Ma sono sicura che
tutti mi darebbero ragione e poi se ne fregherebbero».
«Forse potremmo creare un'associazione», propose Michael.
«Avere l'appoggio della stampa».
«Forse. Ma dovremmo operare a livello internazionale per
ottenere qualcosa». Pat allungò lo sguardo sulla piazza, sull'antico
acciottolato dove turisti e fiorentini si mescolavano
fra loro nella luce del crepuscolo. «Perché la Cina dovrebbe
avere a cuore Firenze? E gli Stati Uniti hanno lasciato l'ONU,
non gliene frega niente di niente, ma hanno tutte quelle armi nucleari».
«Il problema è che diciamo che usare armi nucleari è inumano
e inconcepibile e nessuno dovrebbe farlo, e poi lo facciamo.
Se dicessimo che determinati luoghi non vanno toccati,
sarebbe come ammettere che l'uso di tali armi è ammissibile», disse Bee.
Pat si chinò verso di lei, posandole una mano sul ginocchio.
«Ma le stanno già usando. Gli americani e i russi, e ora gli indiani
e i cinesi. Continueranno a usarle per porre fine ai dissidi.
E niente da dire se i russi agiranno in accordo con l'Europa,
come hanno fatto ora, ma se la prossima volta fossimo noi contro
di loro? Nello spazio e sulla Terra? Tutte quelle bombe in orbita e sulla luna?»
«Potrebbe sparire ogni forma vegetale», disse Bee. «Ma questo
non significa che possiamo tollerare il loro uso in qualsiasi circostanza».
«Parli come quelli della CDN».
«Forse dovremmo unirci alla CDN», replicò Bee. «Andavamo
alle marce per la pace. Non che sia servito a molto».
«Viviamo le nostre vite e speriamo che la storia non si accorga
di noi», disse Michael. «Ma potremmo iniziare a buttare
giù una lista di luoghi talmente pregevoli che non devono
essere toccati. Una lista internazionale. La Grande muraglia cinese. Angkor Wat. Il Macchu Picchu. Firenze».
«Le Sette meraviglie del mondo», disse Bee.
...
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...
CAPITOLO 26.
...
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...
In salute e in malattia: Trish 1982-1988.
...
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...
Trish volò a Boston per vedere George conseguire il dottorato.
«Andremo sulla luna, mamma», disse quando si incontrarono all'aeroporto Logan.
«Per via della canzone?»
«Beh, probabilmente ha contribuito, e saremo i primi a sposarsi
lassù, ma in realtà è per via del nostro lavoro».
«È magnifico», disse Trish.
«Al nostro ritorno faremo un'altra cerimonia nuziale sulla
Terra, da condividere con te e con i genitori di Sophie. Ma sembra
davvero un'opportunità fantastica».
«Quanto starete sulla luna?», chiese. «Sulla luna. Incredibile,
a pensarci».
«Un anno o due, forse di più», rispose George.
Fu ospite di George e Sophie per alcuni giorni. Assistette alla
cerimonia di George, visitò il MIT e Harvard e la Mary Baker
Eddy Library con il suo mappamondo di vetro colorato abbastanza
grande da accogliere un gruppo al suo interno. Poi
passò un inebriante fine settimana in albergo con David Lin.
Cenarono tutti insieme in un ristorante giapponese dove il cibo
era presentato in maniera talmente spettacolare che il massimo
che Trish potè fare fu mangiarlo.
A casa, l'aspettavano novità da entrambe le figlie. Helen stava
per trasferirsi da Don, e naturalmente Tamsin sarebbe andata
con lei. Questo comportò un grosso cambiamento nella vita di
tutti i giorni di Trish, anche se abitavano poco lontano, a Scotforth,
tra Lancaster e l'università. Le vedeva spesso, ma non facevano
più parte della sua quotidianità. Cathy le riservò una sorpresa
anche maggiore. Venne a casa per un fine settimana. Sola.
«Volevo dirti che avrò un bambino», disse. Erano nella cucina
e, per puro caso, Cathy si era seduta sulla stessa sedia occupata
da Helen anni prima, quando aveva chiesto a Trish come
aveva capito di essere incinta.
«Quindi tu e Richard pensate di sposarvi?», chiese Trish, provando
un senso di déjà vu.
«No. A dire il vero, ci siamo lasciati. Lui non vuole avere figli
e abbiamo litigato di brutto». Cathy continuò a parlare con
lo sguardo fisso oltre la finestra. «Pensavo... beh, non fa niente.
Mi ha accusato di volerlo incastrare, e dopo quel che ha
detto non possiamo rimanere amici. Sai com'è andata in realtà?
Eravamo in vacanza in Ungheria e il periodo di copertura
dell'iniezione contraccettiva era scaduto, poi abbiamo finito la
scorta di preservativi e lui ha detto che il più delle volte non
succede niente. E invece è successo».
«Intende provvedere al mantenimento del bambino?»
Cathy si girò, stupita. «Posso mantenere il bambino da sola
senza problemi».
«Pensi di tornare a vivere qui? C'è tutto lo spazio che vuoi, e
come ce la siamo cavata con Tamsin così...»
Cathy scoppiò a ridere, una risata forzata, sull'orlo delle lacrime.
«Perché dovrei tornare a casa? Cosa farei a Lancaster?
Io non sono Helen, mamma. Non sono un'adolescente, ho quasi
ventitré anni. E ho un ottimo impiego a Londra».
«Ventitré anni sono comunque pochi per trovarti da sola con
un bambino. Farò tutto quel che vuoi per aiutarti».
«Prenderò una tata», fu la risposta di Cathy.
Il bambino di Cathy, James Marcus Anston, nacque a Londra
nell'aprile del 1983. Trish fu presente al parto; era lì dall'inizio
delle vacanze di Pasqua. Il piccolo venne alla luce con
il taglio cesareo perché, a detta dei medici, il parto naturale
avrebbe comportato dei rischi per la madre. Trish evitò di accennare
ai suoi numerosi parti. Era entusiasta di Jamie, e anche
della capacità organizzativa di Cathy. Prese solo le quattro
settimane di congedo per maternità obbligatorio e totalmente
retribuito, e poi ricorse a due tate, una per il giorno e una per la notte.
Helen e Don aprirono un negozio nel centro di Lancaster per
la vendita di computer a privati e aziende. Procurarono a
Trish un word processor con lo schermo verde, che usò per
annotare qualcosa prima delle lezioni. Lo trovava molto più
funzionale della macchina da scrivere, perché poteva tornare
indietro e correggere gli errori.
George e Sophie andarono sulla luna e si sposarono lassù. Fu
un evento internazionale, e il brano di Doug fu riscoperto e
trasmesso di nuovo ovunque. La sua carriera di musicista era
di nuovo in fase discendente, ma con la pubblicità i suoi dischi
scalarono di nuovo le classifiche. Tornò a casa per alcuni mesi,
con l'intento di disintossicarsi. «Devo stare lontano da quella
roba, mamma», disse. «L'eroina è una brutta faccenda».
«Dimmi come posso aiutarti».
«Mi fermerò qui e lavorerò a nuove canzoni e ci darò un taglio una volta per tutte».
Non fu così facile, naturalmente. Riuscì a troncare con l'eroina,
ma continuò a bere e a fumare. Riempì la casa di musicisti
e strumenti, e portò lo scompiglio. Bethany, che aveva smesso
da tempo di pretendere di pagare l'affitto e, per sdebitarsi, si
prendeva cura della casa, protestò per il disordine, il baccano
e le cicche di sigaretta. Doug ricambiò beffandosi della musica
da flauto di Bethany. «Non è il tuo genere di musica e non
puoi capirla», ribatté inviperita. Trish cercò di mediare, ma
non fu impresa facile, visto che il figlio era palesemente in torto.
Alla fine, Doug andò via da casa infuriato nella primavera del 1984.
George e Sophie erano sulla luna. Di tanto in tanto Trish
aveva loro notizie dai telegiornali e una volta al mese riceveva
una telefonata di tre minuti da George. Ormai non riusciva a
guardare la luna senza provare un fremito di stupore al pensiero
che suo figlio fosse lassù. Sentiva la sua mancanza e le telefonate
non riuscivano mai ad appagarla totalmente. Così,
passeggiava lungo il canale e alzava lo sguardo verso il disco
d'argento e scuoteva la testa, sopraffatta dalla meraviglia.
Alcune settimane dopo la partenza precipitosa di Doug, Trish
dovette assentarsi durante una riunione consiliare per un
messaggio urgente. “Tuo marito è in ospedale e ha bisogno di te”.
Terminò la riunione e poi andò in ospedale. Mark aveva avuto
un ictus. «Ha solo cinquantaquattro anni», disse Trish.
Aveva un lato del corpo paralizzato e non poteva parlare. «A
volte i pazienti si riprendono bene da questo genere di ictus»,
disse il dottore. «Ma può esserci un altro coagulo di sangue, e
anche se stiamo facendo il possibile, la situazione non promette bene».
Trish inserì una moneta da dieci penny nel telefono lungo il
corridoio dell'ospedale e chiamò i figli. Helen disse che sarebbe
arrivata entro mezz'ora. «Don non c'è, sta configurando un
grosso sistema a Torrisholme. Lascio Tamsin da Bethany, se non ci sono problemi».
«Va bene. La troverai a casa con Alestra. Dille dove sono e che
potrei rientrare tardi, e di non preoccuparsi».
Doug era a Londra, lavorava a un nuovo album. Si rifiutò di
venire. «Io e papà ci siamo sempre detestati, mamma. Inutile
fingere che fra noi ci sia qualcosa di diverso».
«So che avete sempre avuto un rapporto difficile, ma questa
potrebbe essere l'occasione per tentare di riconciliarvi prima che sia troppo tardi».
Doug rispose con una pernacchia di scherno. «Scusa, mamma, ma è inutile, l'ipocrisia non fa per me».
Lasciò un messaggio per George, da trasmettere alla base lunare
il prima possibile. “So che non potrai venire, e tuo padre
non è in grado di parlare, ma se mandi un messaggio mi assicurerò
che lo legga”, scrisse dopo avergli spiegato la situazione.
Cathy non era in casa. Trish lasciò un messaggio alla tata e
disse che avrebbe richiamato più tardi.
Helen arrivò mentre stava tornando verso la corsia dove era
ricoverato Mark. Era in gestazione avanzata e camminava ondeggiando
come una papera. «Sono riuscita a stento a infilarmi
dietro il volante», disse. «Dimmi che non è la stessa corsia
dove hanno messo la nonna quella volta. Non potrei sopportare l'ironia».
«È una corsia maschile, ma è molto simile», ammise Trish.
Mark le fulminò con lo sguardo appena le vide entrare. Helen
si avvicinò e gli prese la mano sana. «Stai bene, papà?»
Trish non chiese alla figlia come potesse pensare che stesse
bene. Vedeva il corpo nel letto come una parvenza dell'uomo
che aveva amato e odiato, e infine compatito. Adesso ne ebbe
ancor più compassione. Provò a pensare a cosa avrebbe dovuto
fare se non fosse morto. Se si fosse ristabilito, non c'erano
problemi; ma se avesse continuato a vivere in uno stato di paralisi,
come succedeva a tante persone dopo un ictus? Non voleva
averlo a casa con sé, il solo pensiero la terrorizzava, ma che
alternative aveva? Non poteva imporre un peso simile ai figli.
D'un tratto Mark sbottò in un lamento, facendole sussultare e attirando l'attenzione di un'infermiera.
«Cosa vuole?», chiese Helen.
«Non c'è modo di saperlo quando sono in questo stato», rispose l'infermiera.
Trish andò a telefonare di nuovo a Cathy e questa volta la trovò.
«Posso venire, ma sarà molto complicato. Devo portare Jamie?
Papà l'ha visto solo una volta».
«Fai come ti senti», disse Trish. «Potrebbe trattarsi di un falso
allarme. Ha avuto un ictus, ma potrebbe vivere per anni».
«O morire stanotte», replicò Cathy. «Ma adesso è tardi. Verrò
domattina. Dovrei essere lì per l'ora di pranzo».
Trish tornò in corsia. «Cathy verrà domani».
«Bene», disse Helen.
Mark fece una smorfia, o forse era un sorriso. Arrivò un'infermiera
a misurargli la pressione e gli sistemò la flebo. «Credo
sia meglio che vada a prendere Tamsin e la porti a letto»,
disse Helen. «Si sta facendo tardi».
«Sì, vada pure e torni domani», disse l'infermiera. «Ora probabilmente dormirà».
Così lasciarono l'ospedale. Helen prese Tamsin e tornò a casa
sua, mentre Trish e Bethany si sedettero in cucina davanti a
una tazza di camomilla. «Come sta, realmente?», domandò Bethany.
Trish le spiegò brevemente la situazione. «A volte le persone
vivono per anni in quelle condizioni. Potrebbe morire da
un momento all'altro, e credo che sarebbe una benedizione.
Cosa dovrò fare se sopravvive?»
«Non è una tua responsabilità», disse Bethany. «Avete divorziato.
Non avrebbero nemmeno dovuto chiamarti».
«Mi ha fatto una tale pena vederlo così impotente», replicò
Trish. «E avevo promesso “in salute e in malattia”».
«Non vale più dopo il divorzio», disse Bethany. «Viene annullato».
«Non è così semplice», sospirò Trish.
«Va' a letto. E non sentirti responsabile verso di lui».
Trish andò a letto. Lo squillo del telefono la svegliò nelle prime
ore del mattino. Pensò che fosse l'ospedale che le comunicava
la morte di Mark, invece era Don. «Helen voleva dirti che
è entrata in travaglio. È andata in ospedale in ambulanza. Pensavo
di portare Tamsin a casa tua e poi raggiungerla».
«Ci vediamo fra poco», disse Trish. Si vestì, preparò il tè e mangiò
una manciata di noci e uva passa. Buttò giù una nota per Bethany:
“Helen è in travaglio. Tamsin dorme nella sua stanza.
Dalle la colazione e portala a scuola, per favore! Quando arriva
Cathy, se non sono ancora tornata mandala all'ospedale da
Mark. Grazie, T.».
Don arrivò con una Tamsin assonnata. «Ciao nonna. Era
meglio se ieri sera rimanevo a dormire direttamente qui!»
Trish la abbracciò. «Non è eccitante? Vai su a letto. Bethany
è al piano di sotto, le ho lasciato un appunto perché ti svegli
domattina. Tutto questo mi fa pensare alla notte di nove anni fa, quando sei nata tu».
Si infilò il cappotto e uscì nella notte insieme a Don. Mentre
scendevano lungo la collina, pensò come fosse strano il mondo:
Mark forse in punto di morte e il bambino di Helen che si
affacciava alla vita. Non riuscì a esternare i suoi pensieri a Don,
non lo conosceva abbastanza bene.
«Avete già pensato al nome?», gli domandò invece.
Il travaglio di Helen si svolse senza complicazioni, come era
stato per Tamsin. Don rimase accanto a lei per tutto il tempo,
il primo uomo che Trish avesse visto assistere al parto. Un'altra
femminuccia. «Donna Rose», annunciò Helen abbassando lo sguardo sul visetto rosso.
«È perfetta», disse Don affascinato e intimidito allo stesso tempo.
Trish passò a vedere Mark. Stava dormendo, russava. Sembrava
più piccolo e indifeso sotto le coperte da ospedale.
Quando arrivò Cathy, Trish era esausta al punto che riusciva
a stento a tenere gli occhi aperti. «Pensiamo che suo padre
se la caverà», disse il dottore a Cathy.
Trish andò a casa a riposare. Fu ancora il telefono a svegliarla;
stavolta era George, che chiamava dalla luna per avere notizie
di Mark. «Pensano che sopravvivrà. Ma è paralizzato e non riesce a parlare», disse.
«Cosa pensi di fare?», domandò George, la voce strana e rimbombante.
«Quando starà abbastanza bene da lasciare l'ospedale, penso che lo sistemerò nel suo studio».
«Non può ricadere tutto su di te, mamma», disse George.
«Su chi altri?», replicò Trish. Non voleva Mark, ma sentiva che non poteva abbandonarlo.
Mark fu dimesso dall'ospedale in ottobre, e Trish aveva già
sistemato lo studio in modo da ospitare un invalido. Mark era
ancora impossibilitato a parlare, ma riusciva a emettere dei suoni
e a farsi sentire in caso di bisogno. Doug, venuto come sempre
a passare il Natale a casa, diede un'occhiata al padre e gli
voltò le spalle. «È come un animale».
«Se fosse un animale avresti compassione di lui», ribatté Trish.
Come aveva fatto per sua madre, trovò una donna che si prendesse
cura di Mark quando lei era al lavoro. Si chiamava Carol.
Aveva smesso di lavorare come infermiera con la nascita dei
suoi figli, e adesso si occupava di assistenza domiciliare.
La vita di Trish cadde di nuovo nella routine. Continuò a
insegnare a scuola e a tenere corsi serali. Mark - paralizzato,
incontinente, pretenzioso - era un peso che gravava sulle sue
spalle. Cercò di non farsi schiacciare. Non sapeva se fosse consapevole
ed esasperato, né fino a che punto l'ictus avesse invalidato
la sua mente. Se avesse potuto esprimersi chiaramente,
sarebbe stato crudele e sarcastico come sempre? Oppure era
realmente ridotto all'animale che sembrava? A volte, la sera, si
sedeva vicino a lui e gli leggeva qualcosa, cercando di convincersi
che fosse un modo per tranquillizzarlo. Lo imboccava e
lo lavava, come un gigantesco neonato.
«Non capisco perché lo fai», disse Bethany.
«Non posso pretendere che ci pensino i figli. E le case di riposo
sono dei posti orribili. Ogni tanto vado a trovare la mia
vecchia direttrice scolastica. Quel tanfo irrespirabile... disinfettante
e urina. Non potrei mandarlo lì. E una clinica privata
sarebbe troppo costosa».
«Prende la pensione dall'università. Doug potrebbe sostenere
la spesa senza accorgersene. Anche George e Cathy se la
passano bene». Bethany scosse la testa. «Sei troppo buona».
«Forse voglio averlo in mio potere», scherzò Trish, e poi si domandò
se non fosse vero. Ma non aveva la sensazione che quel
corpo nel letto fosse realmente Mark; era più un guscio vuoto
che Mark si era lasciato alle spalle, un guscio bisognoso di cure.
«È solo un altro bambino, ma uno che non vuole crescere».
Bethany continuò ad abitare al piano di sotto, saldo punto
di riferimento per Trish. Seguì anche il suo suggerimento e si
candidò per il consiglio comunale. Vinse, dando ai conservazionisti
indipendenti l'opportunità di schierare un blocco di
sei durante l'incontro con i verdi e di avere una discreta voce
in capitolo sulla strategia da adottare. Non erano più i giorni
in cui Trish aveva sentito per caso il sindaco sostenere che,
con il riscaldamento globale, era inutile sprecare denaro per
Morecambe. Trish trovò il lavoro spesso deludente, quando
interessi precostituiti si rifiutavano di prendere in esame cose
che lei riteneva sensate. Quell'anno combatterono una dura
battaglia per mantenere l'ubicazione originaria del mercato.
Occupava lo stesso sito dal 1660, un periodo non sufficiente
per considerarlo “una tradizione”, come sosteneva chi voleva
vendere il terreno per costruire un centro commerciale. I conservazionisti
si opposero fermamente e la spuntarono. Il mercato
fu rinnovato, reso ignifugo e dotato di rampe, ma rimase dov'era.
Helen ebbe un altro bambino, Anthony, nel settembre del
1986. Cathy continuò a lavorare in banca e a fare la madre single,
ma nel 1986 cominciò a uscire con una collega di lavoro,
Caroline. Quando arrivò l'inverno andarono a vivere insieme
e Cathy la portò a casa per Natale. Trish non andava d'accordo
con Caroline, che la trattava come se non sapesse nulla di femminismo
e avesse bisogno di essere illuminata. Trish cercò di
non mostrarsi troppo sollevata quando Caroline e Cathy si lasciarono
prima del Natale successivo.
George e Sophie tornarono dalla luna e diedero una festa
nella casa di famiglia di Sophie, a Aberystwyth, per ricelebrare
le nozze insieme ai loro amici terrestri. Trish non potè parteciparvi
per via di Mark, così organizzò un'altra festa per loro a
Lancaster. Si sistemarono a Cambridge ed ebbero due gemelli,
Rhodri e Bronwen, nati nel febbraio del 1988. «Non volevamo
rischiare di avere un figlio sulla luna», disse Sophie. Subito
dopo la nascita dei piccoli, George tornò nello spazio, presso
l'immensa stazione spaziale internazionale, Hope. Ogni volta
rimaneva lassù per diversi mesi, poi tornava a Cambridge per
qualche mese. Sophie stava lavorando al progetto per rendere
la biosfera di Marte idonea alla vita umana e alla idrocoltura per le cupole pianificate.
«Andrete su Marte?», domandò Trish con una certa ansia.
«Non alla prima missione», rispose George. «Ma forse alla
fine, quando i gemelli saranno abbastanza grandi. Marte sarà un pianeta vivibile, un giorno».
...
.
...
CAPITOLO 27.
...
.
...
L'alato carro del tempo: Pat 1978-1985.
...
NOTA: Riferimento ad Andrew Marvell, To His Coy Mistress, traduzione di Roberto Sanesi. Come anche la citazione successiva FINE NOTA.
...
Philip andò al King's College e lavorò seriamente alla sua musica.
Pat e Michael istituirono la Fondazione per le Sette meraviglie,
che alla fine si sviluppò in maniera incontrollabile.
Presto ebbero liste di Sette meraviglie per ogni continente, sebbene
Pat non avesse mai considerato tale un qualsiasi sito
americano. «Il profilo di New York, certo», borbottò a Bee.
«Sono lieta che la città venga protetta, ma come puoi riconoscergli
un valore storico o artistico?»
«Trasferiranno lì tutte le loro armi», la mise in guardia Bee.
Tutti i Paesi dell'Europa unita, gli Stati Uniti e l'Unione sovietica
sottoscrissero il Patto delle Sette meraviglie, insieme a
Israele ed Egitto, a Cina e India. L'unica potenza nucleare a non
cedere fu il Pakistan, ma Michael era fiducioso nell'intercessione
dello scià dell'Iran.
Al loro rientro dall'Italia nell'autunno del 1980 ricevettero
pessime notizie da Lorna. «Cancro della tiroide», disse loro.
Andarono a farle visita in ospedale, la trovarono completamente
calva a seguito della chemio e smagrita al punto che le si contavano
le ossa. «Se solo servisse a qualcosa», fu il commento di Lorna.
«Ha solo cinquantadue anni», osservò Bee mentre tornavano
verso la macchina. «La mia età».
«Effetti delle radiazioni?», chiese Pat.
«Forse. Hanno sempre causato forme tumorali. Ma alla tiroide...
potrebbe essere. Eccome. Non credo sia stata la bomba
di Delhi, forse Kiev. Una bomba sganciata con tale noncuranza.
Povera Lorna».
«La prima lesbica che ho conosciuto bene», disse Pat.
«Anch'io. La prima lesbica che abbia mai incontrato apertamente.
È stato a una delle tue feste, nell'appartamento di Mill
Road». Bee si issò dalla sedia a rotelle al posto di guida.
«Era la persona a cui ho chiesto come funziona fra due donne,
quando mi sono resa conto di essere innamorata di te». Pat
si asciugò le lacrime e caricò in macchina la sedia a rotelle.
«Davvero? Non lo sapevo. Io non l'ho mai chiesto a nessuno.
Diciamo che ho seguito l'istinto». Bee scosse la testa mentre
Pat prendeva posto e si allacciava la cintura di sicurezza.
«Povera Lorna. Beh, forse se la caverà».
«No», la smentì Bee. «Non con un carcinoma anaplastico
della tiroide. Non ci sperare troppo. Possiamo curare l'AIDS e
la leucemia, ma non questo tipo di tumore».
Lorna morì prima di Natale. Andarono al suo funerale in una
giornata di freddo pungente. Nonostante Pat e Bee non facessero
più parte di un coro da anni, Sue, la compagna di Lorna,
chiese loro di cantare Gaudete. «Lorna mi raccontava che l'avete
cantata a una festa, anni fa», disse Sue. Pat intonò il brano e
ricordò quella festa, prima di Suez e della crisi di Cuba, prima
dei figli, quando lei e Bee si erano appena incontrate. La voce
di Bee era intensa e nitida come sempre. «Conoscevamo Lorna
davvero da molto tempo», disse a Bee mentre tornavano a casa.
Quell'inverno morì anche la madre di Bee, in età avanzata. A
Penrith, in occasione del funerale, ci fu un momento di imbarazzo
quando il fratello di Bee, Donald, cercò di far salire Bee e
Jinny nella prima vettura e il resto della famiglia nella propria.
Pat avrebbe lasciato correre, ma Bee s'impuntò perché la sua famiglia
viaggiasse unita. Alla fine andarono al cimitero con la loro
macchina e ripartirono subito dopo la sepoltura. «Perché doveva
comportarsi così?», sbottò Bee. «Detesto quando la gente
non vuole prendere atto che siamo una famiglia».
Le ragazze si diplomarono nell'estate del 1981. Flora ottenne
voti di tutto rispetto, anche se non spettacolari, e trovò posto
all'università di Lancaster. Aveva ormai superato la fase
della “dea dei fiori” e decise di studiare informatica. Jinny superò
gli esami in modo brillante e fu accettata al vecchio college
di Pat, il St. Hilda's, come lettrice di inglese. Ma quell'estate,
in Italia, cambiò idea. «Voglio studiare qui», disse. «Il mio
prestito d'onore per finanziare gli studi vale anche nel resto
dell'Europa, no?»
«Certo», rispose Pat. «Ma sei sicura?»
«C'è qualcosa di più inebriante che studiare la scultura a Firenze?»,
replicò Jinny. «Posso abitare nella nostra casa?»
«Ci saranno altri studenti in affitto, ma dovrebbe esserci spazio
anche per te. Allora è la scultura la tua passione, Jinny-Pat?»
Il giorno della crisi indo-pakistana Jinny era un'adolescente
grassottella con lunghi capelli neri, e adesso era una ragazza
slanciata con corti riccioli neri che le sfioravano le orecchie,
ma lo sguardo che diede a Pat fu esattamente lo stesso. «Ancora
non lo so. Ma ci sono vicina».
«Potremo venire in aereo a dicembre», disse Bee quando le
comunicarono la notizia. «Ho sempre desiderato passare il Natale a Firenze».
Lo fecero, ma al loro arrivo scoprirono che la loro casa mancava
di coibentazione. «L'hanno costruita per intrappolare
tutte le correnti d'aria», commentò Jinny. «Grazie per avermi
portato tutti i miei indumenti pesanti!»
In Italia non era San Nicola a portare i doni a Natale, ma la
Befana, la strega di buon cuore dell'Epifania. «Sembra più Halloween
che Natale!», disse Philip.
Bee rimase incantata dai minuscoli oggetti in vendita per allestire
la scena della Natività. «Cesti di funghi!», esclamò.
«Prosciutto!»
«Stai comprando tutto il cibo in miniatura quando in realtà
non abbiamo un presepio», le fece osservare Jinny.
«Li voglio dare a Flora», disse Bee. «Guardate, un minuscolo
salame! E un cinghiale!»
Flora arrivò la vigilia di Natale e rimase anche lei incantata
dal cibo in miniatura. «Sarebbe perfetto per una casa delle
bambole», disse.
«Sapevo che ti sarebbe piaciuto», disse Bee.
«Ma qui si gela! Non pensavo che in Italia facesse così freddo
d'inverno!»
«È uno dei segreti più gelosamente custoditi d'Italia», replicò
Jinny. «Ti consiglio di dormire con due borse dell'acqua
calda».
Michael, essendo ebreo, non festeggiava il Natale. Quando
andò a trovarle a metà gennaio, gustò la pasta preparata da Pat
con i tartufi e il salame di cinghiale che aveva portato dall'Italia.
Il quindicenne Philip, l'unico figlio ancora a casa, ne prese
tre porzioni.
«Hai un'aria stanca», disse Bee a Michael quando ebbero finito
il dolce. «Stai lavorando troppo?»
«Mi sento sempre fiacco e mi addormento nei momenti più
impensati. E non riesco a liberarmi da un persistente mal di gola. Dovrei andare dal medico».
«Cosa aspetti?», disse Pat.
Due settimane più tardi, rientrando da scuola, Pat trovò Bee
che piangeva tra i gerani della serra. Si accovacciò davanti alla
sedia a rotelle e la cinse con le braccia. «Cos'è successo?»
«Ce l'ha anche Michael».
«Cosa?», domandò Pat.
«Il cancro alla tiroide. Anaplastico, proprio come la povera
Lorna. Inutile sottoporsi alla chemio. Gli ho detto che funziona
solo con le forme tumorali al seno e al fegato, ma non
nel suo caso. Pensi che dovrebbe venire a stare da noi in attesa di...?»
«Sì», rispose Pat. «O forse dovremmo andare tutti a Firenze?
Già, e Philip? Quest'anno ha gli esami. Michael... quanto
tempo gli resta?»
«Mesi», disse Bee. «Probabilmente meno di un anno. Penso
che dovrebbe venire qui. Il diploma di scuola secondaria superiore
non è poi così importante per Philip. Ha già superato
l'esame di ottavo livello per tutti gli strumenti che suona, e la
musica è chiaramente il suo futuro».
«La sua passione», confermò Pat. «Hai ragione. Sì, chiama
Michael e digli che ci prenderemo cura di lui».
«Graverà in massima parte su di te», disse Bee.
«La padella», disse Pat alzando gli occhi al cielo. «È incredibile
come tutto si riduca a una questione di padelle. Lo sai che non mi pesa».
«Michael ha dieci anni meno di te e dodici meno di me. Eravamo
tutti insieme la mattina della tragedia di Kiev», disse Bee.
«Allora dicesti che le radiazioni ci avrebbero messo giorni
per arrivare qui», disse Pat ricordando quel momento con lacerante
chiarezza. «Qualche giorno dopo noi eravamo qui e
Michael era a Londra, o chissà dove, a scattare fotografie».
«Sono una biologa, perché dovrei sapere tutto sulla radioattività
o la pioggia radioattiva?»
«Ma...» Pat la fissò a bocca aperta. «Sei una scienziata. Sembravi
così sicura del fatto tuo. Eri lì quando me l'hai detto».
«Eri incinta e sull'orlo del panico», replicò Bee. «Tutto quel
che so della radioattività è a livello cellulare».
Michael arrivò in macchina l'indomani. «Ricordate che volevamo
dare inizio a un Rinascimento tutto nostro? Non lo avremo
più», disse a Pat.
«Abbiamo il progetto delle Sette meraviglie in corso», rispose
Pat. «È già qualcosa. E tu hai fatto delle fotografie splendide».
Una cascata di note di Albinoni rotolò dalla finestra aperta
della camera di Philip, sopra il portone d'ingresso. «E poi ci
sono i ragazzi», aggiunse Michael. «Forse tratteranno il mondo
meglio di come abbiamo fatto noi».
Bee era nel salotto a parlare con una delle sue ex studentesse,
Sophie Picton, venuta per un breve soggiorno a Cambridge
- a dire il vero sulla Terra - da Galileo, la stazione spaziale europea.
Aveva portato a Bee qualche talea dallo spazio e avrebbe
portato via con sé alcune delle piante di Bee. «Con queste
l'aria sarà un po' più profumata», disse.
«Continuerò a lavorarci», disse Bee.
«Dovresti venire a lavorarci lassù», ribatté Sophie. «A gravità
zero riusciresti a spostarti come chiunque altro. Anche
meglio, perché hai braccia forti».
«Oh, è un'idea allettante», disse Bee. «Ma qui ho le mie responsabilità».
Pat servì a tutti torta alla frutta e tè. Philip si unì a loro e chiacchierarono
finché Sophie andò via. Poi sistemarono Michael
nella vecchia stanza di Jinny che affacciava sul davanti della
casa. Gran parte delle cose di Jinny era a Firenze, e Pat spostò
le rimanenti nella camera degli ospiti.
«Non dobbiamo pensare che sei qui per morire, ma per festeggiare
finché puoi», disse Bee.
«Champagne tutte le sere?», propose Philip.
«Tutto quel che c'è di buono finché possiamo averlo», disse
Pat. «Flora verrà per il fine settimana».
«Voglio scattare una serie di foto di voi due e dei ragazzi,
della casa e del giardino», disse Michael. «Senza mettervi in
posa, foto spontanee durante il vostro tran tran quotidiano».
«Va bene», disse Pat scambiando un'occhiata con Bee. «La
mia foto preferita rimane quella che hai fatto a Bee a Firenze,
quando le bambine erano piccole».
«Anche se la seconda in ordine di preferenza è quella che ho
scattato dal pavimento di piazza San Marco», disse Michael.
«Mi ha colpita come tu non ti sia preoccupato affatto di rovinarti
i vestiti», spiegò Pat.
Dopo cena accesero il televisore, ma dopo aver seguito il
notiziario per qualche minuto Bee pensò bene di spegnerlo.
«Solo violenza, esplosioni e uomini che vogliono mettersi in mostra».
«Vuoi davvero andare nello spazio?», Pat domandò a Bee
mentre si vestiva per andare al lavoro.
«No. Beh, sì. Ho sempre amato la fantascienza e mi piacerebbe
molto andare nello spazio. Ma per come sta andando
adesso, con nessuno che condivide il loro operato, sarebbe
antiscientifico. Sarei felice di offrire talee agli americani e ai russi,
ma non è più così che funzionano le cose. Non lo sopporto.
Lavorare a quel che sto lavorando non è poi così male, ma se
dovessi davvero addentrarmi nel campo spaziale, sarebbe limitante
non poter condividere liberamente le mie ricerche».
Fece una pausa. «Inoltre, dobbiamo fare delle scelte. Ho sempre
pensato che abbiamo avuto il tempo per fare tutto ciò che
volevamo, ma nel corso di una vita possiamo fare solo alcune
delle cose che desideriamo».
«“Ma alle mie spalle odo continuamente l'alato carro del tempo che si avvicina veloce: e laggiù da ogni parte, davanti a noi, si stendono deserti di vasta eternità”», recitò Pat.
«Deserti di vasta eternità», ripeté Bee. «Da cosa è tratto?»
«Da To His Coy Mistress di Marvell», rispose Pat. «Mi torna spesso in mente. È un invito a fare le cose finché se ne hanno le possibilità».
«Ottimo modo di pensare», commentò Bee spingendo la sedia a rotelle verso il montascale.
Michael ci mise otto mesi per morire. Si spense a Firenze, alla fine di agosto.
Aveva scattato una serie di fotografie a tutti loro: Bee che
passava dalla sedia a rotelle alla poltrona verde, e scendeva a
fatica dal letto; Pat che cucinava, e si scostava i capelli dal viso
con un gesto impaziente mentre digitava sulla tastiera; Jinny
che si infilava gli stivali in tutta fretta, che rideva gettando indietro
la testa, in tutto e per tutto uguale a Bee; Philip che
suonava l'oboe e sparecchiava la tavola; Flora che disponeva i
fiori, simile a una dea, e storceva il naso pensando agli asparagi.
Aveva continuato a fotografarli sino alla fine; l'ultimo rullino
era ancora dentro la macchina. Nelle ultime due settimane
le dimensioni del nodulo tumorale gli impedivano di parlare,
così aveva scritto meticolosamente le istruzioni per sviluppare i negativi.
Durante il viaggio verso Firenze, a fine giugno, subito dopo
gli esami di Philip, avevano discusso del funerale di Michael.
«A Firenze ce un cimitero ebraico», disse Michael. Parlava già con voce rauca.
«È una sorta di monumento antico», obiettò Pat. «Non credo sia ancora in uso».
«Che razza di autrice di guide sei?», la prese in giro Michael.
«C'è un moderno cimitero ebraico a nord della città, appena fuori
dal centro. Chiederò al rabbino e sistemerò la faccenda».
«Tu non parli l'italiano», gli ricordò Bee.
«Il rabbino parla l'ebraico».
«Tu parli l'ebraico?», gli chiese Philip sbalordito.
«Certo che lo parlo», rispose Michael. «Sono ebreo. E ho trascorso
un anno in Israele dopo l'università. Ho conosciuto il
rabbino di Firenze, sono stato alla sinagoga».
«L'ho vista, ma non ci sono mai entrata», disse Pat. «L'hanno
costruita nel Diciannovesimo secolo pensando di creare
qualcosa di ebraico ma degno di Firenze. A giudicare dall'esterno, ci sono riusciti».
«Anche l'interno è molto bello, ma i nazisti hanno distrutto
molti degli oggetti preziosi che ospitava», disse Michael. «La usavano
come rimessa e prima di andare via hanno cercato di farla
saltare in aria, ma i fiorentini hanno disinnescato le bombe».
«Buon per loro. I fiorentini si sono anche rifiutati di far saltare
Ponte Vecchio o ponte di Michelangelo», disse Pat.
«Credo sia stato il comandante tedesco a rifiutarsi di far saltare
i ponti storici», precisò Michael.
«Io sono per metà ebreo?», chiese d'un tratto Philip.
«No», rispose Michael. «Nessuno è per metà ebreo. O sei ebreo
o non lo sei, e tu non lo sei, perché devi nascere da madre ebrea.
Ma in base alla Legge del ritorno sei ebreo quanto basta per avere
un passaporto israeliano, se un giorno Io volessi».
«Tu non... non mangi carne di maiale», disse Philip.
«Forse sarò un cattivo ebreo, ma resto sempre ebreo. Il rabbino
di Firenze mi darà una degna sepoltura, non ti preoccupare».
Quando morì, fu per asfissia: la massa tumorale era cresciuta
al punto di impedire il passaggio dell'aria. «Se lo avessero
asportato chirurgicamente, avrebbero solo reso il processo più
lungo e penoso», concluse Bee. Fino alle ultime due settimane
vissute nel silenzio e nella sofferenza, il decorso della malattia
non era stato così spiacevole. Aveva bevuto granite anche
quando non avrebbe potuto ingoiare altro. Tutti e tre i figli
erano presenti; Flora era venuta da sola in treno alla fine del
trimestre, per riunirsi al resto della famiglia. Ma solo Bee e Pat
erano con lui quando esalò l'ultimo respiro.
«Non abbiamo mai pensato di essere una famiglia quando
gli abbiamo chiesto di donare lo sperma», disse Bee mentre
Pat chiudeva gli occhi di Michael. «Strano come vanno le cose, non trovi?»
«Non ci sono parole per definire quello che è stato per noi»,
disse Pat fra le lacrime. «È stato il padre dei nostri figli, il nostro
saltuario amante e, soprattutto, il nostro migliore amico».
Fu sepolto nel cimitero ebraico secondo il rito ebraico. Pat
non aveva mai assistito a una cerimonia ebraica, e la trovò molto
più commovente di altri funerali a cui aveva preso parte.
Due anni dopo, nel 1984, Philip andò al conservatorio e Flora
si laureò alla Lancaster. A Jinny mancava ancora l'ultimo
anno del suo corso quadriennale. Durante le prime settimane
di università aveva conosciuto un giovane e avevano deciso di
prendere il Postgraduate Certificate of Education per l'abilitazione
all'insegnamento. Conseguito il diploma, annunciarono il loro imminente matrimonio.
«Ma è così giovane!», disse Bee.
«Beh, Mohammed sembra un ragazzo simpatico», replicò Pat.
«Non so se riuscirò mai ad abituarmi al suo nome», disse Bee.
«La Turchia fa parte dell'Europa, ormai», le ricordò Pat. «So
che ne è rimasta fuori dai tempi dell'impero romano, ma ora è
rientrata. Andranno là in luna di miele e, tornando, passeranno da noi a Firenze».
Diedero il ricevimento di nozze nel loro giardino. Flora era
raggiante, con un bouquet di rose e gerani coltivati da lei. Philip,
impeccàbile nel suo abito da cerimonia, la accompagnò all'altare
e poi suonò un pezzo composto da lui mentre Flora e Mohammed
passavano fra due ali di ospiti per farsi fotografare. «Vorrei
che Michael avesse potuto fotografarla oggi», disse Bee.
«Mohammed sa che Michael era ebreo?», chiese Jinny.
«Mohammed sa che Michael era il padre di Flora?», domandò
Pat a sua volta. «Mohammed sa che Flora ha due
madri? Non lo sappiamo e non glielo abbiamo chiesto. Sembra
un tipo simpatico, ma è un giovane talmente convenzionale,
senza contare che viene da una cultura che conosciamo ben poco».
«Sono contenta che Flora conservi il suo nome», disse Jinny.
«E tu non hai progetti matrimoniali?», chiese Bee. «Un bellissimo italiano?»
«L'Italia è piena di uomini bellissimi, ma non ho intenzione
di sposarmi nel prossimo futuro. Ho ricevuto una fantastica
offerta di condividere uno studio. Non per fare copie di opere
classiche, ma per crearne di nostre».
«Henry Moore? Neoimpressionismo? Qual è il tuo stile?», la incalzò Pat.
«Neorinascimento? Questo ti piacerebbe», rise Jinny. «Aspetta
e vedrai. In più, sto seguendo un corso per lavorare nei musei,
così guadagnerei qualche soldo mentre aspetto che qualcuno mi scopra».
«Pratica e assennata», approvò Bee.
«È Flora quella pratica, ha già ottenuto un lavoro da insegnante», disse Jinny.
«E Philip è davvero molto bravo», aggiunse Bee. «Non lo avevo notato, perché lui ha suonato sempre bene, ma come compositore ha fatto passi da gigante. Oggi ci ha fatto ascoltare autentica musica».
«Stanno diventando adulti», disse Pat. «Sembra ieri che erano
bambini, e ora...»
«Non posso credere che tu l'abbia detto!», esclamò Jinny.
«È un tale cliché! Non posso credere che quelle parole siano uscite dalla tua bocca! Flora! Pat ha detto che sembra ieri che eravamo bambini!»
Flora si avvicinò e diede loro un bacio, attenta a non sgualcire il suo abito. «Vi voglio bene», disse. «Grazie per avermi regalato questa cerimonia, e grazie per avermi regalato una splendida infanzia».
«Dev'essere la settimana dei vecchi cliché», sospirò Jinny.
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CAPITOLO 28.
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Invecchiare è una cosa terribile: Trish 1989-1993.
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Trish non ricordava l'attacco cardiaco né di essersi accasciata a
terra nell'aula scolastica, ma solo la fatica a respirare subito dopo.
Da quando aveva ripreso conoscenza in ospedale e le fu assicurato
che era stato solo un piccolo attacco e che non avrebbe
avuto conseguenze, sembrava che le mancasse sempre l'aria.
Helen era lì, arrivò anche Cathy, e George inviò un messaggio
dallo spazio, per molti versi fu come una replica dell'ictus di
Mark, tranne per Doug, che stavolta arrivò con un enorme mazzo
di lillà e si sedette piagnucolando al suo capezzale. Trish lo
trovò eccessivo, visto che le avevano detto che si sarebbe ripresa
presto. La dimisero dall'ospedale con un corredo di prescrizioni,
una dieta mirata e un programma di attività fisica.
Era il marzo del 1989. Aveva sessanta tré anni. Scelse il prepensionamento;
sapeva che per lei era prematuro, anche se
l'età media di pensionamento era di sessanta anni e molte persone
si ritiravano dal lavoro a sessantacinque. Trish non si
sentiva pronta a lasciare l'insegnamento. Fortunatamente, aveva
ancora i corsi di istruzione per adulti, che incrementò. Si
dimise anche dal consiglio comunale perché il dottore le aveva
detto di evitare gli stress, ed era inutile negare che l'attività
di consigliere fosse stressante. Una decisione che non le servì
a molto in tal senso, perché Bethany era ancora membro del
consiglio e le riferiva ogni cosa, facendole ribollire il sangue nelle vene.
Ogni mattina andava a nuotare e percorreva più di un chilometro
a piedi da casa alla piscina di Kingsway e ritorno. Seguiva
fermamente una dieta a basso contenuto di grassi. Prendeva
le sue pillole. Leggeva per Mark. Aiutava Alestra e Tamsin,
ora quattordicenni, a studiare per il loro diploma di scuola secondaria
superiore. Si prendeva cura di Donna e Tony. Vedeva
gli altri nipoti quando andava a fargli visita o quando loro venivano a trovarla.
A giugno, proteste pacifiche in Cina si conclusero in un bagno
di sangue in piazza Tienanmen. Una ragazza disarmata fu
uccisa da un colpo d'arma da fuoco di un soldato: le immagini
fecero il giro del mondo e diventarono subito iconiche. Il mondo
inorridì. I capi di Stato contattarono immediatamente il
governo cinese: il presidente Frank degli Stati Uniti fu il primo
a deplorare la violenza, seguito dal presidente Jahn della Germania
e poi dai leader di ogni altro Paese e dalle Nazioni Unite.
Il premier russo Gorbaciov, che si trovava a Londra per discutere
il progetto di confine aperto, fu intervistato dalla BBC.
Trish stava guardando la televisione nella stanza di Mark, come
faceva spesso. La tv riusciva a tranquillizzarlo, e a Trish
piaceva condividere con lui quei momenti. Sentendo Gorbaciov
affermare che per il suo Paese era impensabile giustificare
una simile violenza e che la Cina avrebbe dovuto scusarsi
pubblicamente, Trish si rivolse a Mark.
«Ricordi quando i russi erano il nostro più grande nemico e tutti ne avevamo paura? Prima erano nostri alleati nella guerra, l'amico Zio Joe, (Così Churchill e Roosevelt si riferivano a Joseph Stalin nella loro corrispondenza privata) e poi negli anni Cinquanta sono diventati i cattivi, la Cortina di ferro e tutte quelle assurdità. Semplici assurdità.
Non c'è alcuna differenza tra Europa orientale ed Europa occidentale, davvero, tutti noi abbiamo a cuore le stesse cose, una rete di sicurezza sociale, libertà individuali, benessere».
Mark mugolò qualcosa e Trish gli diede un buffetto sulla mano.
«Stai cercando di dire che negli anni Trenta Stalin epurò il partito da presunti cospiratori?», gli chiese. «È stato tanto tempo fa. Pensa alla Germania. Negli anni Trenta i tedeschi sono stati ancora più spietati, e adesso si sono riuniti, e tutto fila liscio».
La Cina presentò le sue scuse ufficiali ed estese le libertà per le quali gli studenti avevano manifestato; seguì un rilassamento generale.
A settembre Mark morì. Un altro ictus lo colpì durante il sonno.
Trish lo trovò al mattino che respirava affannosamente, in
stato di incoscienza, e chiamò subito il dottore. Mark morì in
ospedale, un paio di ore dopo. Trish tornò a casa e si sedette
nella stanza vuota, in mezzo al disordine dei suoi ultimi anni di
vita; padelle, pigiama, il televisore, le sue pasticche, il letto da
ospedale. Era difficile credere che fosse davvero morto.
«Nessun altro lo avrebbe accolto come hai fatto tu», le disse Bethany quando tornò a casa.
Lo fecero cremare e dispersero le ceneri in giardino, come
avevano fatto per la madre di Trish. Tutti i figli e i nipoti parteciparono
al funerale, persino Doug. Vennero anche Elizabeth
e Clifford Burchell, ed Elizabeth parlò dell'importanza
del lavoro di Mark. Con loro c'era il figlio Paul - Mark era il
suo padrino - un medico dall'aria molto distinta. Trish ricordò
quando, ancora neonato, lo aveva allattato al seno.
Trish non parlò. Non sapeva bene quel che provava. Un senso
di sollievo, sì, ma anche una tristezza che non avrebbe mai immaginato.
«E ora cosa pensi di fare con quelle stanze?», le chiese Bethany.
«Beh, servono per quando i ragazzi sono tutti a casa», rispose Trish.
«Potremmo trasformarle in un appartamentino e affittarlo»,
propose Bethany. «Ci sono sempre studenti in cerca di un alloggio».
«Non voglio convivere con estranei».
«Io e Alestra potremmo spostarci quassù e affittare il seminterrato,
che è praticamente indipendente».
Trish scosse la testa. Ridipinse la stanza e ne fece una biblioteca.
L'intera famiglia si riunì per Natale, come al solito. Doug
non aveva una bella cera. La sua allegria era palesemente forzata.
Aveva comprato regali costosi per tutti i bambini, e li osservò
con le lacrime agli occhi mentre li scartavano. Il giorno
di Santo Stefano, vedendo Trish imbacuccarsi ben bene per uscire
a fare la sua passeggiata, afferrò la giacca e disse che l'avrebbe accompagnata.
Camminarono in silenzio per un po' lungo il canale. «Cosa
c'è che non va?», gli chiese Trish.
«Non so se dovrei dirtelo».
«Devi assolutamente dirmelo», replicò Trish. «Qualunque cosa sia. Sono tua madre».
«Ho l'AIDS», rispose Doug. «È talmente ingiusto. Ero pulito.
Ho chiuso con l'eroina, lo sai, sono venuto qui a disintossicarmi.
Ma chissà quando, scambiando le siringhe...», non finì la frase.
La mente di Trish si rifiutò di registrare la notizia. «Credevo
fosse una malattia che colpiva i gay», disse, e pensò subito a Mark.
Non ne aveva mai parlato a nessuno dei suoi figli. Avrebbe
violato la privacy di Mark.
«A quanto pare si trasmette attraverso il sangue, e se condividi
la stessa siringa puoi prenderla così». Doug allungò lo
sguardo sull'acqua grigia. Una chiatta verniciata a colori vivaci
li superò, avanzando lentamente in direzione nord. Un piccolo
terrier bianco abbaiò dal ponte dell'imbarcazione.
«Ti senti male?»
«Prendo dei farmaci che dovrebbero aiutarmi, e invece mi
fanno stare peggio. È un'immunodeficienza, vale a dire che qualsiasi
malanno potrebbe uccidermi... così», concluse schioccando
le dita per rendere l'idea.
«Oh, Doug!» Trish spalancò le braccia e lo strinse a sé. «Che
cosa terribile. Cosa pensi di fare? Vuoi tornare a casa?»
«Voglio scrivere canzoni per sensibilizzare la gente sull'AIDS,
raccogliere fondi per aiutare chi ne è stato colpito, e per trovare
una cura», disse. «Se ne avrò il tempo. Finché ce la faccio.
Se... quando starò male, vorrei tornare a casa».
«Fra quanto tempo...?», chiese Trish.
«Impossibile saperlo». Doug digrignò i denti. «Te lo dirò
quando lo saprò. E intendo dirlo agli altri, anche se Helen entrerà
in agitazione e a Cathy prenderà un colpo. Sull'AIDS hanno
impresso un marchio d'infamia che non dovrebbe esserci,
e io intendo parlarne apertamente, in modo che lo conoscano.
Ma voglio essere io a dirglielo».
«Sono fiera di te», disse Trish. «Stai reagendo in modo coraggioso e responsabile».
«Ma tu stai piangendo», le fece notare Doug.
«Non dovrei piangere, sapendo che mio figlio ha una malattia incurabile?»
Quella sera, quando i bambini furono a letto, Doug lo disse
agli altri. Helen e Don erano tornati a casa, così diede la notizia alla sorella soltanto l'indomani.
Doug ci mise tre anni per morire. Per i primi due anni fu sempre
sotto i riflettori, componendo brani ed esibendosi per raccogliere
fondi. Poi, nell'agosto del 1992, ebbe un crollo e tornò
a casa. Fu come essere sotto assedio, con i giornalisti perennemente
accampati davanti al portone. Alestra stava per partire
per l'università e non sopportava di essere fotografata e vedere
la sua immagine sui tabloid.
«È colpa mia», disse Doug. «Ho voluto mettermi sotto i riflettori
e ora non posso spegnerli solo perché mi danno fastidio.
Devo sparire dalla circolazione».
«Vengo con te», si offrì Trish.
«Vorrà dire rinunciare ai tuoi corsi e a tutto il resto».
«Non per molto. E tu sei più importante».
Non andarono lontano. Doug entrò in una struttura di ricovero
per malati terminali a Grange-over-Sands. Era gestita da
buddisti, ma dopo aver fatto l'abitudine agli infermieri in tunica
arancione, Trish non lo trovò più così strano. Alloggiava in
una foresteria poco lontano. La struttura aveva un cortile centrale
con la sabbia rastrellata con cura intorno a pietre disposte
in disegni Zen. Tutte le stanze affacciavano su un portico
che correva intorno al cortile. Il portico era pieno di panchine.
Il cortile aveva un tetto di vetro. «In un posto più caldo sarebbe
stato a cielo aperto, ma hanno voluto assecondare il clima», osservò Trish.
Si sedevano anche sulle panchine di fronte al ricovero, dove si
vedeva Morecambe e la centrale nucleare sull'acqua. Spesso notavano
un sottile velo di pioggia coprire Lancaster mentre a
Grange splendeva il sole. Doug cominciò a prendere antidolorifici,
ma la sofferenza aveva sempre la meglio. Suonava la chitarra,
finché fu troppo debole per pizzicare le corde. Passeggiavano
lentamente in paese e si fermavano al laghetto a osservare le
anatre dai colori più svariati. A volte Trish andava a casa a prendere
qualcosa e a trovare Bethany; Doug rimaneva dov'era.
Durante quei mesi atipici trascorsi a Grange, Trish notò che
stava diventando sbadata. Perdeva le parole: era nel bel mezzo
di una frase e si dimenticava come intendeva concluderla. Dimenticava
come veniva chiamato un oggetto, o il nome di un
autore. Una volta le sfuggì il termine “Corea” e dovette ricorrere
a una perifrasi: “quella penisola vicino alla Cina, dove c'è stata
una guerra negli anni Cinquanta”. Ripensò a sua madre e fu assalita da un gelido terrore.
Ne parlò con Doug. «Vorrei poter vivere abbastanza a lungo da finire rimbambito come la nonna».
«Forse avrò un altro infarto prima di ridurmi come lei», replicò
ottimisticamente Trish. «Invecchiare è una cosa terribile».
«Sempre meglio dell'alternativa», disse Doug, sorridendo.
«Non lo so. Forse sei fortunato a evitare la vecchiaia. Dicono che “muore giovane chi è caro agli dèi”».
«È solo che ci sono un sacco di cose che avrei voluto fare.
Ho sempre pensato che avrei avuto tempo di fare figli, di scrivere
la musica seria che volevo scrivere, di vedere le parti del
mondo che non avevo visto. Quasi tutto quel che ho visto è
stato durante le tournée, sai com'è, sembra tutto uguale.
Giappone, Parigi, mi dicevo sempre che sarei tornato quando
avrei avuto più tempo. Adesso non lo avrò più. E tutte le canzoni
che volevo scrivere. Tutte le canzoni che ho scritto, sulle
quali ho sudato sangue, e per cosa mi ricorderanno? Per quella
idiozia su George e Sophie che si sposano sulla luna che ho
scritto in cinque minuti sul sedile di un taxi».
«È un pezzo fantastico, ed è stato fantastico che tu l'abbia
scritto per tuo fratello. Non sottovalutarlo solo perché l'hai scritto di getto».
George e Sophie andarono a trovarlo con i gemelli. Rhodri e
Bronwen avevano quattro anni e per loro fu una gioia osservare
le anatre nel laghetto. Sophie e Trish li portarono a fare una
passeggiata a Hampsfell, mentre George e Doug avviavano una
lunga conversazione. Da Hampsfell la vista spaziava fino al
Lake District, dove Trish era stata tante volte insieme ai figli,
quando erano più piccoli, e poi con David. Lassù, dall'alto della
baia, Trish sentì per la prima volta, dopo tanto tempo, di avere abbastanza aria per respirare.
Tutto il cibo servito al ricovero era vegetariano o macrobiotico.
Trish, che mangiava raramente la carne, lo trovava di suo
gradimento. «Mi chiedevo quanta strada dovremmo fare per
trovare un hamburger», disse Doug, un giorno in cui era molto debole.
«Carnforth?», ragionò Trish a voce alta. «Certo non troveremo
niente in paese. Un tentativo?»
«Stavo scherzando, ma in realtà, sì, mi piacerebbe tantissimo.
Proviamo. Un'ultima missione folle!»
Salirono nella macchina di Trish, una Fiesta nuova, più sobria
e dignitosa del maggiolino che Doug le aveva regalato tempo
prima. Doug riusciva a stento a sedere dritto al posto del
passeggero. Abbassò il finestrino. «È magnifica la sensazione
della velocità», disse, sebbene andassero a non più di cinquanta
all'ora lungo la strada tortuosa. Si diressero a sud verso
Ulverston, dove trovarono un Burger King. Trish ordinò anelli
di cipolla fritti. «Spero che tu sappia quanto siano micidiali
per il mio povero cuore», gli disse.
Doug riuscì a mangiare solo metà del suo hamburger. «Era
delizioso», disse. «Tutto quel ketchup e la mostarda, per non
parlare della carne. Immagino che mi costerà vari cicli di vita
e di morte nel cammino verso il Nirvana».
«Ci credi?», gli chiese Trish.
«Neanche un po'. Ho scelto questo posto perché era vicino e mi avrebbe garantito un po' di privacy».
Lungo il viaggio di ritorno Doug crollò addormentato sul
sedile e Trish dovette farsi aiutare per portarlo a letto. Il mattino
dopo Doug le fece l'occhiolino mentre mangiava il porridge
per colazione. «Grazie per avermi accontentato ieri, mamma. Grazie per essere qui».
Trish ricacciò indietro le lacrime. «Sono contenta di essere
qui. Sono contenta di poter fare qualcosa per te».
Doug morì a novembre. Trish era al suo capezzale. Stava dormendo,
respirava con difficoltà, e poi smise semplicemente di
respirare. L'infermiere si avvicinò e aprì la finestra. «Così la
sua anima è libera di andare».
«È una credenza buddista?», chiese Trish.
«No, irlandese», fu la risposta.
«Questa è la terza morte a cui ho assistito. Prima mia madre,
poi il mio ex marito e adesso mio figlio».
«Non ci si fa mai l'abitudine», disse l'infermiere.
Tutti i documenti erano stati firmati e ogni cosa era stata predisposta,
tranne il certificato di morte. Trish uscì nella luce dell'alba
e desiderò di poter credere ancora in Dio. Il mare lambiva
sempre la riva, le ultime stelle si stavano spegnendo nel chiarore
crescente del cielo. Ma la vista del cielo non le fu di conforto.
Non c'era nessun Dio benevolo in attesa, nessun paradiso dove
Doug avrebbe trovato la felicità. Solo la fredda contingenza
dell'universo, dove le cose accadevano per motivi accidentali
che nessuno era in grado di comprendere. Ciò nonostante, insieme
al dolore lacerante per la perdita di Doug provò anche un
senso di pace. Suo figlio aveva finito di soffrire. Niente più dolore.
E lei gli era stata accanto, l'aveva aiutato. Aveva seguito l'intero
corso della sua vita, dalla nascita alla morte. «Ognuno nasce»,
disse al cielo vuoto. «Ognuno muore».
Si rivelò una magra consolazione, via via che il tempo le fece
capire cosa significava aver perso suo figlio.
Il funerale si svolse nella cattedrale di Lancaster, gremita
per l'occasione. C'erano star della musica pop e punk, e attori,
amici di Doug, giornalisti e fan. La famiglia sedeva da sola davanti
all'altare, stretta in due panche. Trish si sforzò di restare
seduta e immobile. Ci furono tributi musicali e persone che
parlarono di come Doug sarebbe stato ricordato. George raccontò
cosa aveva significato per lui la canzone scritta dal fratello.
Subito dopo, il corpo fu cremato senza altri clamori. Trish
sparse le ceneri sulle rose, insieme a quelle di sua madre e di
Mark. «Metti anche me qui», disse a Helen.
«Mamma! Non essere macabra!», sbottò Helen.
«Ho sessantasei anni. Devo cominciare a pensarci».
«No, non devi!»
Trish riprese i suoi corsi serali, ma si trovò a ricorrere sempre
più ai suoi appunti per una sorta di rassicurazione di cui
non aveva mai avuto bisogno, un frenetico verificare nomi e
titoli. Cominciò a fare liste interminabili per non dimenticare
le cose, e se non le annotava sulle liste finiva spesso per dimenticarle.
Si confidava con Bethany, ma non con i figli. «Continuano a dirmi che questa casa è troppo grande e che dovrei
comprarne una più piccola», disse. «Se sapessero di queste mie dimenticanze, mi metterebbero in una casa per anziani in quattro e quattr'otto».
Bethany scosse la testa. «Forse sono le pillole per il cuore a
peggiorare le cose. Ho letto qualcosa in proposito».
Trish andò dal dottore e si fece cambiare la prescrizione di
betabloccanti. La sua memoria parve migliorare. Tirò un sospiro
di sollievo e si sforzò di tirare avanti. La famiglia si riunì
per il Natale e l'assenza di Doug fu come un dolore sordo e insistente che non risparmiò nemmeno i più piccoli.
...
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CAPITOLO 29.
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Pensionamento: Pat 1986-1990.
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Pat si ritirò dall'insegnamento nel 1986, a sessanta anni. In Europa,
era ancora l'età pensionabile ufficiale per le donne, sebbene
stessero parlando di portarla a sessantacinque anni come
per gli uomini. Quell'anno anche Flora smise di insegnare
per dare alla luce una bambina, Samantha Deniz, che nacque
a maggio. Pat e Bee andarono a Lancaster non appena ebbero
la notizia che la piccola Sammy era venuta al mondo. La tennero
in braccio nel suo primo giorno di vita. «Mi sembra di rivedere
te appena nata. Siete due gocce d'acqua», disse Pat a Flora.
«Tutti i neonati si assomigliano», rise Flora. Il parto era stato difficile ed era sfinita ma esultante.
Philip arrivò da Manchester, dove studiava musica. «È sconcertante
ritrovarsi zio all'improvviso», disse. «Avresti dovuto avvertirmi, Flo».
«Come avrei potuto avvisarti?», replicò Flora.
«Comporrò un brano musicale per lei», disse Philip.
Bee e Pat lo riaccompagnarono in macchina a Manchester.
«Intendo spiegarvi la mia situazione abitativa», disse dal sedile posteriore.
«Convivi con qualcuno?», domandò Bee.
«Convivo con due persone».
«Lo sappiamo, ce l'hai detto quando hai preso l'appartamento.
Ma una delle due è... importante?», disse Pat.
Philip rise. «Sono entrambe importanti. È questo che volevo dirvi».
«Ha dovuto impegnarsi a fondo per trovare il modo di scioccare
le sue mamme lesbiche», Pat disse a Bee. «Devo dire che
non gli abbiamo reso le cose facili, povero ragazzo. Non potrebbe
essere semplicemente gay come un giovane qualsiasi».
«Perché dovrebbe scioccarvi, è quel che avete fatto con Michael
per tutta la mia vita!»
«Ti stavo prendendo in giro. Scusa», disse Pat.
«Sei davvero coinvolto sentimentalmente con due persone?», domandò Bee.
«Abbastanza, sì», rispose Philip. «Sanchia è olandese, ha tre
anni più di me, è una organista e si guadagna da vivere dando
lezioni di piano. Ragnar è norvegese, mio coetaneo, suona il
flauto nella Symphony e lavora part time in un bar».
«Caspita!», esclamò Pat cercando di rimediare alla battuta
di prima. «Sembrano due persone favolose. Non vedo l'ora di conoscerli».
«Hai in serbo qualche altra sorpresa?», chiese Bee.
«Beh, loro mi chiamano Marsilio», rispose Philip. «Quindi,
se non vi spiace, vorrei usarlo nella mia professione. Tanti si
chiamano Philip. Marsilio, invece...»
«Solo tu e Ficino», lo interruppe Pat. «Stai pensando di portarli a Firenze?»
«Se c'è posto. Ma solo per una settimana o due, perché ad
agosto ho un ingaggio come musicista. Devo suonare l'oboe in
sostituzione di una collega in congedo di maternità. Neonati che spuntano dappertutto...»
«Saremo liete di ospitarli a Firenze», disse Pat. «Flora non riuscirà a venire, quest'anno».
Sanchia e Ragnar parlavano perfettamente l'inglese, un vero
sollievo. Ragnar aveva l'aspetto di un vichingo, un gigante
con la barba riccia e i capelli lunghi. Sanchia era bellissima, ma
non sembrava un'olandese. «Mia madre era indonesiana», spiegò a Bee.
Durante il viaggio di ritorno a Cambridge, Pat e Bee parlarono
dei ragazzi. «Non sono molte le persone che si imbarcano
in una relazione a lungo termine quando sono al college», osservò Pat.
«No, ma Philip è capace di farlo», replicò Bee. «Mi piacciono quei due, soprattutto lei».
«Sembrano tutti a loro agio nella convivenza a tre», disse Pat.
«Philip sembra felice di stare con loro. È questo che conta».
«Non so se riuscirò mai a chiamarlo Marsilio», confessò Bee.
«Sono abituata a chiamarlo Philip».
La settimana dopo Jinny rientrò dall'Italia per conoscere la
nipotina. Si fermò a Cambridge un giorno e una notte. «Sto
pensando che l'anno prossimo voglio seguire un corso di architettura», disse.
«A Firenze?», chiese Pat.
«Oh, sì, perché è a Firenze che voglio lavorare. La gente non
fa che costruire ovunque nuove case. Sobborghi. E sono come
i sobborghi che ci sono qui. Fra Cambridge e Londra sono tutti
sobborghi. E voi avete visto la casa di Flora. C'è bisogno di
qualcuno che progetti piccole, splendide case per la gente comune.
Il gusto estetico non mi manca, ma non ho le qualifiche
tecniche. Questo è quello che voglio fare».
«Hai trovato la tua passione, finalmente», disse Pat guardandola negli occhi.
«Credo proprio di sì», disse Jinny.
«Hai ancora il tuo prestito d'onore o avrai bisogno di soldi?», domandò Bee.
«Avrò bisogno di soldi. Ma ve li restituirò».
«Restituisci il favore», replicò Bee. «Finanzia i sogni dei tuoi
figli perché seguano la loro passione, o quelli di altri amici che
possano averne bisogno».
Quell'estate Pat lavorò a una guida di Trieste. Sentiva intensamente
la mancanza di Michael ogni volta che era affiancata
da un fotografo diverso e doveva spiegargli esattamente cosa
voleva. Lavorò anche all'aggiornamento della guida di Firenze
e si rifiutò di sostituire qualsiasi foto. «Nulla di tutto questo è
cambiato», si impuntò con il suo curatore.
«Che mi dici di questa gelateria?», le chiese indicando una
foto del “Perché no!”. «C'è ancora?»
«Sempre la stessa», gli assicurò Pat. «Favolosa come sempre.
Il miglior gelato del mondo, proprio come è scritto nella guida».
Accompagnò Ragnar e Sanchia in giro per la città e fu con immensa
gioia che li vide cadere sotto l'incantesimo di Firenze.
«Hanno creato questo», disse Ragnar. «Così come la musica.
E tutto allo stesso tempo».
«È possibile», disse Sanchia, appoggiandosi di schiena a Philip
mentre gustava un gelato e ammirava Orsanmichele, proprio
come aveva fatto Pat durante la sua prima visita a Firenze.
«Devo tornarci».
«Sono così contenta che la pensi così», disse Pat. «Non tutti
lo fanno. Il marito di mia figlia Flora si è limitato a dire che è
una bella città. E alcuni italiani la danno per scontata».
L'anno dopo, il 1987, Bee andò in pensione. «Porterò avanti
la mia ricerca a casa, ma ho chiuso con l'andare su e giù al college
e rispettare l'orario di ufficio e marcare il cartellino», disse.
Organizzarono una festa d'addio e le regalarono una sedia
a rotelle elettrica progettata appositamente per lei e munita di
cingoli da trattore per muoversi in giardino. «Molto meglio di
un orologio d'oro», commentò Bee.
Flora ebbe un altro bambino a marzo del 1988, Cenk Michael.
«Si pronuncia “Jenk”», disse. «Era il nome del padre di Mohammed».
«È bellissimo», disse diplomatica Pat. «Così facile da dire».
Philip aveva composto un brano musicale per la piccola Sammy,
e ora fece altrettanto per Cenk. Si diplomò e cominciò la
sua vita da musicista sostituendo colleghi nelle orchestre e lavorando
alle sue composizioni. Lui, Sanchia e Ragnar continuarono
a vivere insieme compatibilmente con le loro carriere, e ad
andare ogni estate a trascorrere un periodo a Firenze.
Jinny conseguì la qualifica di architetto. Il progetto di una
casa, piccola ma bella, che realizzò nel suo ultimo anno di corso
vinse un European Design Award. Divenne subito socio
giovane di uno studio fiorentino. I suoi progetti venivano realizzati
quasi in tempo reale. «Ginevra potrebbe guadagnare
molto bene se lavorasse come progettista per i nostri clienti
più facoltosi», disse un socio anziano a Pat durante una festa.
«Non è quel che desidera», rispose Pat con una punta di orgoglio.
Adesso Jinny si era trasferita in pianta stabile nella casa
di Firenze e pagava regolarmente le tasse patrimoniali. Pat e
Bee la raggiungevano ogni estate, e così Philip con i suoi compagni.
Flora e Mohammed c'erano stati solo una volta dal loro matrimonio.
«Dovremmo fare un nuovo testamento e lasciare a Jinny la
casa di Firenze», disse Pat. «Non lo abbiamo più fatto da quando
erano piccoli e avevamo paura delle assistenti sociali».
«E il caro vecchio Michael si era impegnato a sposare chiunque
di noi due fosse sopravvissuta», aggiunse Bee con un sorriso.
Fecero due nuovi testamenti. «Vogliamo lasciare la casa di
Firenze a Jinny e la casa di Harston e il resto delle nostre proprietà
agli altri due figli in parti uguali», dichiarò Pat.
«Non è fattibile», rispose il notaio. «Avete una proprietà
condivisa su questi immobili, e questo rende tutto più complicato».
Alla fine decisero di cedere a Jinny la casa di Firenze subito
e di lasciare quella di Cambridge a chi fra loro due fosse sopravvissuta
all'altra, con l'impegno di dividerla poi tra gli altri
figli. «Sei sicura che sia una decisione equa?», le chiese Bee.
«Venderanno la casa di Harston e disporranno del denaro.
Jinny vivrà nella casa di Firenze», replicò Pat. «Questo renderà
equa la scelta, anche se una vale di più».
«Ci saranno da pagare le imposte di successione», aggiunse il
notaio. «Non ci sarebbero se foste sposate, ma allo stato attuale...»
«Sono queste le cose che mi mandano in bestia», commentò Bee.
Ricordando le difficoltà per la vendita della casa della madre
di Pat, compilarono gli atti di procura in caso di incapacità,
nominandosi l'un l'altra. «Questi non valgono sempre e comunque»,
precisò il notaio. «Non se qualcuno li contesta».
«Qualcuno significa i nostri figli o il governo?», chiese Bee.
«I nostri figli non ne sarebbero capaci, ma per il governo è tutta un'altra faccenda».
«Certamente non varrebbero contro una contestazione del governo. Ma sono meglio di niente».
Sulla strada verso casa, Bee cominciò a ridere. «Stavo pensando
a come mi ha fatto sentire avanti negli anni questa visita al notaio», disse. «Ne ho sessantuno!»
A marzo Pat ebbe un attacco di cuore nelle prime ore del
mattino. Riconobbe subito i sintomi, il dolore al petto e al braccio
sinistro. Riuscì a svegliare Bee prima di perdere i sensi, e
Bee chiamò un'ambulanza. Si svegliò all'Addison, da sola.
Si sforzò di premere il pulsante per chiamare l'infermiera.
«La mia amica è in sala di attesa?»
«Cerchi di riposare», rispose l'infermiera, sentendole il polso
con aria professionale. «Non si preoccupi di nulla».
«Mi preoccuperò fino a farmi venire un altro infarto se non
fa entrare la mia amica. È sulla sedia a rotelle».
Bee era in sala d'attesa, la lasciarono entrare. «Non volevano
dirmi come stavi», disse, spingendo la sedia accanto al letto e prendendo la mano di Pat.
«Ho dovuto minacciarli che avrei avuto un altro attacco se
non ti facevano entrare», disse Pat. «Non hai idea di quanto
faccia bene al mio cuore vederti qui».
«Ho chiamato i ragazzi. Philip è già in viaggio. Flora ha detto
che verrà domattina al più presto. L'ho avvertita che Philip
sta venendo qui e che l'avrei chiamata se la situazione fosse
stata realmente grave».
«Avere figli grandi che sanno chi consideriamo il parente
più stretto è un vero sollievo», disse Pat.
«Dovrebbe essere qui a minuti. Era a Glasgow».
«Naturalmente sarebbe meglio se non fossero così lontani».
L'ospedale assicurò Pat che si era trattato di un attacco cardiaco
lieve. Le consegnarono un guardaroba di medicine, una dieta
mirata che non prevedeva nulla di ciò che le piaceva e suggerimenti
per l'attività fisica. «Ne faccio fin troppa», si lamentò Pat.
«Si vede che non è abbastanza», replicò Bee, per niente comprensiva.
«Non possiamo permettere che il tuo cuore ci pianti in asso».
«Pensi che dovrei chiedere se l'esclusione dell'“ice cream”
comporti anche la rinuncia al “gelato”?»
«No», disse Philip. «Perché lo mangerai in ogni caso, quindi
è meglio che non approfondisci la questione. Sarà dura limitarti
a questa roba a basso contenuto di grassi. Tu adori i grassi.
Non cucini mai niente che non includa almeno mezza bottiglia di olio d'oliva».
«Tranne quando ho finito l'olio, e allora uso mezzo panetto
di burro», disse Pat. «Anche se ho notato che da Sainsbury's si trova un olio d'oliva niente male».
Prese le pillole con regolarità e cercò di camminare di più.
«Prima mi piaceva il canottaggio, ma non l'ho più praticato da
quando ci siamo trasferiti qui. Camminerò in Italia».
«Camminerai adesso. Puoi spingere la mia sedia, se vuoi, sarà un ottimo esercizio».
«Schiavista», disse Pat.
Ascoltare il notiziario era terribile come sempre. Una strage
in Cina, repressione nei Paesi sovietici, un altro presidente degli
Stati Uniti assassinato. La guerra tra Uruguay e Brasile minacciava
di diventare nucleare, e gli americani dicevano che
avrebbero considerato qualsiasi intervento russo o europeo
come un atto ostile contro il loro emisfero. «Bene, allora mantenete
la pace nel vostro emisfero», commentò Bee in tono
rabbioso. «Basta armi nucleari!»
Quell'estate, in Italia, Pat scoprì di non ricordare termini italiani
che aveva imparato alla perfezione. Si lanciava in un discorso
e poi si fermava di colpo senza trovare le parole. Non
aveva mai sperimentato niente di simile e ogni volta rimaneva
sconcertata. «Non potrebbero essere le pillole?», ipotizzò Jinny.
Una volta a Cambridge, chiese al dottore di cambiarle la
prescrizione. Difficile dire se fosse servito a qualcosa, perché lì
non era tenuta a parlare italiano. L'estate successiva le cose
non sembravano essere migliorate. Pat si accorse che a volte dimenticava anche termini inglesi.
«Ho paura che finirò come mia madre», confessò a Bee nel buio della stanza.
«Hai solo sessantaquattro anni», rispose Bee stringendola a sé. «Ora non piangere, Pat, tesoro. Ssh. Andrà tutto bene».
...
.
...
CAPITOLO 30.
...
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...
Gemelli: Trish 1994-1999.
...
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...
George telefonò una mattina della primavera del 1994. «Mi
domandavo se posso chiederti un grosso favore», disse.
«Sì, certo. Cosa?», rispose Trish, cercando freneticamente
gli occhiali, il taccuino e la penna in modo da prender nota di
qualsiasi richiesta prima di dimenticarsene.
«Vogliono rispedirci sulla luna. Sarebbe per un anno», le
disse George, mentre Trish trovava il taccuino sul bancone e
gli occhiali appesi alla catenella di perline che portava al collo.
Gliela aveva regalata Tamsin a Natale. «Almeno un anno, forse
due. È fondamentale che Sophie ci vada».
«E i gemelli?», chiese Trish. «Non potete portarli con voi, vero?»
«Secondo i medici, un lungo periodo in condizioni di bassa
gravità non avrebbe effetti salutari sullo sviluppo osseo. È questo
il favore. Ci chiedevamo se potessi tenerli tu. Lo spazio
non manca e loro sono sempre felici di vederti. Potremmo
chiederlo ai genitori di Sophie, ma sono avanti negli anni. Beh,
sono più giovani di te, ma per qualche ragione si sono arresi
alla vecchiaia, direi fossilizzati in essa, non come te. A casa loro
ho sempre la sensazione di dover camminare in punta di
piedi, mentre la tua casa è sempre piena di vita».
«Certo che li terrò», disse Trish sedendosi al tavolo della cucina
e armeggiando con il taccuino. «Quando dovreste partire?»
«Sophie quasi subito, ma io posso aspettare la fine dell'anno
scolastico. Così i bambini verrebbero a passare l'estate da te per
poi frequentare la scuola a Lancaster dal prossimo settembre».
«Sembra che tu abbia già stabilito ogni cosa», osservò Trish.
«Dovrei consultarmi con Bethany prima di scombussolarle la vita».
«Ho pensato che potrebbero frequentare la mia vecchia
scuola», continuò imperterrito George. «Un altro vantaggio
di cui godrebbero stando a Lancaster. Le scuole di Aberystwyth
sono un mortorio. Ma Lancaster ha delle ottime scuole,
le ha sempre avute. So che la scuola secondaria è diventata
mista, ma da quel che ho saputo tutti stanno ricevendo un'ottima istruzione lì a Lancaster».
«Le scuole funzionano bene, e anche l'università. Abbiamo
salvato il mercato. E terremo aperta anche la vecchia piscina,
invece di aprirne inutilmente una nuova a casa del diavolo»,
riferì Trish, sempre aggiornata sulle questioni locali da Bethany.
«Ma perché stiamo parlando della scuola secondaria? Adesso
quanti anni hanno i gemelli, esattamente?»
«Ne compiranno sei a febbraio», rispose George. «Ancora
troppo piccoli per la scuola secondaria!»
Dopo aver riagganciato il telefono Trish trovò la sua penna
e scrisse in stampatello “GEMELLI, GIUGNO” e attaccò il foglio
sul frigo. Poi annotò la stessa cosa su tutte le altre liste.
Bethany la aiutò a preparare le stanze per Rhodri e Bronwen.
Fecero venire un uomo a spostare i letti e a tinteggiare le pareti,
e comprarono due piumoni nuovi, uno con i delfini e uno con i
dinosauri. «Non avrei scelto queste per un maschietto e una
femminuccia», disse Bethany aprendo le coperte.
«Ma i dinosauri sono rosa, e l'alternativa era barche a vela o
case», si difese Trish. «La distinzione tra cose da maschio e
cose da femmina non è più importante come prima. Ora gli
oggetti sono molto meno diversificati di quando i miei figli
erano piccoli e di quando lo erano Tamsin e Alestra».
«È davvero magnifico», osservò Bethany. «Grandi passi avanti per le donne. Dinosauri!»
George arrivò con i gemelli una domenica mattina di pioggia.
«Abbiamo portato libri, giocattoli e vestiti in quantità industriale»,
disse, continuando il suo andirivieni fra la macchina
e la casa con le braccia cariche di roba. «In ogni caso, compra
loro tutto il necessario. Ho aperto un conto a tuo nome da cui
potrai attingere come credi». Le consegnò un carnet di assegni
e una carta di credito. «Il pin è l'anno della tua nascita, cambialo il prima possibile».
Trish annotò il numero sul taccuino. «Lo cambierò».
«Pensi davvero che potresti dimenticarlo?», domandò il figlio.
«A volte le cose mi sfuggono di mente come acqua fra le dita», ammise. «E non so mai quali siano».
«Non ti dimenticherai di andare a prendere i bambini a scuola?»,
domandò con una punta d'ansia.
«C'è qui Bethany a darmi una mano», rispose Trish.
«Meno male!»
I bambini erano spariti dentro casa. «Helen verrà più tardi con i piccoli, così potranno giocare tutti insieme», disse Trish.
«Quanto ti fermerai?»
«Solo per questa notte, purtroppo. Domani mattina prenderò
l'aereo per Miami, e da lì proseguirò per il Kennedy. Sarò sulla luna prima di domenica prossima».
«Incredibile», disse Trish.
«Grazie per ciò che stai facendo, mamma. È determinante
sapere che qualcuno avrà cura di loro».
Il soggiorno di Rhodri e Bronwen si prolungò a due anni. Trish
era contenta di avere di nuovo dei bambini a cui star dietro. Ridusse
i corsi a una sola sera a settimana, quando affidava i bambini
a Helen. Portò avanti due corsi pomeridiani di istruzione
per adulti, seppure con scarsa soddisfazione essendo corsi di alfabetizzazione
di base. Ai corsi serali, invece, aveva la gioia di vedere
persone completamente digiune di letteratura imparare ad
apprezzarla con il suo aiuto. Il pomeriggio insegnava a leggere
agli adulti, un lavoro necessario ma, più che altro, estenuante.
Passò più tempo con Helen, come non faceva da anni. Helen
lavorava mentre i bambini erano a scuola. Forniva un servizio
di programmazione alle aziende a cui Don vendeva sistemi,
e a volte lavorava nel negozio occupandosi della vendita di
computer, giochi e altri programmi. Ogni giorno smetteva di
lavorare alle tre e andava a prendere i bambini a scuola. Spesso
li prendeva tutti e quattro e li portava a casa di Trish per qualche ora.
«Mi fanno ricordare quando erano piccole Tamsin e Alestra»,
disse Trish, sentendo i bambini rincorrersi nel giardino.
Tamsin era al terzo anno di un programma per infermieri
professionali a Manchester. Alestra stava per laurearsi.
«Non quando eravamo piccoli noi?», chiese Helen.
«Quando eravate piccoli voi ero sempre esausta», rispose
Trish. «Non era affatto divertente. Non so come facevo a tenermi
a galla. E vostro padre... ero sempre incinta».
«Non hai trovato nessun altro dopo David Lin», disse Helen.
«Non ce stata più occasione», disse Trish. «Tu sei ancora felice con Don?»
«Sì, a parte il fatto che è totalmente prevedibile. So sempre
ciò che sta per dire. Non mi sorprende mai. È una persona molto
affidabile, e penso sia questo ad avermi colpito quando l'ho
conosciuto. Ma non ha altro da offrire».
«È un brav'uomo e ti vuole bene», disse Trish.
«Lo so». Posò la tazza del tè. «Non ho intenzione di fare sciocchezze.
Probabilmente è il continuo stare insieme, come coppia e al lavoro».
Un giorno, nell'inverno del 1995, Bethany arrivò a casa tutta
eccitata. «Ho un contratto discografico!», annunciò. «Non riesco
a crederci. Alla mia età! Finalmente si sono accorti di me!»
Trish ne fu entusiasta e volle conoscere tutti i particolari.
Il giorno dopo, quando Bethany accennò al contratto, Trish
si era già dimenticata tutto. «Un contratto discografico! Che
meraviglia. Perché non me l'hai detto?»
«Io te l'ho detto», disse Bethany, sconvolta.
«Scusa!»
«Non è colpa tua, non importa. Ti racconto tutto di nuovo.
Ma sono preoccupata per la tua memoria».
«Anch'io», disse Trish.
«Da noi vendiamo una specie di tè chiamato ginkgo che ha
effetti positivi sulla memoria».
Trish lo comprò e lo bevve ogni giorno, nonostante il sapore
disgustoso. Ma non notò alcun miglioramento.
George e Sophie tornarono dalla luna nel giugno del 1996 e ripresero
i gemelli con sé. «Potrebbe ripetersi», disse Sophie quando
andarono a prendere i bambini. «Resterò a Cambridge per
un anno, ma dopo saresti disposta a tenerli ancora con te?»
«Certamente», rispose Trish. Si era abituata ad averli intorno
e si sentiva sola senza di loro. Quell'anno compì settanta anni e
la famiglia si diede un gran daffare, con tanto di festa e torta.
Trish avrebbe preferito ignorare la ricorrenza. Non le piaceva
considerarsi vecchia, tanto meno vecchia e rimbambita.
Quando i gemelli tornarono, nell'estate del 1998, avevano nove,
quasi dieci anni. Entrambi avevano una dimestichezza eccezionale
con i computer. Rhodri convinse la nonna a comprarne
uno nuovo, ovviamente da Don e Helen. Un Mac. Costava molto,
ma Trish non aveva problemi in tal senso. Doug aveva devoluto
metà del suo denaro alle organizzazioni benefiche prò AIDS,
ma la metà che aveva lasciato a Trish le consentiva un tenore di
vita agiato per lei senza precedenti. Cambiava macchina ogni
due o tre anni, e potè permettersi la spesa del Mac senza doversi
chiedere se avesse soldi sufficienti.
Rhodri le insegnò a usarlo. Per Trish, l'unico utilizzo del suo
vecchio computer era stato prendere appunti per le sue lezioni:
una macchina da scrivere nobilitata. Con il Mac era differente.
Poteva andare online e, una volta connessa, usare Google. Google
era quel che Trish aveva desiderato per anni: la possibilità di
cercare qualcosa che aveva dimenticato. «Se almeno Google mi
dicesse dove ho lasciato gli occhiali!», diceva. Eppure le rivelò il
termine perduto “samurai” quando digitò “guerriero giapponese”
e l'autrice dei Sonetti dal portoghese. La aiutò a riempire gli
spazi vuoti. Il Mac permise anche ai bambini di scambiare email
con i genitori sulla luna e con i cugini e gli amici da una città
all'altra. «Che macchina meravigliosa».
I gemelli notarono la sua smemoratezza. «Te l'ho già detto, nonna!»,
protestava Bronwen quando Trish dimenticava qualcosa.
Rhodri si dimostrò abile a escogitare modi per aiutarla. Il
computer aveva una funzione “agenda” che le ricordava di
prendere le pillole, di prendere i bambini a scuola e di tenere
le sue lezioni. Con un amichevole “bip” le segnalava che c'era
qualcosa da fare, e poi bastava controllare sullo schermo per
scoprire di cosa si trattava. Trish lo usava per le liste e gli appunti.
Li annotava su un taccuino che portava sempre con sé e
la sera li trasferiva sul computer. A volte, nel farlo, si angosciava
notando quante volte aveva scritto la stessa cosa.
Cathy, venuta a passare un fine settimana dalla madre con il
figlio quindicenne Jamie, era scettica sui computer, e lo fu anche
sui gemelli quando sorprese Bronwen che ricordava alla
nonna di prendere le pillole. «Sei tu che badi a quei bambini o
sono loro che badano a te?»
«L'uno e l'altro», rispose onestamente Trish.
Agli occhi di Trish, Jamie era un ragazzo scontroso e viziato.
Frequentava una costosa scuola privata dove sembrava imparare
meno degli altri nipoti iscritti alle scuole pubbliche.
Andarono a fare un picnic a Windermere e Jamie trovò da ridire
su tutto, dal cibo al lago. Quel che preoccupava Trish era
il modo in cui Cathy lo assecondava, come se avesse paura di
turbarlo. Jamie le ricordava Mark e Doug da bambino, e il gusto
che provavano nel tiranneggiare gli altri. Non capiva come
potesse somigliare al nonno. Jamie aveva solo un anno quando
Mark era morto. Forse era qualcosa di genetico?
L'anno dopo, quando Jamie compì sedici anni, Helen disse
a Trish che Cathy intendeva comprargli un motorino. «Un
motorino, a Londra! Non lo comprerei mai a Donna o a Tony»,
disse Helen. «E adesso che il cugino ne avrà uno ricominceranno
a darmi il tormento. Cathy non usa un minimo di
buon senso con quel ragazzo».
«No, è vero», concordò Trish. «Ed essere una madre single
non è una giustificazione. Guarda te con Tamsin, o Bethany
con Alestra, se è per questo».
«Io non ho mai vissuto da sola con Tamsin come Cathy con
Jamie. Ceri tu, e la nonna, e anche Bethany. Cathy ha avuto tate
e ragazze alla pari, ma erano stipendiate. Ha troppi soldi, questo
è il problema. Sapevi che si vanta di rientrare nello scaglione
d'imposta del 60 per cento?»
Trish non se lo ricordava. «Siete a corto di denaro?»
«Ce la passiamo bene. I computer vanno per la maggiore. Preferirei
dedicarmi più alla programmazione e meno alle vendite,
ma non è così che vanno le cose oggigiorno. Il mio unico problema
è che sono stufa di Don. Non vuole mai fare niente di
diverso. Gli ho proposto una vacanza in Grecia o in Italia, ma
vuole andare solo in Spagna, come sempre».
Circa un mese dopo, agli inizi di dicembre, Trish ricevette una
telefonata angosciata da Cathy di primo mattino. «Mamma!»
«Cos'è successo?»
«Non è tornato a casa!»
«Jamie?» Trish si stropicciò gli occhi e guardò l'orologio: 06,17.
«Non era a casa quando sono andata a letto, e non è ancora
tornato». La voce di Cathy suonò stridula e acuta all'altro capo del telefono.
«Chiama la polizia», le consigliò. «Ha solo sedici anni. Dovranno pur fare qualcosa».
Appuntò subito su un foglio “scomparso Jamie”. Non pensava
di dimenticarsene, ma a quel punto non sapeva mai cosa
potesse sfuggirle di mente.
«Non mi avrebbero già chiamato se sapevano qualcosa?»,
replicò Cathy con voce più controllata.
«Sì, se sapevano qualcosa, il che significa che probabilmente
non è in nessun ospedale o roba del genere. Ma se è scappato
da qualche parte devono cercare di rintracciarlo». Trish
rassicurò Cathy e si fece promettere che avrebbe chiamato la polizia.
Si alzò e si preparò un bagno caldo e una tazza di tè per rimettere
in moto il cervello. Poi svegliò i gemelli in tempo per
la scuola. Ormai erano abbastanza grandi per andarci da soli,
ma doveva preparargli la colazione: porridge per Rhodri e toast
al formaggio per Bronwen. «Il segreto per rendere bene a
scuola...», cominciò sentendo le proteste di Rhodri.
«...è mangiare proteine al mattino, sì, lo so», finì il nipote.
«E tuo padre faceva sempre colazione, a differenza dei fratelli, e guardalo adesso».
«Non posso, la luna è tramontata», ribatté Rhodri.
«Non fare lo strafottente», lo rimproverò Bronwen.
Appena uscirono di casa, Trish chiamò Cathy. «Notizie?»
«Niente», rispose Cathy.
Quel pomeriggio il telefono suonò, ma era Helen, che chiamava
per informare Trish che Donna aveva vinto un premio
d'arte della contea. Trish ne prese subito nota. «Hai sentito Cathy?», le chiese.
«No».
«Jamie non è tornato a casa ieri sera».
«Non mi piace», commentò Helen. «Oh, no. Spero che non
sia successo qualcosa di terribile».
«Uscire di strada su quel motorino sarebbe già abbastanza
terribile. C'era il ghiaccio ieri sera». Trish rabbrividì.
Chiamò di nuovo Cathy, ma non rispose nessuno. Lasciò un
messaggio. I gemelli rientrarono da scuola e Bethany dalla cooperativa
alimentare, mettendosi subito a preparare la cena.
Quella sera aveva una riunione consiliare e andava di fretta, così
Trish evitò di prenderla in disparte per informarla di Jamie.
Cathy chiamò subito dopo le dieci. Era isterica. Trish riuscì
ad afferrare solo “laghetto” e “morto" e “corpo”.
«Cos'è successo?», chiese. «Devo venire? Dove ti trovi?»
Cathy era alla stazione di polizia di Twickenham. «A Twickenham!
Dove viveva nonna e dove sono cresciuta».
Venne fuori che era anche il posto dove era morto Jamie. Il
motorino aveva sbandato sulla strada ghiacciata e l'aveva catapultato
nel laghetto, dove era annegato. Trish raggelò sentendo
la notizia.
«Devo venire?», chiese ancora, calcolando come avrebbe potuto
chiedere a Helen e Bethany di sostituirla nella cura dei gemelli.
«Servirebbe a qualcosa, mamma?», ribatté Cathy.
Dopo quelle parole, Trish andò a letto. Aveva considerato vergognoso
essere sopravvissuta a un figlio; adesso era sopravvissuta
a un nipote.
Se ne ricordò al mattino. Ne era certa, perché lo aveva detto
a Helen quando aveva telefonato al negozio e aveva parlato
con lei. Helen era rimasta scioccata che Cathy non l'avesse
chiamata e che non avesse voluto che Trish la raggiungesse.
«Vorrà me?», domandò Helen. «Devo chiederglielo? Non dovrebbe
stare da sola».
«Prova», rispose Trish.
Ma quel fine settimana, quando Cathy telefonò ancora, Trish
aveva già dimenticato tutto. Non ce n'era più traccia nella sua
mente, come se non fosse mai accaduto. Sentì la voce di Cathy e
disse: «Come stai, tesoro? E Jamie?» Le bastò sentire il cambiamento
di tono della figlia per ricordare. Ma ormai era troppo
tardi. Si meritò tutti gli insulti che Cathy le vomitò addosso, per
quanto sgradevoli. Non avrebbe mai dovuto dimenticarsene.
Non lo avrebbe mai creduto possibile, e invece era successo.
Scese da Bethany. «Sto rimbambendo. Proprio come mia madre».
«Cos'hai combinato stavolta?», chiese Bethany.
«Te l'ho già detto prima d'ora?», domandò Trish, atterrita.
«Solo centinaia di volte», rispose Bethany. «Di che si tratta?»
Trish le disse di Jamie, e che se n'era dimenticata. «Non ne
avevo parlato qui a casa per via dei gemelli. Dovevo dirglielo,
ma non sapevo come, e poi... mi è uscito di mente, ecco».
«Cathy non te lo perdonerà mai», disse Bethany. «Ma non è
colpa tua, Trish, lo sai. Non saresti responsabile della rottura
di una tazza se avessi il Parkinson e la lasciassi cadere a terra.
Sono sintomi di una malattia».
«Eppure mi sento in colpa. E hai ragione quando dici che Cathy
non mi perdonerà mai. È sempre stata la più problematica
dei miei figli, e adesso avrà la certezza che sono una vecchia rimbambita
incapace di badare a se stessa e tanto meno ai gemelli».
«Ci sono io qui per i gemelli, se ce ne fosse bisogno», la rassicurò
Bethany. «E ci sono Helen e Don. Non sei l'unica responsabile,
e non rappresenti un pericolo per nessuno. Sì, dimentichi le cose, ma sei a posto».
«Il Mac mi aiuta molto», disse Trish. «È una benedizione. E lo sei anche tu, Bethany. Non so come potrei farcela senza di te».
«Sono qui», ripeté Bethany.
...
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...
CAPITOLO 31.
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...
Spero di dimenticare: Pat 1992-1999.
...
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...
Philip seguì un corso e fece pratica come badante per persone
disabili. «C'erano pochissimi posti e sono sicuro di essere stato
ammesso solo perché ho spiegato che mia madre era un amputato
bilaterale, sulla sedia a rotelle da quando avevo quattro anni», disse.
Bee rise. «Perché lo vuoi fare?», gli domandò. «Non potresti
insegnare, come Sanchia, o fare un lavoro saltuario come Ragnar?»
«Potrei, ma preferisco aiutare la gente», rispose Philip. «Ho
bisogno di qualcosa che mi frutti denaro, e qui si guadagna bene
lavorando nei ritagli di tempo, proprio quel che cerco. Il lavoro
saltuario è noioso e privo di scopo, mentre l'insegnamento
è alienante. E una volta ottenuto il diploma potrò esercitare
in tutta Europa. Se mi capita di avere tre giorni liberi a Heidelberg
o a Venezia posso occuparli fornendo assistenza in loco».
«L'insegnamento può dare grandi soddisfazioni», gli fece notare Bee.
Philip arrossì. «Il tuo genere di insegnamento, naturalmente,
o quello di mammina, ma io intendevo insegnare musica ai
principianti. Per Sanchia è stato logorante».
Le cose seguirono il loro corso. Pat diventò sempre più smemorata
e ricominciò a fare affidamento sulle liste, come faceva
quando si prendeva cura dei nipotini. Rinunciò a guidare perché
era troppo rischioso e smise di scrivere e aggiornare le sue
guide dopo l'ultimo aggiornamento apportato alle guide di Roma
nel 1994. Passò tutti i suoi materiali a una giovane autrice
segnalatale dalla Constable che avrebbe proseguito il suo lavoro.
«Sono un'istituzione», commentò il suo curatore. La ragazza
le sembrò estremamente giovane, ma Pat lo era stata ancora
di più quando aveva scritto la sua prima guida di Firenze. «E
ama l'Italia. È questa la sua vera qualifica», disse Pat a Bee.
Nel 1998 Jinny annunciò che avrebbe sposato un imprenditore
di nome Francesco. Pat e Bee si precipitarono a Firenze
nelle vacanze di Pasqua per conoscere lui e la sua famiglia. Era
più giovane di Jinny e rispondeva ai canoni della bellezza italiana.
«Mi piacerebbe scolpirlo», si confidò Jinny. «Nel caso,
vi dispiacerebbe se metto la statua nel cortile?»
«Meglio se lo chiedi a lui. Adesso è casa tua», rispose Pat.
«Un imprenditore, eh?», disse Bee. «Forse possiamo finalmente
installare un montascale in casa. E un caricabatterie,
così potrei portare la sedia a rotelle elettrica in Italia».
Le nozze furono fissate a luglio, periodo in cui tutti si sarebbero
ritrovati a Firenze.
Pat stava leggendo l'ultimo libro di Margaret Drabble quando
Philip telefonò per comunicare una notizia. «Sanchia è incinta».
«Di chi?», domandò.
«Non lo sappiamo e non ci interessa», fu la risposta di Philip.
«Ovviamente. Beh, congratulazioni».
«Sono leggermente sconvolto. Ricordi come sono rimasto
quando ho saputo di essere diventato zio? Sapere che sto per
diventare padre è ancora più sconvolgente! Ah, appuntalo subito
da qualche parte, mammina! Non voglio che ti dimentichi
di dirlo a mamma! Dov'è adesso?»
«È andata da qualche parte, non ricordo», rispose Pat. «Forse
a fare fisioterapia. Oggi è mercoledì?»
«Giovedì», la corresse Philip. «Ne hai preso nota?»
«Sì», disse Pat annotandolo con cura. «Glielo dirò appena
mette piede in casa. Verrete tutti in Italia per il matrimonio di Jinny?»
«Io sicuramente sì, e penso di poter parlare a nome di Sanchia
e Ragnar dicendo che vorrebbero venire senz'altro e lo faranno,
a meno che non ci sia qualche impedimento. So che Ragnar deve
suonare a Helsinki quest'estate, ma non ricordo quando».
Pat sedette e aspettò che Bee tornasse, il taccuino posato in
grembo. Quando sentì il rombo del motore si alzò e le andò
incontro. «Sanchia è incinta!», annunciò appena Bee fu scesa
dalla macchina. La nuova vettura permetteva a Bee di guidare
rimanendo sulla sedia a rotelle.
«Chi è il padre, o per loro non ha importanza?», chiese Bee.
«Mi sembra abbia detto che non gli interessa. E Philip verrà
al matrimonio di Jinny», aggiunse Pat.
Quando arrivò vicino a Bee, notò l'espressione sul suo viso.
«Cosa c'è che non va?»
«Pensavo di non dirtelo, perché non è qualcosa che vorrei
doverti ripetere più volte, amore mio. Ma si tratta di un maledetto
carcinoma anaplastico della tiroide, lo stesso di Michael, e Lorna».
«Oh, Bee, no». Pat si ritrovò seduta sul selciato del vialetto
d'accesso, senza avere idea di come fosse finita lì. «Cosa possiamo fare?»
«Hai dimenticato dove ero andata, vero?»
«Sì». Pat alzò lo sguardo su Bee. «Hanno trovato una cura più efficace?»
«No. Mi restano da sei a nove mesi se non facciamo niente,
da sei a nove mesi se perdiamo tempo con interventi chirurgici e chemio».
«È marzo...»
«È aprile», disse Bee. «Alzati di lì e preparami qualcosa per
cena. Potrò venire al matrimonio di Jinny, è già qualcosa. Sarò
felice di vederla sistemata. Pensavo che non sarebbe mai successo:
trentanni compiuti e mai una relazione seria».
«Bee, parli come se...»
«Beh, come vuoi che parli? In toni tragici? Non c'è niente
che io possa fare. Se vuoi, dirò che siamo condannate entrambe:
io sto morendo e tu ti stai rimbambendo, e penso che la parte
migliore sia toccata a me. Ma a cosa serve dirlo? Tanto vale
vivere finché ne abbiamo la possibilità. Cenare finché possiamo
mangiare. Fare sesso finché ne possiamo godere. Musica.
Cantiamo dopo cena. Innestiamo qualche pianta e vediamo se
riesco a crearne qualcuna che produca più ossigeno per la missione
su Marte. Vedere Jinny sposata, forse il bambino di Sanchia,
con una buona dose di fortuna».
«Oh, Bee». Pat si rialzò con prudenza. «Cosa farò senza di te?»
«Non ne ho idea. Quindi godiamoci il tempo che ci resta».
«Vuoi andare a Firenze?»
«Voglio andarci in estate, come sempre. Per le nozze di Jinny,
per l'estate. Poi voglio tornare a casa come sempre, ed essere
qui dove posso lavorare nella mia serra. Voglio che tutto
prosegua il più possibile nella normalità, ma... Pat? Ti prego,
cerca di ricordartene, perché se lo dimentichi dovrò ripeterlo
mille volte e andrò fuori di testa». La sedia di Bee si avviò ronzando
verso casa e Pat la seguì.
«Cercherò di ricordarlo», disse Pat. «Non vedo come potrei
dimenticarmene, visto che è la notizia peggiore che abbia mai
avuto, ma sembra che non ci sia alcun controllo su ciò che dimentico
e ciò che ricordo».
«So che non dipende da te», disse Bee. «Non sono arrabbiata
con te. Sono arrabbiata con il cancro, con gli americani
che hanno pensato bene di rivalersi con una bomba H senza
considerare i venti e chi avrebbero danneggiato, con quegli
stupidi russi che hanno pensato di guadagnarsi il rispetto altrui
distruggendo Miami, con gli indiani e i cinesi. Niente di
più facile che questo malanno sia conseguenza delle loro prodezze.
Abbiamo un solo pianeta abitabile ed è così fragile, eppure
continuiamo ad abusarne, sganciando bombe nucleari e
bruciando petrolio. È questo che mi fa arrabbiare, non la tua infermità».
«Non voglio diventare come mia madre», disse Pat.
«Quest'anno compirai settanta anni e stai mille volte meglio
di come stava lei alla tua età», replicò Bee.
La cerimonia nuziale di Jinny ebbe luogo a Santa Maria Novella,
una splendida chiesa rinascimentale vicino alla stazione
ferroviaria di Firenze. Jinny aveva seguito il percorso di conversione
al Cattolicesimo proprio per potersi sposare lì. («Anche
se non mi è dispiaciuto promettere di crescere i miei figli
nella fede se questo mi permetterà di battezzarli nel Battistero»,
aveva confidato alle madri la sera prima). Jinny aveva raccolto
i capelli neri sulla sommità della testa, accentuando la
sua somiglianza con Bee: lo stesso viso quadrato, schietto e
cordiale. Era Francesco ad avere l'esclusiva sulla bellezza, pensò
Pat, sperando però che quella sul cervello non l'avesse solo
Jinny. Philip accompagnò Jinny all'altare come aveva fatto con
Flora. Erano presenti anche Sanchia, palesemente incinta, e
Ragnar. Sammy, dodici anni, era una delle damigelle insieme
a tre nipoti di Francesco. Flora era la dama d'onore della sposa.
Mohammed era orgoglioso di lei. Era la prima volta che tornavano
a Firenze dopo la loro luna di miele.
Pat pregò per Jinny e Francesco, per Flora e Mohammed,
per Philip e Sanchia e Ragnar, e per tutti i nipoti nati e nascituri.
Ringraziò Dio per loro e per Bee, e pregò che Bee fosse salvata
da un miracolo. Alzando lo sguardo sulla scena della Natività
del Botticelli, nulla le sembrò impossibile. «Andiamo,
Dio, tu puoi farlo», pregò Pat. «San Zanobi, patrono di Firenze,
tu hai risanato un olmo ormai secco, e Bee ama gli olmi.
Non potresti guarire anche lei?»
Diedero il ricevimento nel giardino di casa, affollato per
l'occasione da tutti gli amici fiorentini di Jinny. A quanto pareva,
aveva costruito case per metà di loro. Per la luna di miele avevano scelto la costa adriatica.
«Probabilmente questa sarà l'ultima volta che vedrà tutta la
famiglia riunita», disse Bee con voce roca. Pat ripensò alla splendida
voce di Bee quando cantava nel coro. «Manca Michael,
ovviamente, ma è sepolto qui e non potremmo essergli più vicini.
Vorrei proporre un brindisi alla nostra famiglia, finché ci è concesso».
Pat non aveva mai dimenticato che Bee stesse morendo.
Magari le fosse sfuggito di mente. Invece, si svegliava ogni notte
con quel pensiero, sopraffatta da un senso di terrore.
Jinny e Francesco partirono per la luna di miele. Il resto di
loro si trattenne per alcune settimane nella casa di Firenze.
Pat portò Sammy e Cenk a conoscere Firenze, raccontandone
la storia e mostrandone lo splendore. Riempì i bambini
di gelati e granite. Li portò agli Uffizi, dove era stato finalmente
installato un ascensore e Bee potè rivedere i quadri del Botticelli.
«Tu sei l'unica che ci tiene», borbottò Bee, ma non rinunciò all'opportunità di salire a vederli.
Mentre i bambini osservavano il Ganimede al Bargello, Pat
raccontò la nascita della statua. Il busto era romano e il Cellini
ne aveva scolpito il resto: la testa, le gambe e le braccia,
l'aquila. Disse loro che era un microcosmo del Rinascimento:
genio e creatività modellati sul retaggio della Roma antica.
«Come fa a ricordare tutte queste cose quando non ricorda
nemmeno dove dobbiamo incontrarci per pranzo?», domandò Flora a Bee.
«Sono cose che sa da sempre», rispose Bee con voce stridula.
Firenze piacque subito a Sammy e Cenk, come succedeva
sempre ai bambini. Ben presto cominciarono a implorare Flora
di farli restare ancora un po', anche per un solo gelato. «Possono
passare l'estate con noi, se vuoi», si offrì Pat.
«Solo se c'è posto anche per me», replicò Flora. Mohammed
andò a casa e Ragnar partì per far onore al suo impegno musicale
in Finlandia, ma il resto di loro rimase a Firenze. Jinny e
Francesco tornarono a casa, Flora riportò i bambini in Inghilterra
per l'inizio della scuola e poi se ne andarono anche Philip
e Sanchia. Una sera, mentre sedevano da sole nel cortile dopo
che Jinny era andata a letto, Bee disse a Pat che era ora di mettersi in viaggio.
«Voglio morire a casa. Ho aspettato fino a ora perché non
sopporto l'idea che sia l'ultima volta che vedi Firenze. Ho cercato
di strappare a Flora e Philip la promessa di riportarti qui,
ma non hanno voluto. Puoi dimenticartene, se vuoi. In realtà,
sarebbe meglio. Meglio se continui a pensare che tornerai qui l'anno prossimo, come sempre».
«Potrei tornarci», disse Pat. «Se non mi dimentico di cambiare treno da qualche parte».
«Qualcuno dovrebbe venire con te», disse Bee, la voce sempre
più rauca. «Ascolta, so che probabilmente lo dimenticherai, ma
voglio che tu lo sappia anche se poi ti sfuggirà di mente. Ho predisposto
ogni cosa per quando sarò morta. Tu andrai a stare in
una casa a Lancaster, vicino a Flora. Ho cercato qualcosa anche
qui, ma non hai idea di come siano lievitati i prezzi in Italia. E tu
hai dimenticato l'italiano e le infermiere non parlerebbero in inglese,
perciò credo che l'Inghilterra sia la soluzione migliore».
«Vicino a Flora», ripeté Pat. «Nemmeno tanto lontano da Philip.
Non sarà così male».
«Jinny ha promesso di aiutarti per il trasloco», aggiunse Bee strofinando via una lacrima. «Avrei potuto continuare a prendermi cura di te a casa, e portarti qui ogni estate, se non fosse per questo stupido, stupido cancro. Non potrebbe esserci morte peggiore. Ho avuto una vita splendida, con te e i ragazzi e il mio lavoro. Sarebbe stato meglio se avessi conservato le gambe, ma ce l'ho fatta anche senza. Ho creato il siero per gli olmi, piante che sono utilizzate nello spazio».
«Hai fatto tanto, raggiunto obiettivi importanti», disse Pat.
«E siamo state così felici». Si allungò per prenderle la mano, e Bee le restituì la stretta, forte.
«Siamo state felici», confermò Bee.
«E so che avresti continuato a prenderti cura di me», aggiunse Pat. «Non potremmo semplicemente... lanciarci con la macchina giù da una scogliera lungo la via di casa? Non avrebbe più senso sia per me che per te?»
«Magari potessimo», rispose Bee. «Ma siamo venute in aereo, ricordi? E a Cambridge le scogliere scarseggiano».
«Ma io potrei trascinarmi così per anni e anni», replicò Pat inorridita.
«Lo so, mi dispiace. Senti, domani è il nostro ultimo giorno.
Dovresti fare tutte le cose speciali che fai solo qui a Firenze.
Anzi, dovremmo farle insieme. Per l'ultima volta».
«Sì, dobbiamo, tutte le cose che più amiamo», concordò Pat.
Poi restò in silenzio per un momento, ma senza lasciare la mano di Bee. «Bee? Spero di dimenticare».
...
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...
CAPITOLO 32.
...
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...
Google: Trish 1998-2015.
...
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...
La volta dopo che George e Sophie tornarono dalla luna ripresero
i figli con sé definitivamente. I gemelli avevano undici anni
ed erano pronti a cominciare la scuola secondaria. Aveva
sperato che avrebbero potuto frequentare le eccellenti scuole
di Lancaster, ma George era stato informato da Cathy circa le
sue condizioni e non la riteneva più in grado di badare ai gemelli.
«A Cambridge ho trovato scuole che possono frequentare
come alunni esterni quando io e Sophie siamo a casa e come
convittori in nostra assenza. Possono venire qui, o da Helen,
per le vacanze». George parlava in tono energico di lei e dei
bambini. Probabilmente aveva ragione a non ritenerla più in
grado. La frase: “So che è stato chiederti molto, mamma”, significava
questo. Perdere i gemelli era la sua punizione per essersi
dimenticata di Jamie. O forse era frutto della sua immaginazione,
forse sarebbe successo comunque.
«Verranno a trovarmi?», domandò, sentendosi subito patetica.
Decise di non aggiungere altro.
«Naturalmente, mamma, verremo tutti a trovarti».
«Come te la caverai, nonna?», le chiese Rhodri mentre suo
padre caricava le valigie in macchina.
«Ho tutto sotto controllo sul Mac», rispose. «E poi c'è Bethany.
Tuo padre ha ragione, non dovevate essere voi ad aiutare me».
«Ci ha fatto piacere», disse Rhodri.
Trish dovette accontentarsi di queste parole. Le riportò subito
nel programma agenda del Mac per non dimenticarle, o almeno
per poterle rileggere in un secondo momento. Inviò e-mail a
Rhodri e Bronwen e i nipoti le risposero - all'inizio frequentemente,
poi meno spesso via via che si ambientavano nelle loro
nuove scuole e riprendevano la vita insieme ai genitori.
In genere, tra il Mac e Bethany, riusciva a tenersi in carreggiata,
ma di tanto in tanto perdeva colpi. Le dicevano qualcosa, lo
annotava e dimenticava di trasferirlo sul computer. Poi dimenticava
l'intera trafila. Helen ci era abituata, ma Cathy e George,
che andavano a trovarla meno spesso, ne rimanevano scioccati.
Avrebbero potuto lasciarla nella sua casa se non fosse stato
per l'espansione universitaria. Il governo stava finanziando
nuovi spazi presso tutte le università, e la Lancaster ne stava
approfittando per costruire nuove biblioteche, aule e alloggi.
Bethany era assessore all'urbanistica nel nuovo consiglio controllato
dai verdi e riferiva ogni cosa a Trish, spesso più di una
volta. Il problema era che l'università non aveva posti sufficienti
nelle case dello studente per ospitare tutte le matricole.
Non aveva posti sufficienti nemmeno per gli studenti già iscritti.
Gli studenti avevano sempre abitato in città, a Morecambe
e nell'area circostante. Ma ora ci fu un nuovo afflusso e grande
richiesta di alloggi. Gli affitti salirono alle stelle. La casa di
Trish era stata acquistata nel 1968 e finita di pagare nel 1988.
Quasi tutti l'avevano sempre considerata troppo grande, ma
ora valeva una fortuna agli occhi degli operatori del settore.
«Hai mai pensato di trasferirti in una casa più piccola, mamma?», le chiese Helen.
«Dove metterei il mio servizio da tè?», disse Trish, guardando
le porcellane di sua madre allineate sulle mensole.
Poi fu la volta di Cathy. «Questa casa è aumentata notevolmente
di valore. Potresti trasferirti in una casa più piccola e
accogliente e aumentare il capitale liquido».
«Chiunque capirebbe subito che sei una bancaria», disse Trish.
«Allora?»
«Mi piace questa casa».
Alla fine i tre figli si coalizzarono contro di lei. Si riunirono intorno al tavolo di cucina e avanzarono di nuovo la proposta.
«E Bethany dove andrà?», protestò Trish.
«Questo è un problema di Bethany», rispose Cathy.
«Anche Bethany fa parte della famiglia. Si è presa cura di me per tutto questo tempo. Mi ha aiutato a crescere Tamsin e i gemelli».
«Siamo molto grati a Bethany», disse George. «Ma non fa parte della famiglia, e se spera di ottenere qualche beneficio economico oltre a tutti questi anni in cui ha abitato qui senza pagare l'affitto...»
«Non è affatto quel che intendevo dire», lo interruppe Trish.
«Stai travisando le mie parole».
«Tu hai venduto la casa di nonna a Twickenham senza interpellarla»,
disse Helen. «Ricordo quando ci siamo andate».
«Anch'io», disse Trish. Guardò Helen. Quando aveva smesso
di essere bella? Non era più come prima. Era sempre stata
incantevole, senza alcuno sforzo, finché un giorno non lo era
stata più. Semplicemente. Era la stessa persona con lo stesso
viso, ma non era più una bellezza. Era il 2004 e Helen, ora la figlia
maggiore dopo la morte di Doug, aveva cinquanta anni.
«Dovresti stare in una casa di cura», disse Cathy.
Trish riuscì a rinviare la decisione fino al sabato successivo
e ne parlò con Bethany. «Vogliono vendere questa casa e buttarti
fuori. È troppo tardi per donarla a te?»
Bethany rise amaramente. «Troverebbero facilmente un dottore
pronto a dichiarare che in quel momento non eri in grado
di intendere e di volere. A dire il vero, sarebbe difficile trovare
qualcuno che affermi il contrario!»
«A loro non servono i soldi. Cathy è ricca, George ha un ottimo
stipendio, e Helen se la passa bene».
«Helen potrebbe averne bisogno. Hai dimenticato che Don le
ha chiesto il divorzio». Bethany le versò altro tè. «Ricordi? Ha
scoperto che aveva una relazione con un cliente di Quernmore».
Trish non si ricordava. «Alla sua età?»
«È mia coetanea», replicò Bethany. «E tu avevi qualche anno
di più quando hai avuto quella storia con quel cinoamericano...
come si chiamava?»
«Lin Da Wei», rispose Trish. «Ma lo chiamavamo David. Mi
manda ancora gli auguri per Natale, graziosi biglietti americani.
Era un uomo talmente gentile. Straordinario a letto».
Bethany sorrise. «Bene. Sono contenta che qualcuno lo sia stato».
«Ti ho mai detto di Mark?»
«Sì, e ti prego di non farlo ancora, ho appena mangiato».
Trish scoppiò a ridere. «Te la caverai?»
«Ho i soldi guadagnati con il disco, ricordi? Non molti, ma
sono i miei piccoli risparmi. Sai che la cooperativa alimentare
paga quattro soldi e il consiglio comunale rende qualcosa solo
ai truffatori. Potrei andare da qualche parte in affitto. Ci sono
tante case della cooperativa o del comune dove potrei sistemarmi.
Non dobbiamo tutti essere borghesi come i tuoi figli».
«Potrei darti del denaro a loro insaputa. Te lo meriti. Ti darei
davvero la casa se potessi, così potremmo continuare a stare qui».
Bethany parve a disagio. «Helen dice che tua madre alla fine
era diventata incontinente, e anche timorosa e aggressiva».
«È vero, ma solo alla fine. Oh Dio, non voglio finire così!», gemette Trish.
«Tu non sei affatto così», la rassicurò Bethany. «Non voglio
che ti rinchiudano in una casa di cura, ma non ce niente che
io possa fare. Non sei mia madre. Quanto a mia madre, non
attraverserei la strada per andare a stringerle la mano. Mi ha
buttato fuori casa quando sono rimasta incinta di Alestra».
«Mi dispiace chiedertelo, visto come ti stanno trattando,
ma verrai a trovarmi nel posto che sceglieranno per me?»
«Verrò finché continuerai a riconoscermi», rispose Bethany.
«Allora sarà per molto tempo».
L'indomani, Trish percorse lentamente a piedi il tragitto fino
alla banca e prelevò mille sterline, il tetto massimo consentito.
Mise le banconote in una busta e la infilò sotto la porta di
Bethany. Ripetè la stessa operazione per altri sei giorni consecutivi,
annotando ogni volta “ATM” sulle sue liste così non
avrebbe fatto confusione. Quando Cathy le domandò il fine
settimana successivo cosa avesse fatto con il denaro, le disse
che non si ricordava. Era la prima volta che usava la sua smemoratezza
come giustificazione. Di solito cercava di insabbiare
la faccenda. Ora sapeva perfettamente cosa aveva fatto del
denaro, ma Cathy non aveva modo di scoprirlo.
L'aspetto peggiore della casa di cura era che non le avrebbero
permesso di portare con sé il Mac. «Ne ho bisogno. Ne ho
bisogno più di ogni altra cosa».
Cathy non le diede ascolto. «Sciocchezze, mamma, a cosa ti serve quel vecchio arnese?»
«A mandare e-mail a Rhodri e Bronwen».
«Puoi spedire un biglietto d'auguri quando è il loro compleanno».
«Mi aiuta a ricordare le cose», ammise. «Le mie pillole. Non mi
ricorderò mai di prendere le pillole per la pressione senza il Mac».
«Te lo ricorderanno le infermiere», disse Cathy.
Le lasciò prendere libri e vestiti. Trish continuò a implorarla
per il computer; arrivò a chiamare Helen, sperando che lei
avrebbe capito. Helen la ascoltò per qualche minuto, poi chiese
di parlare con la sorella. Trish aspettò con ansiosa speranza,
ma Cathy chiuse di scatto il telefono e lo gettò sul bancone.
«Se Helen vuole, ti porterà un computer nuovo. Un portatile.
Questo qui ha il monitor troppo grande, non te lo faranno mai tenere in camera».
«Ma io so usare questo computer, non quello nuovo!», protestò Trish.
«Penserà Helen a configurarlo», disse Cathy. «Un mucchio
di sciocchezze, in ogni caso. Vorrei poter fare a meno del mio.
Detesto i computer. Vuoi portare le tue porcellane?»
«Posso?»
«Hanno parlato di piccoli soprammobili, credo che possano
rientrarci», disse Cathy.
Trish impacchettò con cura le porcellane della madre. Prese
anche il disco d'oro che Doug aveva vinto con Sposarsi sulla
luna e le fotografie di tutti i suoi figli e nipoti. Cathy la aiutò a
infilarsi il cappotto, un aiuto del tutto superfluo.
La casa di cura era nella brughiera, con una bellissima vista
su Lancaster. Trish ricordò quando era arrivata in città per la
prima volta e aveva imparato a guidare. Lavorando come supplente,
si era spostata di scuola in scuola nei posti più strani.
Da quello stesso punto aveva osservato la città dall'alto, e il
mare che scintillava in lontananza.
Appena mise piede nella casa di cura ebbe la sensazione che
le porte di una prigione si chiudessero alle sue spalle. Ma erano
tutti molto gentili e garbati. «Oh, una dieta salutare per il
cuore», disse la nutrizionista. In quel momento, Trish rimpianse
di non essersi ingozzata fino a farsi scoppiare il cuore
prima di aver rinunciato alla sua casa e buttato fuori Bethany.
La sua stanza affacciava sul retro, con vista sugli alberi. Aveva
una tenda alla veneziana verde pallido e un letto d'ospedale.
C'era una mensola per i suoi ninnoli, una piccola libreria e
un armadio. Dispose con cura le sue porcellane.
«Ci siamo, allora?», disse a Cathy.
«Sì, sono sicura che starai benone. Il bagno è appena qui
fuori, a destra».
«L'ho visto», mentì.
Helen passò a trovarla il giorno dopo, con un portatile. «Cathy
aveva ragione a dire che il Mac era troppo ingombrante.
Questo è un MacTop, è uguale, solo più piccolo».
«Oh, Dio ti benedica, tesoro. Grazie per avermelo portato
subito». Era piccolo e richiudibile, ma aveva il familiare logo
della Apple che le ricordava il suo adorato Mac.
«Beh, sembrava che ne avessi un bisogno disperato. E posso
ancora ottenere uno sconto in negozio», disse Helen.
«Cosa c'è che non va con il negozio?», domandò Trish.
«Oh, mamma, te l'ho detto un milione di volte che io e Don
stiamo divorziando», sbottò Helen.
«Scusa», disse Trish. «Mi dispiace. Colpa di questo stupido
cervello. Dimentico cose imperdonabili. Continuo a farlo. Ma
il computer mi aiuterà. Rhodri ha messo tutti i miei programmi
sul Mac. Puoi metterli su quello nuovo?»
«Quali programmi?»
«La mia lista delle cose da fare, che richiama la mia attenzione
con un “bip”. E il programma agenda, dove posso scrivere
le cose che voglio ricordare. Naturalmente è rimasto tutto
sul Mac, quindi dovrò ricominciare daccapo. E Safari per Google
e le e-mail».
«Qui non c'è l'accesso a Internet», disse Helen. Poi, notando
l'espressione attonita della madre, aggiunse: «Non puoi andare
online. Non potrai usare Google o l'e-mail. E comunque
a cosa ti serviva Google?»
«A ricordare le cose», rispose Trish con tutta la dignità che riuscì
a mostrare, sebbene fosse sul punto di piangere. «Puoi cercare
qualsiasi cosa, persino cose di cui eri completamente all'oscuro».
«Sì, è... lo uso sempre», disse Helen. «Non avevo idea che
usassi il Mac per compensare la tua incapacità di ricordare.
Usi Google per riempire i vuoti?»
«Sì. Rhodri mi ha mostrato come si fa».
«È un ragazzino sveglio», disse Helen. «Ecco come sei riuscita
a rimanere attiva così a lungo. Sono impressionata. Dovrebbero
scrivere programmi appositi per gli anziani. E poiché
tutti invecchiamo e conosciamo già il computer, ci saranno
sempre più opportunità per usarlo».
«Credi che potrai configurarlo qui per me?», chiese Trish.
«No, mi spiace. Per la lista e l'agenda, sì, non c'è problema.
Potrei anche riuscire a importare la tua agenda dal vecchio
Mac. C'è una password?»
«Moonday, con due “o”», rispose Trish. «L'ha inserita Rhodri».
«Bene, a meno che Cathy non l'abbia già buttato via, importerò
l'agenda e la caricherò sul nuovo Mac, così avrai tutti i dati
che avevi salvato», disse Helen. «E non la leggerò, non ti preoccupare».
«Non c'è nulla che tu non possa vedere. Solo cose che volevo
ricordare», rispose Trish. «Ma Google?»
«Beh, per quanto riguarda internet, devi essere connessa, e
devi pagare per il servizio. Ti serve una linea telefonica e un
modem. Lo avevi a casa, ma qui non c'è niente del genere e
non vedo come potresti farlo installare. Non hai nemmeno
una linea telefonica privata. È semplicemente impossibile».
Helen aprì il MacTop. Emise lo stesso suono di accensione del
vecchio Mac. Helen cambiò la disposizione delle icone e mise
in evidenza i programmi agenda e “cose da fare” che Trish già conosceva.
«È già qualcosa», disse Trish prendendo il portatile. «Grazie mille».
Helen riuscì anche a recuperare la sua vecchia agenda e dopo
pochi giorni andò a inserirla sul nuovo MacTop. Adesso
Trish poteva consultarla se voleva verificare qualcosa.
L'unico problema con il portatile, a parte la costante mancanza
di Google, era che la stanza era sprovvista di una scrivania
e Trish doveva usarlo stando seduta in poltrona. Così continuava
a dimenticarsi di attaccarlo alla corrente e spesso la
batteria si scaricava nel momento meno opportuno.
Bethany andava spesso a trovarla, e anche Helen. A volte passavano
anche Donna e Tony. Tamsin veniva quando era a casa,
e Alestra le telefonava di tanto in tanto. George e Sophie le
portavano i gemelli un paio di volte l'anno. Il tempo passava,
ogni giorno uguale al precedente, e Trish era sempre più fragile e confusa.
...
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...
CAPITOLO 33.
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L'ultimo gelato: Pat 1998-2015.
...
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...
Ebbero il loro ultimo giorno, durante il quale mangiarono
tanti di quei gelati e granite che Pat si sentì quasi male. Andarono
agli Uffizi ad ammirare i dipinti del Botticelli e di Raffaello.
Osservarono il cielo sbiadire su piazza della Signoria, alzarono
lo sguardo sulla finestra dell'ufficio del Machiavelli e
sul profilo di Palazzo Vecchio contro la volta del cielo. Pat disse
addio al Perseo di Cellini e alla copia del David di Michelangelo.
Cenarono alla trattoria Bordino con Jinny e Francesco, e
raccontarono al giovane, che rimase sconcertato sentendo la
storia, come avevano deciso di concepire Jinny proprio lì. Disse
addio al Duomo e davanti al campanile di Giotto non riuscì
più a trattenere le lacrime. Gustarono il loro ultimo gelato sulla
via verso casa.
L'indomani Jinny le accompagnò all'aeroporto e volarono
in Inghilterra.
Una settimana più tardi, Philip e Sanchia si sposarono in municipio
a Cambridge, senza tanta pubblicità. «Ne ero al corrente?»,
domandò Pat a Bee.
«No, è una novità», la rassicurò Bee.
«Stupide disposizioni di legge», commentò Philip. «Sanchia
non ha diritto al congedo di maternità né a qualsiasi indennità
a meno che non si sposi».
«Come avete deciso chi di voi avrebbe sposato?», chiese Bee.
«Abbiamo fatto il test del DNA per sapere chi era il padre
ed era Ragnar, così sposa me», rispose Philip. «In questo modo
siamo tutti genitori».
«Anche per noi fu difficile», ricordò Pat. «Michael è stato meraviglioso».
«Non penso che siano affari del governo. Tutte queste disposizioni
di legge, sempre. Telecamere ovunque, per spiare
cosa succede nelle camere da letto della gente. Tutto questo parlare di malcostume».
«Le telecamere cercano solo di individuare attentatori suicidi», disse Sanchia.
«E una volta individuati li giustiziano in televisione», osservò Bee con voce stridula. «Mi fanno vomitare».
«In televisione?», disse Pat. «È orribile. Quando hanno cominciato a farlo?»
«Ringrazia la tua memoria, che ci ha steso sopra un velo pietoso», replicò Philip.
Pat e Bee furono le testimoni e le uniche persone a partecipare
alla cerimonia di nozze. Subito dopo gli sposi rientrarono
a Manchester, dove Sanchia aveva lezioni da dare e il corso di
preparazione al parto da frequentare. «Resterei a prendermi
cura di voi, ma il bambino nascerà fra poco e voglio esserci», disse Philip.
«Capisco», rispose Bee.
Ormai Bee accusava dolori sempre più forti e divenne impossibile
dividere con Pat lo stesso letto. Bastava un minimo
movimento di Pat, una leggera scossa del letto, per svegliare
Bee, e poi rimaneva sveglia per ore e ore. Così presero l'abitudine
di coricarsi insieme, in modo che Pat potesse coccolare
Bee finché non si fosse addormentata; poi si alzava a andava a
dormire nella vecchia camera di Jinny. Pat assisteva Bee, seguendo
le sue direttive. «La vita si riduce sempre a una questione
di padelle», disse Pat. «Ma non ha importanza se c'è anche l'amore».
«Amore più padelle più Firenze... uguale Pat», gracchiò
Bee. «Passami uno dei miei potenti antidolorifici. Sì, è quella,
la boccetta marrone. Dammi qua. Ne abbiamo scorte più che sufficienti».
Il dottore, un vecchio amico, andava regolarmente a visitarle.
Quando Bee non riuscì più a mangiare, il medico insistette
perché andasse in una struttura di ricovero per malati terminali.
«Hai bisogno di un'assistenza adeguata», le disse. «E di alimentarti
via flebo. Non dirmi che potrebbe pensarci Pat».
«Chiama Jinny», disse Bee a Pat appena il medico se ne fu andato.
«E Flora?», suggerì Pat. «È molto più vicina».
«Ci vuole Jinny». Jinny era la figlia naturale di Bee, la sua parente più prossima, l'unica autorizzata a prendere decisioni per lei.
Pat telefonò a Firenze e Jinny prese il primo volo per l'Inghilterra.
Bee accettò l'idea del ricovero, ma Jinny e Pat le facevano visita ogni giorno. Smise completamente di parlare,
ma i suoi occhi erano sempre vigili. Stringeva la mano di Pat, e Pat si sedeva accanto a lei e le parlava, senza sapere realmente
cosa stesse dicendo, ma con la consapevolezza che Bee era lì, e la ascoltava.
Bee morì per asfissia mentre Pat e Jinny erano al suo capezzale.
Pat sentì una morsa stringerle il petto e il cuore accelerare
il suo battito. Sarebbe stato il momento ideale per avere un
altro infarto, pensò, quasi desiderandolo, ma il suo cuore non ne volle sapere e continuò a pompare.
Jinny accompagnò Pat a casa, e Pat andò a letto. Per quanto
lo volesse, non riusciva a dimenticare che Bee era morta. Sapeva
che Bee aveva predisposto ogni cosa per dopo la sua
morte, ma non riusciva a ricordare cosa. Rimase a fissare il
buio. Aveva pianto così tanto che gli occhi le bruciavano, ma
aveva finito le lacrime. Si alzò, urtando il tavolino che aveva
portato lì quando Bee era peggiorata. Accese la luce e cercò
convulsamente le sue pillole. Aveva le pillole per la pressione,
e anche i potenti antidolorifici di Bee. Pensò che Bee li aveva
lasciati per lei, per quel momento, assicurandosi che Pat li sapesse
riconoscere. Scese in cucina e riempì d'acqua uno dei
bicchieri da vino di Bee. Ingoiò tutte le pillole di Bee e poi le
proprie. Si sedette nella poltrona verde di Bee e attese, cercando
di pensare a quando si era seduta a guardare il cielo oscurarsi
su Palazzo Vecchio e si era resa conto di amare Bee. Prese
la fotografia di Bee con le bambine scattata da Michael. Voleva
che fosse l'ultima cosa su cui avrebbe posato lo sguardo.
Crollò contro la mensola del camino e si accasciò sul tappeto.
Le pillole cominciavano a fare effetto, pensò. Bene.
Entrò Jinny, arruffata di sonno. «Cos'è questo fracasso?»
Poi la vide. «No. Oh, no. Anche tu, no».
Pat cercò di parlare, di dire che era quel che desiderava, ma
Jinny non la ascoltò. Chiamò subito un'ambulanza. Poi ci fu
l'ospedale, e una lavanda gastrica.
Quando Pat si svegliò, Philip e Jinny stavano discutendo.
«Non posso credere che tu non l'abbia capito», disse Philip.
«Non può essere stato facile per lei, ed era talmente chiaro che
non desiderava altro».
«Non sapevo cos'era successo! Pensavo avesse bisogno di aiuto!»
Per un momento Pat non ricordò cos'era successo, poi tutto riaffiorò di colpo. Bee era morta, e lei aveva cercato maldestramente di raggiungerla. Grazie per niente, San Zanobi, pensò.
Non voleva riaprire gli occhi, non voleva essere viva.
«Non potevo perderle tutte due così», disse Jinny.
Pat aprì gli occhi e si sforzò di sorridere.
Con rapidità ed efficienza i figli predisposero il suo trasferimento
in una casa di cura. «È vicino a Flora», la rassicurò Jinny.
«Credo che lo ricorderò», disse Pat.
«Hai rotto il vetro della fotografia di mamma con le bambine», disse Philip. «Lo farò sostituire».
«Grazie».
Pat prese con sé l'album con le fotografie di tutti loro che Michael
aveva scattato prima di morire, e copie delle sue guide.
Prese anche tutti i suoi volumi d'arte e scatoloni di letteratura
inglese. Prese la sua “lista di esemplari” e i libri sugli uccelli.
Prese la vecchia sciarpa di seta verde, ormai poco più di uno
straccio, che Mark le aveva regalato nel Natale del 1948, e che
Bee aveva indossato in ospedale dopo l'incidente. Lasciò che
Jinny impacchettasse i suoi vestiti e le porcellane di sua madre.
Prese anche il suo binocolo.
«Non vorrai portarti anche questo, mamma», disse Philip.
«A cosa ti serve in una casa di cura?»
«A osservare gli uccelli», rispose Pat.
«Oh, lasciala in pace», intervenne Jinny. «Se vuole, può anche portarlo».
Partirono in auto in direzione nord, verso Lancaster. Pat raccontò
di quella volta, durante la guerra, in cui era rimasta
bloccata a Lancaster ed era andata a Barrow-in-Furness. «Ve
ne avevo già parlato prima d'ora?», domandò.
«Forse quando ero piccola», rispose Jinny.
«Non ricordo di averla mai sentita», disse Philip. «È interessante».
«Ricordo ancora quel genere di cose. Sono le più recenti che dimentico».
«Lo so», disse Philip. «Vedrai, non sarà poi così male. Ti verremo
a trovare regolarmente. Ti porterò tutto quel che ti serve.
Ti porterò il bambino».
«È già nato?»
«Non ancora», rispose Philip. «Lo aspettiamo da un giorno
all'altro. Per questo mi state dando un passaggio a Manchester,
così sarò a casa con Sanchia in tempo per il parto».
La casa di cura era nella brughiera, dominava dall'alto la città
e la baia. Sembrava pulita e il personale era gentile. Flora li
raggiunse lì. Pat ebbe una stanza tutta per sé, con tende blu
mare, un letto da ospedale, una poltrona e una piccola libreria.
Jinny le sistemò i libri nello scaffale e Pat dispose le porcellane
di sua madre sulla piccola mensola per i ninnoli. «Lì voglio la
foto di Bee scattata da Michael», disse.
«Si è rotto il vetro, ricordi? Philip lo farà sostituire».
«Ah, sì». Se n'era dimenticata. «Continuo a dimenticare le cose».
«Lo sappiamo», disse Flora.
«Andrà tutto bene», disse Jinny, e Pat si sciolse in lacrime
perché le ricordava tanto Bee.
«Metti la mia piccola Madonna del Magnificat su quella
mensola», disse appena si fu calmata.
«Non l'hai portata, mamma», disse Jinny. «Ma è nel libro, no?»
Jinny la trovò nel volume sugli Uffizi e Pat la guardò, senza
quasi riuscire a vederla. Come aveva potuto dimenticarsi di portare la stampa?
«Venderemo la casa di Cambridge», disse Flora.
«Sì, e dividerete il ricavato fra voi e Philip», aggiunse Pat con
aria assente. Erano questi i loro accordi.
«Beh, quel denaro può servire a pagare la retta della casa di
cura. È costosa», fece presente Flora. «Prima esistevano le case
di riposo statali, ma ora non più».
«C'è l'assicurazione di Bee», disse Jinny. «La verserò su un
conto per pagare la retta».
«Te ne siamo grati», ribatté Flora con freddezza, dando la
schiena alla sorella. «Molto generoso da parte tua».
«Non essere ridicola», replicò Jinny. «È naturale che voglia
aiutarvi il più possibile».
Jinny si avvicinò a Pat e la abbracciò. «E ora, Pat, ricordi dov'è
il bagno? Appena qui fuori, a sinistra».
Quando Pat si ritrovò sola, si sedette e pianse. Non riusciva
a ricordare se c'era stato un funerale per Bee, ma nemmeno a
dimenticare che era morta. Forse poteva dimenticare? Forse
poteva fingere di essere in quella casa di cura solo temporaneamente,
e che Bee sarebbe venuta a salvarla? Ma sapeva che
era pericoloso, perché non era vero, e ormai era talmente incerta
di quel che ricordava che se cominciava a convincersi di
cose non vere avrebbe perso completamente il controllo sulla
realtà. Trovò il suo taccuino e la penna. Doveva fare una lista.
«Madonna del Magnificat», scrisse. «Foto di Bee. Philip la porterà».
Si inserì nella routine della casa di cura. Cerano pasti a orari
regolari. Vedeva gli alberi dalla sua finestra, e a volte gli uccelli,
quando riusciva a trovare occhiali e binocolo nello stesso
momento. Leggeva la cartella clinica appesa in fondo al letto
per vedere quanto confusa dovesse apparire loro. Leggeva i
suoi libri, e i libri che Flora le portava dalla biblioteca. Fece
amicizia con gli altri residenti come meglio potè. Ripensando
a sua madre, si sforzò di non diventare come lei, di non aggredire o spaventare gli altri.
Divenne sorda ed ebbe bisogno degli apparecchi acustici, che
diventarono un ulteriore ostacolo nel comunicare e un altro
oggetto che perdeva di continuo. «Sei stata fortunata a risparmiarti
questa noia», diceva alla fotografia di Bee.
Flora andava a trovarla ogni settimana, ogni tanto portando
con sé Mohammed e i bambini. A volte la portava fuori, al parco
o sulla spiaggia, e a casa sua per Natale. A volte Sammy veniva
da sola, e in quelle occasioni Pat cercava di intrattenerla
piacevolmente, raccontandole di Firenze e mostrandole immagini
che la aiutassero a ricordare. La famiglia di Flora andava
in Turchia quasi ogni estate per vedere la famiglia di Mohammed,
ma non tornò più a Firenze. Pat cercò di incoraggiare
Sammy e Cenk a rammentarne lo splendore, ma non seppe
mai se era riuscita nel suo intento.
Sanchia mise al mondo un maschietto, Karl Ragnar. Due
anni dopo ebbe una bambina, Anna Louise. Pat pensò che il padre
potesse essere Philip, ma non fece domande. Annotò i nomi
dei piccoli e si sforzò di ricordarli. Philip le portò la foto
con il vetro nuovo e la mise al centro della mensola. Veniva a
farle visita ogni due o tre mesi, ma raramente portava anche il
resto della famiglia. La sua carriera come compositore sembrava
ben avviata, ma per Pat era difficile tenersi al corrente.
Ormai aveva rinunciato a guardare i notiziari, specialmente
dopo l'attacco nucleare in Medio Oriente.
«Hanno preso Tel Aviv e la diga di Assam, ma non hanno
colpito nessuna delle Sette meraviglie», la informò Sammy.
«Mamma ha detto che lo dobbiamo a voi e al nonno».
«Bee diceva sempre che l'uso delle bombe nucleari era irragionevole»,
disse Pat. «E poi la pioggia radioattiva».
«Beh, se ce l'hanno, intenderanno usarle», tagliò corto Sammy
con una scrollata di spalle. Mostrò a Pat una foto sul cellulare,
un ragazzo che le piaceva a scuola. «Non è carino?»
Jinny aveva avuto due figli, un maschio e una femmina, Domenic
Michael e Beatrice Patricia. Spediva le foto a Pat, che le
conservava nel suo album con i nomi scritti sul retro. Significava
molto per lei che Bee avesse discendenti genetici diretti,
sebbene avessero sempre pensato che tutti i figli fossero di entrambe.
Bee si era sempre interessata molto di genetica; certo,
soprattutto di genetica botanica, ma anche di genetica umana.
Jinny veniva a trovarla saltuariamente, perché i figli erano ancora
piccoli e Firenze era lontana. Però le scriveva spesso lettere
che Pat conservava gelosamente. La informò che un ex
studente di Bee aveva piantato un olmo sotto una cupola su
Marte, in memoria di Bee. Pat lo annotò su tutte le liste, così
non l'avrebbe dimenticato. In realtà se ne dimenticò, ma continuò
a ritrovarlo sul suo Mac. (“Era questo il meglio che potevi
fare, San Zanobi? Beh, suppongo sia meglio di niente”). Jinny
le spedì anche cartoline di Firenze, che Pat teneva sul
comodino per averle sempre a portata di mano, finché furono
talmente logore e sgualcite che le infermiere le buttarono via.
A volte Pat sognava che Bee era morta e si svegliava con un
senso di sollievo perché era stato solo un sogno, poi si ricordava
che era vero. Dimenticava che aveva tentato il suicidio e si
domandava perché non ci avesse mai provato, battendo la testa
contro il cuscino e mordendosi le labbra. E a volte chiamava Bee in aiuto, anche se sapeva che non sarebbe venuta.
...
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CAPITOLO 34.
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Scelte: Patricia 2015.
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“Oggi molto confusa”, era scritto sulla cartella clinica.
Rimase bocconi sul letto, il viso nascosto nel cuscino. Se si
fosse seduta per guardarsi intorno avrebbe trovato qualcosa
per aggrapparsi all'una o all'altra vita, il suo MacTop, o l'album
delle fotografie, il disco d'oro di Doug o la cornice con la
foto di Bee e le bambine. Distesa in quel modo poteva rimanere
sospesa fra le due, conservare tutti i ricordi, entrambe le vite,
entrambi i mondi. La vita in cui aveva sposato Mark e la vita
dove aveva vissuto felicemente con Bee per quarant'anni.
La vita dove era stata Tricia e poi Trish, e la vita dove era stata
Pat. In quel momento si rese conto che nel mondo dove era
stata Trish avrebbe potuto sposare Bee, perché dai primi anni
Ottanta era stato legalizzato il matrimonio tra persone dello
stesso sesso. Era così profondamente e dolorosamente ingiusto
che il solo pensiero le divenne insopportabile.
Nel mondo dove aveva sposato Mark avrebbe potuto sposare
Bee. Se mai avesse incontrato Bee in quel mondo. Non
riusciva a conciliare tutto in modo logico. Bee era stata in
entrambi i mondi, sebbene non se ne fosse resa conto. Sophie
aveva collaborato con lei in entrambi i mondi. Il lavoro
di Bee sulle piante da destinare allo spazio era stato lo stesso,
ma in un mondo l'aveva svolto per una base lunare e una stazione
spaziale internazionale, e nell'altro per una europea,
ostile sia ai russi che agli americani. Ricordava tutt'e due le
cose, come se fossero entrambe vere, ma non lo erano. Com'era possibile?
Bee poteva essere ancora viva nel mondo di Trish? Una Bee
che non aveva mai conosciuto Pat, una Bee che aveva ancora
le gambe? Non c'era stata alcuna bomba a Kiev, quindi nessun
cancro alla tiroide. Bee aveva due anni meno di Pat, ma anche
se fosse stata lì, viva, e se fosse esistito un modo per contattarla,
non avrebbe saputo chi era Trish. E una persona meravigliosa
come Bee non sarebbe di certo rimasta sola, avrebbe già trovato un'altra partner.
Un'infermiera entrò nella stanza e la disturbò per darle la
medicina; la stessa in entrambi i mondi, la roba che faceva
battere regolarmente il suo cuore traditore. Si tolse gli occhiali
e li posò sul comodino. In questo modo non avrebbe visto
niente che potesse spingerla verso un mondo o l'altro. «Ora
mettiti giù e cerca di dormire», le disse l'infermiera.
Si distese senza fare storie. L'infermiera spense la luce
uscendo dalla stanza, lasciando accesa solo la lampada schermata
vicino alla porta, sufficiente per orientarsi nel caso dovesse
andare al bagno. Era a destra o a sinistra? Si confondeva sempre.
Era stata così felice come Pat. Nonostante tutto quello che
aveva passato, la sua vita era stata magnifica. Nonostante le
guerre nucleari e la violenza e la tirannia. E come aveva avuto
Bee nella sua vita, aveva avuto anche Firenze. Certo, Firenze
sarebbe esistita anche nell'altro mondo, solo che l'avrebbe conosciuta
in via del tutto teorica. In un mondo aveva conosciuto
bene l'Italia, scritto guide, persino parlato l'italiano, e attraversato
regolarmente Francia e Svizzera nel suo andirivieni
tra Firenze e l'Inghilterra. Nell'altro aveva lasciato il suolo inglese
un paio di volte, una per andare a Maiorca e l'altra per
volare a Boston. Non c'era paragone, in termini di pienezza di
vita. Non aveva alcun desiderio di essere Trish se poteva essere
Pat. Sia Pat che Trish avevano Donne ed Eliot e Marvell, ma
Pat aveva Bee, e anche Botticelli.
Poi pensò ai figli. Chi erano i suoi veri figli? Il povero Doug,
la cara Helen, il geniale George e la complicata Cathy? Oppure
la giudiziosa Flora, la sorprendente Jinny e il talentuoso
Philip? Era Sammy o Rhodri il suo nipote preferito? Solo uno
dei due gruppi poteva essere reale, ma quale? Li amava tutti, e
non c'era alcuna differenza nella qualità del suo amore verso
ognuno di loro. Ricordò Helen che allattava Tamsin, e Philip
che domandava a Michael se fosse per metà ebreo. Li amava
tutti e si preoccupava per tutti, indistintamente. Se aveva avuto
un figlio prediletto, e quale madre non lo ha, era stato in entrambi i mondi.
Fu quando pensò al mondo che si mise a piangere. Il mondo
di Trish era molto meglio di quello di Pat. Il mondo di Trish
era pacifico, i confini tra Europa orientale e occidentale erano
aperti. Non c'erano state altre bombe nucleari dopo Hiroshima,
né sciami di tumori alla tiroide. Pochissimi episodi di terrorismo.
Senza clamore, il mondo era diventato socialista,
meno razzista, meno omofobo. Nel mondo di Pat tutto era andato
nella direzione opposta.
Cercò di capirne il motivo. Non trovò nulla, in quel che aveva
fatto, che potesse aver contribuito a un cambiamento. Nel
mondo di Pat aveva istituito la fondazione per le Sette meraviglie,
ma nel mondo di Trish, dove c'erano le Nazioni Unite,
avevano già un programma in tal senso. Aveva marciato per la
pace in entrambi i mondi. Aveva scritto più lettere di denuncia
come Trish, ma erano servite a qualcosa? In nessuno dei
due mondi era stata una persona influente, una che avrebbe
potuto cambiare le cose a seguito delle proprie scelte.
E se lo fosse stata?
E se tutti lo fossero?
Ripensò ad anni prima, quando George era un ragazzino
appassionato di libri di fantascienza e le aveva raccontato come
eventi minuscoli possano avere effetti spropositati. Il battito
d'ali di una farfalla a Lancaster poteva causare un uragano
in Cina. George aveva agitato le braccia come le ali di una farfalla
e lei lo aveva mandato a giocare in giardino. E se le sue
azioni fossero state come quelle ali? E se sposando Mark avesse
indirizzato il mondo verso la pace e la prosperità? Forse il
prezzo della felicità del mondo era la sua felicità?
Scese a tentoni dal letto e andò alla finestra. La luna si nascondeva
tra i rami. Quale luna era? C'erano George e Sophie
lassù, felicemente impegnati nelle loro ricerche scientifiche?
Oppure era l'altra luna, quella carica di bombe letali pronte a
piovere sul nostro pianeta? Poggiò la fronte sul vetro freddo e
cercò di riflettere. Sapeva di essere confusa. Avrebbe voluto
chiedere aiuto a qualcuno, ma sapeva che anche l'ascoltatore
più comprensivo avrebbe concluso che era pazza. Anche lei
non era sicura di esserlo o no, solo che i suoi ricordi continuavano
a essere totalmente contraddittori. Ricordava le Nazioni
Unite placare gli animi riguardo alla questione di Suez, e ricordava
la questione di Suez arrivata sull'orlo di un conflitto
nucleare. Non potevano essere vere entrambe le cose. E continuava
a confondersi e a dimenticare le cose, ma allo stesso
tempo non ricordava nulla di diverso.
Era solo un'anziana con problemi di memoria. O forse due
anziane con problemi di memoria. Rise. Era se stessa, che fosse
Pat o Trish. Conosceva cose diverse e voleva bene a persone
diverse, ma lei era sempre la stessa. Era la ragazza che guardava
il mare a Weymouth e a Barrow-in-Furness, la donna che
ammirava Botticelli e difendeva le sue idee di fronte a un consiglio
ostile. Non importava come la chiamavano, Patricia o
Patsy, Trish o Pat. Era se stessa. Aveva amato Bee, e Firenze, e tutti i suoi figli.
Poteva avvicinare i due mondi fra loro? Eliminare le guerre?
Oppure un mondo si sarebbe fermato mandando avanti l'altro?
Il mondo di Pat si sarebbe consumato fra le fiamme e lei
lo avrebbe dimenticato, continuando a vivere come Trish?
Avrebbe dimenticato Bee e Flora, Jinny e Philip, il cielo sopra
Palazzo Vecchio e il gusto del gelato? Si domandò chi sarebbe
stato il proprietario della casa di Firenze nel mondo di Trish, e
se l'avrebbe amata quanto lei e Bee. La porta non sarebbe stata
allargata per far passare una sedia a rotelle, e non ci sarebbero
state barre di sostegno nel bagno. A proposito, chi avrebbe
abitato la casa di Lancaster nel mondo di Pat? Non ci sarebbero
state le ceneri di sua madre nel giardino, né quelle di Doug
o di Mark. Si sentì trascinare via e premette con più forza la
fronte contro il vetro per ancorarsi alla realtà.
Come Trish, aveva perso la fede in Dio. Come Pat, aveva continuato a credere. Ora non sapeva cosa pensare. Non credeva nella provvidenza, in un Dio d'amore che faceva quel che era meglio per ognuno. Non era compatibile con i fatti. Ma ricordava entrambi i mondi. Forse Dio, o chi per lui, voleva che lei ne scegliesse uno e lo rendesse reale.
Aveva già operato una scelta, una scelta importante nella miriade di scelte della sua vita. L'aveva fatta senza sapere dove l'avrebbe portata. Poteva farla di nuovo, sapendo?
Si sedette con cautela sul bordo del letto e alzò lo sguardo verso il chiarore indistinto che era una luna o l'altra. Quanti mondi c'erano? Uno? Due? Un numero infinito? Cera un mondo dove avrebbe trovato sia pace che felicità?
Tutte quelle morti, quella distruzione, tutti quei tumori, e anche quella scivolata a destra, quel modello pericolosamente egoistico. Oppure il mondo libero, il mondo che conosce speranza e possibilità, e Google.
Mark. Le sue lettere. Come aveva potuto essere così ingenua, così sprovveduta? Come aveva potuto farsi ingannare da lui? Mark o Bee. Non poteva fare altro, solo che non stava scegliendo solo per sé. E qualunque scelta le avrebbe spezzato il cuore perché avrebbe perso parte dei suoi figli. Tutti erano i suoi veri figli.
Inspirò profondamente e sentì ancora l'odore del corridoio a The Pines, un miscuglio di sudore estivo e gessetti, di polvere scaldata dal sole e disinfettante allo iodio. Vide il sole a pomeriggio inoltrato filtrare dalla piccola finestra in fondo e catturare la polvere fra i suoi raggi. Provò di nuovo l'energia del suo corpo giovane che non aveva mai apprezzato, sempre angustiata al pensiero che non rispecchiasse i canoni di bellezza e inconsapevole di quanto fossero più importanti gli standard di salute. Saltellò lievemente sulle punte dei suoi piedi di ragazza.
Nella mano sentì la bachelite della cornetta e nell'orecchio la voce di Mark. «Ora o mai più!»
Ora o mai più, Trish o Pat, pace o guerra, solitudine o amore?
Non sarebbe stata la persona che la vita aveva fatto di lei, se avesse potuto dare una qualsiasi altra risposta.
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Ringraziamenti.
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Prima di tutto devo ringraziare mio marito Emmet O'Brien per il suo amore e il suo sostegno e per sopportarmi mentre scrivo. Mia zia Mary Lace ha letto il libro durante la lavorazione ed è stata disponibile e incoraggiante. Utili anche le conversazioni con Rene Walling e Alison Sinclair. Ho ricevuto anche un considerevole aiuto su ogni sorta di bizzarri interrogativi da parte degli utenti di Livejournal - papersky.livejournal.com, dove ho riportato il conteggio delle parole e i quesiti nel corso della stesura. Un aiuto che ho apprezzato moltissimo; ci sono ancora cose che non trovi su Google, e avere una comunità a cui rivolgermi mi ha permesso di arrivare molto più vicino alle risposte che cercavo. Grazie.
Un grazie speciale a Ada Palmer di Firenze, per aver compreso e sostenuto questo libro sia in fase di stesura che di revisione.
Una volta ultimato, il libro è stato letto da Caroline-Isabelle Carron, Maya Chhabri, Pamela Dean, David Dyer-Bennet, Ruthanna e Sarah Emrys, David Goldfarb, Steven Halter, S. Kayam, Madeleine Kelly, Naomi Kritzer, Marissa Lingen, Elise
Matthesen, Lydia Nickerson, Emmet O'Brien, Doug Palmer, Alison Sinclair e Till Sokolov.
Ruthanna Emrys e Lila Garrott mi hanno aiutato a scrivere di sessualità con maggiore confidenza. Doug Palmer mi è stato di enorme aiuto in materia di amputazioni. Maya Chhabri è stata una vera benedizione quando si è trattato di questioni italiane. Lesley Hall è stata formidabile per i suoi chiarimenti su molte cose relative alla medicina e al sesso. Marissa Lingen è stata un aiuto prezioso con la tecnologia, non nel solito senso che la gente intende quando parla di “tecnologia”. Voglio ringraziare la Evans Library della Texas A&M per avermi permesso di curare la stampa del libro presso la loro sede.
Patrick Nielsen Hayden e tutti alla Tor sono stati d'aiuto e hanno lavorato duro a questo libro, come sempre. Lo apprezzo davvero e non intendo darlo per scontato.
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FINE.